Capitolo 7 - Nunc Minerva
by Edward Noctis
Non volevo che quella rabbia passasse, ma le emomacchine riuscirono a sopprimere il mio stato emotivo. Me ne stavo chiusa nella mia cabina ad allenarmi e fissare il soffitto tra un set e l'altro, l'unico modo che avevo per posticipare quei pensieri che, in cuor mio, sapevo mi avrebbero raggiunta prima o poi.
«Ci sei?» disse qualcuno che bussò alla mia porta.
Riconobbi subito quella voce ed ebbi la conferma non appena la aprii.
«Sybil!» esclamai abbracciandola e lasciandola subito dopo che mi accorsi di ciò che stavo facendo.
«Scusa, non so che mi è preso, ultimamente le mie emomacchine sono un po'...» cercai di giustificarmi mentre rideva.
«Ah, che palle che sei!» disse abbracciandomi a sua volta, senza lasciarmi.
«Ho sentito la vostra discussione mentre ero in coma, o meglio, diciamo che il mio corpo l'ha sentita ed ho preso coscienza di quella memoria al mio risveglio. Come ti senti?»
«Dovrei chiederlo io a te» risposi.
Mollò la presa e mi guardò sorridendo, sembrava più in salute di me. Passeggiammo un po' insieme parlando del più e del meno lungo i corridoi dell'Ottavo Pilastro, presto ci accorgemmo di come ogni altro soldato che incrociavamo lungo la via sembrava tenermi d'occhio.
«C'è un elefante nella stanza che non possiamo ignorare a quanto pare» disse Sybil alzando di poco la voce per farsi sentire di proposito anche dai passanti, smisero subito di fissarmi.
«Perché non mi hai detto subito che sono la figlia di Alexandros Vanguard?» domandai.
«Era giusto che fosse lui stesso a dirtelo» rispose scuotendo la testa.
Continuai a camminare restando in silenzio, senza alcuna destinazione, come se volessi allontanarmi da qualcosa che neanch'io riuscivo ad identificare. Sybil lo notò ed accelerò il passo per mettersi davanti a me.
«Senti, non ti fossilizzare su questa cosa. Tu non sei un prolungamento dei tuoi genitori, tuo padre non voleva farti ereditare i crimini da lui commessi, non voleva che le sue scelte tracciassero il tuo destino» disse stringendomi per le spalle.
«Ti ha donato il potere di scrivere la tua storia, di proteggere i tuoi sogni affrontando interi eserciti. Tu non sei solo la figlia di Alexandros Vanguard, sei molto di più!» continuò sorridendomi.
«Lo apprezzo davvero tanto» risposi, forse aveva ragione lei.
«E comunque “Ember Vanguard” suona benissimo» aggiunse.
«Ok, adesso non lo apprezzo più» risposi scherzosamente.
Le nostre risate vennero interrotte dal suono della sirena dell'Ottavo Pilastro, era il preavviso di manovra orbitale.
«Così a caso?» esclamò Sybil stupita.
«Ancoriamoci lì» dissi indicando un punto del corridoio con delle cinghie di aggancio libere.
Hanno quasi la stessa funzione delle cinture di sicurezza di un veicolo, con l'unica differenza che il loro scopo è quello di ancorare i membri dell'equipaggio a punti fissi durante i cambi di rotta. Ogni nave ne ha tante quante il numero massimo di persone consentito in ogni stanza per assicurarsi che nessuno si schianti da qualche parte.
«Stiamo abbassando il periapside?» chiese Sybil mentre stringeva le cinghie intorno al suo bacino.
«Ti sembra che me ne intenda di viaggi spaziali?» risposi controllando il gancio delle mie cinghie.
«Ah beh, tieniti forte!» esclamò mentre l'intero Ottavo Pilastro cominciò a vibrare.
All'improvviso ci sentimmo appese al soffitto, ovviamente le cinghie di aggancio venivano montate in modo che l'equipaggio fosse ancorato dando di spalle alla prua della nave, così da evitare di venir colpiti da qualche oggetto non ancorato alla struttura in fase di accelerazione. La manovra durò circa dieci minuti, in seguito un breve segnale acustico diede a tutti il via libera per sganciarsi.
«Sembrava non finire mai, che cavolo succede?» domandò Sybil cercando di riprendere fiato.
«Nulla di buono» risposi facendole alzare lo sguardo verso una delle piantine della nave: la spia di depressurizzazione era accesa.
«Prendiamo un casco e saliamo sul ponte il prima possibile. Ti aspetto tra dieci minuti alla navetta, dobbiamo capire che sta succedendo» dissi mentre Sybil annuiva, mi abbracciò rapidamente e corse verso la sua cabina.
«Eccomi!» arrivò in ritardo, ma almeno aveva collegato il casco alla tuta.
«Andiamo» dissi salendo sulla navetta.
La gravità diventava sempre più debole man mano che ci avvicinavamo verso l'asse di rotazione dell'Ottavo Pilastro. Una breve salita con una vista spettacolare attraverso un minuscolo oblò. E dopo che il varcò esterno della navetta si sigillò, le porte si aprirono.
