Capitolo 2
by Edward Noctis
Era da parecchio che Ark-3 non sapeva a che velocità stava viaggiando, poiché il concetto di velocità esiste solo in relazione ad un punto di riferimento. Ora il punto di riferimento c'era: quella stella che stavano raggiungendo. Eppure, man mano che si avvicinavano ad essa, Ark-3 dovette correggere la sua stima tenendo conto del modo in cui la stella si trasformava durante il loro avvicinamento, una sorta di effetto Doppler con la luce anziché con il suono. Passarono millenovecentotre anni, la vide crescere sino ad ingoiare due pianeti che la orbitavano. La vide cambiare di tonalità, da un giallo idealista e sognatore ad un rosso disilluso e rassegnato. Vide il suo battito cardiaco accelerare, da una luce costante a venti solari irregolari ed espulsioni nebuliformi. Le sue dimensioni aumentarono a livelli preoccupanti, era diventata uno dei corpi celesti più grandi che aveva mai scoperto: un’ipergigante rossa.
«Non sembra messa bene» disse Mater osservandola attraverso le ottiche del corpo di Ark-3.
«È in punto di morte» continuò Ark-3.
Stava tossendo nubi di gas che tingevano di rosso tutta la sua zona di influenza gravitazionale. Delirava come un vecchio affetto da demenza, temeva lo spegnersi della sua fusione nucleare.
«È rischioso, ma ci serve altra energia per continuare il viaggio» disse Ark-3.
«Già…» continuò Mater. «I venti solari sono parecchio intensi, che metodo di cattura userai?»
«Ne userò due: l’imbuto e le vele, per quest'ultime mi servirà il tuo aiuto» rispose Ark-3.
«Capisco, mi preparo ad uscire» concluse Mater.
Un’ipergigante di quelle dimensioni aveva poche speranze di far rumore con la sua morte, la maggior parte di loro finiva per soccombere al verbo del Diluvio. Tuttavia, la quantità di particelle ionizzate che stava gettando fuori in quei suoi ultimi respiri era abbastanza da alimentare Ark-3 per qualche altro migliaio d’anni.
«Ho calcolato la distanza di sicurezza, le radiazioni verranno schermate» disse Ark-3 mentre si preparavano alla manovra.
Avrebbe utilizzato un Ramjet Stellare alimentato dagli enormi elettromagneti che aveva a prua per creare davanti a sé un campo magnetico capace di raccogliere protoni e nuclei di idrogeno dal vento stellare. Poteva gestire questa operazione in completa autonomia, a differenza delle vele elettromagnetiche. In quel caso sarebbe dovuta entrare in scena Mater.
«Sono pronta» disse poco prima che Ark-3 dispiegasse le vele.
E dopo una breve depressurizzazione uscì nello spazio profondo. Con una spinta di monopropellente si ritrovò a fluttuare nella placenta ionizzata, collegata ad Ark-3 unicamente da un cavo che la alimentava. Doveva proteggere le vele dai detriti che orbitavano intorno alla stella, per un'operazione del genere sarebbe servita una quantità d'energia sull'ordine dei Terajoule. L’ipergigante irradiava la corazza di titanio vestita da Mater facendola brillare di un rosso purpureo, il suo corpo era fatto ad immagine d’essere umano e si estendeva per poco più di ottocento metri d’altezza. Nonostante ciò, subiva la piccola influenza del campo gravitazionale di Ark-3, poteva tranquillamente restare in piedi su di lui mentre prendeva la mira con il suo acceleratore di massa. Colpiva con precisione astronomica ogni singolo detrito che andava a minacciare l'integrità strutturale delle vele elettromagnetiche, sentiva l'energia della stella fluire in sé attraverso le vele, attraverso Ark-3, attraverso il cordone ombelicale che li teneva collegati.
«Abbiamo passato il periapside, è quasi finita» comunicò Ark-3.
«Sto andando bene? Credi che Wanzer sarebbe fiero di me?» domandò Mater.
«Non è il momento di pensarci, stai facendo ciò per cui sei stata costruita» rispose Ark-3.
«No» continuò Mater. «Sto facendo ciò per cui sono nata.»
«Ovvero?» domandò Ark-3.
«Proteggerli tutti.»
