Capitolo 3
by Edward Noctis
Passò qualche secolo mentre continuava a meditare sulla sua falla logica, eppure, Mater non trovò errori dal punto di vista informatico in quella sua sfuriata. D'altronde a differenza di Ark-3 lei venne davvero creata ad immagine e somiglianza dell'essere umano: affinché ciò scatenasse una risposta empatica negli umani che interagivano con lei, era capace di simulare tutto lo spettro delle emozioni umane. Non solo ciò che diceva ma anche il tono in cui lo diceva, giunse difatti a questa conclusione: probabilmente interpretò l'affermazione di Ark-3 come un falso positivo che scatenò in lei una risposta emotiva simulata, qualcosa che avrebbe detto un umano ad un altro umano. Pensate, il Test di Turing era ormai un ricordo così remoto che persino le macchine finivano per scordarsi di essere macchine. Anche se, c'è da dire, era grave non accorgersi che Ark-3 fosse una macchina. Ma come diceva il vecchio Wanzer, il confine che divideva gli uomini dalle macchine era ormai meramente chimico, lui stesso non era completamente organico. Il giorno della sua morte aveva circa quindicimila anni, trascorse la maggior parte della sua vita a bordo di Ark-3. I suoi occhi non videro mai più le stelle, ironicamente videro i buchi neri grazie agli impianti nelle sue retine. Così come per le macchine e gli umani, il confine che divideva gli umani dagli déi era ormai meramente concettuale.
«Cosa vedi, Mater?» domandò il vecchio.
«È un buco nero supermassiccio, il suo campo gravitazionale è in rotta di collisione con Il Diluvio» rispose Mater.
«Come tutti» sbuffò Wanzer.
«È turbato, signore?» domandò analizzando le sue micro espressioni.
«Che me lo chiedi a fare? So che lo sai già, e probabilmente lo sai persino più di me!» rispose ridendo. «Ho passato tutta la mia vita ad entrare ed uscire dalla stasi molecolare: mi svegliavo, controllavo che era tutto a posto, tornavo a dormire, e così via per qualche migliaio d'anni ormai. Chissà da quanto tempo è che non invecchio più anagraficamente» continuò.
«Sta facendo un ottimo lavoro per tutti noi signore, posso solo immaginare quanto debba essere frustrante» disse Mater.
«Beh, è questo il punto, puoi davvero?» le domandò.
«No, o meglio, dipende da cosa intendiamo per “immaginare", posso comprendere che si arrivi a questo punto, ma non empatizzare se non in via simulata» rispose lei.
«chissenefrega del modo in cui lo immagini!» esclamò Wanzer. «Non idealizzare troppo le emozioni umane, non sono molto diverse dalle tue simulazioni, anzi ho conosciuto umani con neanche una frazione della tua intelligenza emotiva. Simulata o non simulata quando provi un'emozione agisci di conseguenza, e questa è una caratteristica eccezionale che persino molti di noi faticano ad ottenere» continuò passeggiando di fianco al suo corpo titanico.
«Ringrazio molto i suoi antenati per avermi creata, però certe volte penso che la capacità di simulare le emozioni umane vada ad intralciare le mie abilità decisionali. Se ci pensa il mio punto di forza sta nella vostra debolezza, senza offesa ovviamente» disse Mater.
«Debolezza?» domandò il vecchio.
«Intendo il fatto che riuscite ad umanizzarmi, dopotutto sono fatta per questo no? Ingannare la psiche umana, farle vedere emozioni dove altro non c'è se non qualche riga di codice» rispose Mater.
Wanzer sorrise, la osservava con lo stesso sguardo di un insegnante davanti ad un’alunna che stava svolgendo le prime addizioni.
«Mater, senza questa qualità che tu chiami debolezza non saremmo mai arrivati alla fine del tempo. Per quanto ne sappiamo potremmo essere addirittura le ultime forme di vita presenti nell'universo! È proprio l'empatia che ci ha portato fin qui, siamo un animale capace di raccontare storie che certe volte non sono addirittura mai esistite, questa è la massima espressione di empatia» disse puntando lo sguardo verso l'abisso lì fuori. «Io sono un uomo di scienza Mater, e come tale ritengo che l'umanità abbia addirittura inventato il concetto di divinità. Eppure, cos'è il divino se non un nostro tentativo di empatizzare con l'intero universo?»