«Che sta succedendo?» domandai avvicinandomi verso la sagoma di Vanguard, anche lui indossava già il casco.
Sembrava ignorarmi, balzava in microgravità da una parte all'altra del ponte premendo tasti, scrivendo righe di comando su terminali e blaterando termini astronomici che non capivo ai navigatori.
«Allora, mi vuoi ascoltare?» esclamai cercando di afferrargli un braccio.
Mi accorsi che non mi stava ignorando affatto, era più che consapevole della mia presenza: afferrò il mio polso senza nemmeno voltarsi.
«Se tenete alla vostra vita più che ai vostri ideali, occupate una capsula e state pronte ad evacuare» disse lasciandomi andare.
Poi si voltò esibendo dinanzi a me il riflesso dell'abisso che i suoi occhi avevano osservato. Indietreggiai mentre fluttuava verso uno dei terminali, facendo così partire quella che sembrava la registrazione di un'intercettazione.
«Beh veda di risolverla perché qui la situazione è fuori controllo! Si ammazzano con sassi e bastoni in ogni città, persino in Oceania c'è la guerra civile ormai! Che risorse ho per aiutarla? Che valore ha tutto l'oro del mondo se il sistema economico cessa di esistere?»
«Si calmi, Signor Presidente. La situazione verrà risolta, ma deve prendere atto che per il momento lei è un uomo non più importante di tutti gli altri.»
«Abbassi la cresta, Grounder! Le abbiamo dato il potere di amministrare gli eserciti di ogni schieramento, e nonostante ciò si è fatto fottere da Vanguard e la sua milizietta di terroristi!»
«Il potere, Signor Presidente? Vede, tra tutti gli attori della nostra pagina di storia lei è quello più ignaro di ciò che sia il potere. Si chiede che valore possa avere tutto l'oro del mondo qualora il sistema economico cessasse di esistere ma non si chiede cos'è che porta un lingotto d'oro ad avere più valore di un container di cibo sufficiente per sfamare decine di famiglie» non riuscivamo a credere alle nostre orecchie, era davvero Grounder.
«Il potere che lei esercitava si basava su concetti immaginari, un potere destinato a svanire dal momento in cui il suo popolo ha cessato di immaginare. Il potere che io, che i miei uomini, che Vanguard con "la sua milizietta di terroristi", che tutti noi e che persino i civili in rivolta sulla Terra stanno esercitando è autentico ed incorruttibile. Le armi, Signor Presidente. La violenza, l'imposizione, la prevaricazione. È questa l'unica forma di potere compatibile con la natura umana. E in questo momento un suo cittadino qualunque con un bastone in mano ha più potere di lei.»
Le trasmissioni provenienti dal presidente dell'Eurasia vennero interrotte da suoni di urla, tonfi e vetri rotti.
«Chi controlla le armi, controlla la storia. E in questo momento storico c'è solo un modo per riportare la situazione sotto controllo. Ci sta ascoltando immagino, Dottor Vanguard» la registrazione si interruppe con quelle parole.
«Non era a bordo della Agamennone, voleva usarla per aprirsi un varco rompendo le difese orbitali di Lua e portare il Monolite lassù» disse Vanguard.
«Ma poco fa ha lanciato un attacco coordinato approfittando dell'efficienza ridotta dell'artiglieria automatica a causa del reattore Higgs» continuò abbassando lo sguardo.
«Quante perdite?» domandò Sybil.
«Gli sono rimasti due incrociatori, tre cannoniere e poco più di diecimila soldati, seicento di questi sono attualmente all'interno di Lua» rispose.
Erano troppi, l'Ottavo Pilastro era equipaggiato unicamente per la guerra elettronica. Poteva difendersi dalle cannoniere senza alcun problema, ma gli incrociatori eurasiatici erano un vero e proprio salto quantico in termini di tecnologia bellica.
«Quanto è potente l'impronta radar dell'Ottavo Pilastro con i sistemi a piena potenza?» domandai pensando a qualcosa.
«Già che ci sei puoi anche uscire per una camminata spaziale con un pennello e un barattolo di vernice rossa e dipingerci un bersaglio sopra» rispose Sybil con tono ironico.
«E quanto tempo potrebbe metterci il Monolite a manomettere il codice di Lua?» chiesi a Vanguard.
«Se ipotizziamo che è già stato connesso al mainframe, circa sedici ore a partire da adesso» rispose.
«Allora potrebbe esserci un modo!» esclamai ripensando alle volte in cui sono stata a bordo di uno degli incrociatori.
«Ember, è già sbagliata la premessa, non possiamo avvicinarci al perimetro di Lua con un'impronta radar così forte. La barriera magnetica dell'Ottavo Pilastro può deviare solo proiettili fisici, non particelle. Gli incrociatori ci abbatteranno» disse Sybil preoccupata.