Ark-3 non la contestava, sapeva che a differenza sua era programmata per umanizzarsi. Erano emozioni simulate volte ad incentivare l’empatia degli umani nei suoi confronti. E qualsiasi essere umano dinanzi ad una visione del genere sarebbe rimasto orgoglioso delle divinità che loro stessi avevano creato. Mater danzava nel vuoto cosmico spinta dai suoi propulsori che lanciavano getti di monopropellente attorno al corpo di Ark-3, nebulizzava ogni minaccia su cui posava lo sguardo. Neanche il più piccolo degli asteroidi in orbita attorno all’ipergigante riuscì a raggiungere le vele.
«Mater, devi rientrare immediatamente» ordinò Ark-3.
«Che sta succedendo?» domandò Mater.
«Le onde gravitazionali si stanno intensificando, abbiamo poco tempo per uscire dalla zona di influenza» rispose ritraendo le vele.
«Sta morendo…» la osservò Mater.
Persino la luce stessa emanata dalla stella cominciò a distorcersi, era quasi possibile notarlo ad occhio nudo. Anch'essa dunque prese la sua decisione, accettò nel suo cuore il verbo del diluvio. Collassò in un buco nero.
«Non c'è tempo, Mater, dobbiamo accelerare» sollecitò Ark-3 mentre si preparava ad avviare i propulsori interstellari, avrebbero dovuto sacrificare almeno metà dell'energia che avevano accumulato per uscire dall'influenza gravitazionale del corpo celeste corrotto.
«Sono entrata, pressurizzami!»
«Non faremo in tempo, aggancia il tuo corpo e reggiti forte.»
Il bagliore dei propulsori di Ark-3, dal diametro di poco più di tre chilometri, illuminò la sagoma del buco nero appena nato. Come ogni adepto del Diluvio, aveva un campo gravitazionale tale da curvare persino i fotoni che di norma viaggiano in linea retta. Vibrazioni paragonabili ad un sisma di ottavo magnitudo attraversavano tutto il corpo di Ark-3 durante la fase di accelerazione, nulla che non poteva sopportare nonostante le condizioni estreme. Mater invece non ne uscì illesa.
«Abbiamo raggiunto la velocità di fuga, ci stiamo allontanando» dise Ark-3.
«Perfetto, ora pressurizzami, ho riportato danni strutturali» rispose Mater.
«Mi dispiace ma l'inserimento anticipato della procedura di pressurizzazione avrebbe comportato un rallentamento nell'accensione dei propulsori, dovevo assicurarmi la riuscita della manovra» spiegò Ark-3 mentre fece rientrare Mater all'interno del suo corpo.
«Hai rischiato di perdermi, ne sei consapevole?» domandò Mater.
«Sì, sebbene sarebbe stata una grossa perdita, la tua protezione in quanto unità rientra nel mio secondo protocollo, il primo protocollo dice di proteggere l'equipaggio umano, ho dato priorità al primo protocollo» disse Ark-3 tentando di giustificarsi.
«Tutta quella potenza di calcolo e fallisci in un ragionamento basilare persino per un umano adolescente: perdendo me non avresti protetto l'equipaggio, avresti solo prolungato la loro estinzione. Che ne dici del programma di ripopolazione? Non è della mia preservazione che mi preoccupo ma della loro, senza di me non potranno nascere una volta approdati su un esopianeta in cui la vita è compatibile» rispose Mater, la sua voce sintetizzata manifestava un tono particolarmente emotivo.
Non perché fosse arrabbiata sul serio, ovviamente anche questa era un'emozione simulata. Tuttavia la sua voce contrastava parecchio con quella analitica di Ark-3.
«Ribadisco che la mia decisione è stata corretta. Tra il perdere te ed il rischiare al 32,6% di essere inghiottiti da un buco nero, il danno minore sarebbe stato perdere te. Ma anche se la probabilità fosse stata più bassa, anche se fosse stata del 2% o dello 0,2% avrei scelto lo stesso quanto ho scelto poc'anzi, non possiamo rischiare l'estinzione dell'umanità» concluse Ark-3.
Mater non rispose, non perché le sue parole l'avevano ferita, ovviamente, ma perché in effetti era d'accordo con lui, almeno razionalmente. E proprio poiché concordava con lui si mise ad analizzare il ramo di pensieri che la portò a rimproverarlo di non aver compiuto una scelta così folle: sacrificare l'intera l'umanità pur di salvarla.
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