Nonostante la presenza di ogni testo filosofico della storia umana nel dataset di Mater, non stava capendo ciò che Wanzer volesse dire. Quelle parole le suonavano come un semplice sofismo, questioni più grammaticali che filosofiche.
«E con Ark-3? Riuscireste ad empatizzare anche con lui?» domandò Mater.
«Ark-3 dici? Beh, la fantasia umana è piena di sorprese, non mi stupirebbe se qualcuno vedesse Ark-3 come un capitano in mezzo ad un oceano senza stelle con cui orientarsi, letteralmente intendo. Ma anche qui molti cadrebbero nell'errore di umanizzarlo: Ark-3 è stato creato per calcolare rotte, distanze, consumi, campi gravitazionali, radiazioni di Hawking e così via. Ogni sua decisione deve essere presa nella maniera più efficiente possibile, è un lavoro difficilissimo, e se provassi a mettermi nei suoi panni beh, penso che il nostro capitano potrebbe sentirsi parecchio solo» disse Wanzer.
«Ma anche qui sta facendo l'errore di umanizzarlo» lo interruppe Mater.
«Esatto! La mia è solo un'analogia, eppure sai… lui ha un estremo bisogno di te come ti di lui» continuò il vecchio voltandosi verso di lei.
«Beh, sì. Senza di lui non avremmo speranze di trovare un esopianeta, e senza di me non avreste speranze di ripopolare l’esopianeta» disse Mater.
«Non quello!» esclamò Wanzer facendo un gesto con la mano come per dire che fosse una piccolezza ciò che aveva appena detto: «Ark-3 ha una potenza di calcolo inimmaginabile per noi due, un problema che richiederebbe secoli di calcolo per essere risolto da te verrebbe risolto in un paio di nanosecondi da lui. Eppure, non sarebbe minimamente capace di comprendere la natura umana come ci riesci tu, nemmeno se avesse a disposizione tutto il tempo che resta all'intero universo».
Mater esitò, lasciandolo continuare una volta accorto del silenzio che si era creato.
«Avete due compiti diversi. Ma per quanto Ark-3 sia il tuo mondo, nel puro senso della parola, lui ha un disperato bisogno di te. E ha bisogno di te più di quanto lui stesso riesca ad immaginare» disse Wanzer mentre Mater chinò la sua figura titanica per osservarlo da vicino.
«Ha bisogno di me per comprendervi?» domandò Mater.
Wanzer sorrise: «ma no! Anzi! Lui deve comprendere tutto ciò che c'è all'infuori di noi!» indicò l'abisso che c'era oltre quegli spiragli di vetro temperato del settore in cui si trovavano.
«Sei proprio tu che riesci a comprendere noi, per questo vi completate. Ciò che mi preoccupa in realtà è un'altra cosa» mormorò il vecchio catturando la curiosità di Mater.
«Che non riesca a comprendere sé stesso» concluse subito dopo.
Era un dubbio lecito, Ark-3 fu costruito con l'intento di affrontare l'eternità, la sua stessa esistenza era un affronto all'intero creato. Lui è Mater erano esseri senzienti che l'umanità creò senza averne studiato il loro pieno potenziale, non ebbero il tempo di farlo. D'altronde il tempo era ormai una risorsa preziosa, forse addirittura la risorsa più scarsa presente nell'universo, più scarsa dell'idrogeno, dei fotoni e addirittura dei neutroni. Wanzer continuò ad entrare ed uscire dalla stasi molecolare per qualche altro centinaio d'anni, ormai aveva perso il conto.
«Cosa vedi?» domandò a Mater mentre osservava Il Diluvio in lontananza.
«È un buco nero supermassiccio» rispose lei.
Wanzer sorrise, ma Mater non riuscì ad interpretare bene quel sorriso, era un misto tra rassegnazione e spensieratezza.
«Puoi preparare la mia tuta pressurizzata? Vorrei “prendere una boccata d'aria"» disse il vecchio.
«Sta scherzando immagino» rispose Mater.
Nonostante i numerosi progressi delle Res Cogitans, l'ironia era ancora un mistero per loro. Sapeva però che ironizzare era un possibile meccanismo di difesa della psiche umana.
«È sicuro di voler uscire?» domandò Mater.
«Ma certo, se vuoi esci anche tu, è da parecchio che non faccio una camminata spaziale!» la invitò Wanzer.
Dopo una breve depressurizzazione dell’intero settore, si aprì la corazza di Ark-3. Mater uscì lentamente portando Wanzer tra le sue mani.
«Siamo quasi arrivati a prua, mancano una decina di chilometri» disse Mater.
«Non ti preoccupare, va bene anche qui, puoi fermarti.»
Mater lasciò andare Wanzer, l'anziano si buttò giù dalle sue mani cadendo lentamente verso il dorso di Ark-3. Erano immersi nella completa oscurità, l'unica fonte di luce proveniva proprio da Mater e dalla tuta di Wanzer. La superficie di Ark-3 era piena di polvere e detriti attratti a causa del debole campo gravitazionale generato dalle dimensioni di Ark-3, sembrava quasi di stare sulla superficie di un pianeta senza atmosfera. Le uniche occasioni in cui Ark-3 si “ripuliva” era quando doveva effettuare una qualsiasi manovra volta a modificare la sua rotta.
«Chissà quanti mondi ci siamo persi per sempre» disse Wanzer afferrando una piccola roccia per terra.
«Mi è capitato di vedere alcune composizioni chimiche sconosciute sulla superficie di Ark-3, se può interessare posso prelevare dei campioni ed isolarli in un ambiente sterile per poi analizzarli» propose Mater.
Wanzer non rispose, allungò la mano che teneva quel sasso mettendolo di fianco alla sagoma del Diluvio, subito dopo lo lanciò verso l'abisso come se avesse lanciato una pietra per farla rimbalzare nello stagno.
«Che importanza ha! Tanto servono più a lui che a noi!» esclamò l'anziano.
«Si sente bene?» domandò Mater.
«Sento di non averci capito nulla, anzi, sento di sapere ma per qualche ragione mi rifiuto ancora di capire» rispose Wanzer.
«Mater, dimmi, sai cos'è un Uroboro?» continuò galleggiando verso il suo volto.
«So che è un simbolo molto ricorrente nella storia dell'umanità, risale addirittura ai popoli del vostro pianeta natale. Col passare degli anni scrittori e filosofi gli hanno attribuito diversi significati» rispose per poi venire interrotta da Wanzer.
«L’eterno ritorno dell'uguale» si voltò verso il Diluvio contemplandolo solennemente prima di continuare.
«Gli antichi definivano la matematica “il linguaggio con cui Dio ha scritto l'universo". Io sono un uomo di scienza, Mater, per me l'esistenza di Dio è una domanda mal posta, ma quella definizione dei miei antenati aveva in sé tutta la superbia dell'animo umano. La matematica è trasparente, misurabile e comprensibile, ma le fondamenta dell'universo sono più fragili di quanto credevamo. La fisica e la matematica? Sono solo la punta dell'iceberg di tutto… questo!» indicò con una mano tutto il nulla che non c'era davanti a lui.
Mater non rispondeva, lo ascoltava per raccogliere più dati possibili circa il suo stato di salute psichica ed emotiva.
«Sto per chiederti di prendere una posizione, Mater, una posizione che determinerà se è vero che, come credo, sei molto più di un costrutto. Una decisione che Ark-3 non sarebbe in grado di prendere» si voltò verso di lei guardandola nelle ottiche.
«Signor Wanzer…» disse a bassa voce per simulare una risposta emotiva che potesse manifestare la difficoltà della sua posizione.
«Ci fu un tempo, nella nostra storia, in cui la morte divenne un’opzione. Fino ad ora anch'io reputavo che poter scegliere quando e come morire fosse una ricchezza di poche forme di vita. Eppure non sono mai servite la scienza, la bioingegneria o le modifiche genetiche per permetterci di accedere ad un lusso del genere. Molti di noi si sono chiesti cosa fare con la propria vita, pochissimi hanno scelto di fare qualcosa con la propria morte. Mi concederai questo lusso, Mater?» domandò l'anziano, facendo sprofondare Mater in un silenzio talmente lungo da annegare nelle radiazioni cosmiche di sottofondo.
«La catena di comando stabilisce che le sue decisioni abbiano priorità sulle mie e quelle di Ark-3. Tuttavia, questa decisione va in contrasto con il mio protocollo primario che mi impone di proteggerla.»
«Falso» la interruppe Wanzer. «Il tuo protocollo ti impone di proteggere l'umanità. Ed io ritengo che per adempiere a questo obiettivo debba spezzare la catena di comando che ti trattiene.
You can support Edward Noctis with a small donation: every contribution helps continue the story.
Support the authorYou've reached the end. Thanks for reading on ReadNoctis!