«Non ho intenzione di farci ammazzare, ma se devo rischiare la vita per evitare che i due mondi finiscano nelle mani di Grounder, sono pronta a farlo!» alzai la voce facendo voltare tutto l'equipaggio sul ponte.
Lo stesso Vanguard non aveva più la solita espressione sul volto. Mentre mi guardava, l'abisso nei suoi occhi sembrava meno profondo.
«Un'ultima domanda... ti fidi di me?» dissi rivolgendomi proprio a lui.
«Dal giorno in cui ti ho ritrovata» rispose senza esitare, annullando ogni mio dubbio.
Dopo dodici ore di viaggio, ad una distanza di circa cinquemila chilometri da Lua, la guerra elettronica tra l'Ottavo Pilastro e la flotta di Grounder cominciò. La barriera magnetica e l'artiglieria difensiva stavano lavorando al massimo dell'efficienza, ciò spinse uno degli incrociatori ad entrare nel raggio ottimale delle sue torrette. Il secondo incrociatore rimase fermo invece, classica dottrina eurasiatica. Ciò che non riuscirono a vedere a causa dell'enorme impronta radar dell'Ottavo Pilastro e del loro telaio stealth erano quattro shuttle batteriofagi ancorati su ciascun incrociatore: io ero a bordo di uno di questi. Non entrammo all'interno degli incrociatori ma depressurizzammo gli shuttle affinché potessimo uscire nello spazio profondo una volta che la fase di accelerazione terminò. La mia squadra aveva poco tempo a differenza di quella di Barney, sull'incrociatore rimasto fermo. Ma fortunatamente riuscimmo ad avvicinarci alle quattro torrette per piazzarci quattro cariche. Non ci videro né con il radar né con i loro occhi, quelle torrette venivano montate in punti ciechi, nascosti da ogni oblò per evitare danni alla vista accidentali. L'intera operazione avvenne in completo silenzio radio. Tornammo a bordo dei nostri shuttle, ci staccammo dall'incrociatore e, come concordato nel briefing, ricevemmo il segnale di Vanguard allo scadere delle due ore dalla partenza degli shuttle.
«Vento rovente!» gridò alla radio.
In cuore mio speravo l'avessero intercettato e decriptato in tempo reale, quattro esplosioni partirono da ciascun incrociatore. Con enorme sorpresa quello della squadra di Barney collassò a causa di una falla nello scafo.
«Colpa mia!» esclamò proprio lui.
«Hai scambiato il plastico quattrocento con il plastico quattromila o cosa?» disse il pilota del mio shuttle alla radio.
«Se devo morire per ciò in cui credo, voglio che la mia morte faccia più rumore possibile!» rispose Barney.
«Idiota, nello spazio non viaggia il suono, non puoi fare rumore» scherzò Sybil.
«Sicura? Sta a vedere!» continuò qualcuno che non conoscevo, probabilmente qualche pilota combattente partito dall'Ottavo Pilastro.
L'intero perimetro di Lua si riempì di polvere e detriti in meno di un minuto, quella che un tempo era la fortezza astrale più sorvegliata divenne un campo di battaglia. Per ogni soldato delle crisalidi caduto morirono almeno tre uomini di Grounder, non aveva più senso chiamarli eurasiatici. Combattevano per un ideale, per una loro visione del mondo, non più per una bandiera. L'Ottavo Pilastro si fece strada verso il ponte di attracco di Lua danneggiando due cannoniere lungo la via. Giunto in prossimità cessarono il fuoco pur di non colpire ciò che non volevano danneggiare, a noi invece sarebbe servito qualcosa di molto più grosso per buttarla giù.
«Dov'è Vanguard?» domandai a Sybil non appena ci riunimmo sul ponte.
Cercava di ripararsi dal fuoco nemico, non mi rispose ma indicò l'ultima cannoniera rimasta intera. Dovetti attivare lo zoom attraverso l'interfaccia del mio elmo per vederlo: balzava aggrappandosi tra una sporgenza e l'altra della cannoniera con i propulsori a piena potenza, conficcò la sua spada tra le fessure della fusoliera come se stesse trafiggendo la corazza di un drago, afferrò la valvola di rilascio d'emergenza delle porte ermetiche e la tirò con tutta la sua forza. E per aprire quella valvola in condizioni di vuoto atmosferico, ne serviva assai di forza. Strappò via il cuore di quel drago lasciando l'intero equipaggio senza pressione, e come se nulla fosse balzò verso il ponte correggendo la traiettoria con i flussi di monopropellente della sua tuta. Il relitto della cannoniera passò proprio sopra le nostre teste, in rotta di contatto con l'atmosfera di Marte. Vanguard, invece di riunirsi a noi, si schiantò verso la fine del ponte per rompere le linee di difesa nemiche.
«Avanzate!» gridai a tutti correndo allo scoperto e facendo fuoco di soppressione.
I propulsori reattivi della mia tuta faticavano a farmi avanzare a causa del rinculo del mio fucile, ma passata la nube di polvere che si era creata a metà del ponte cessammo il fuoco. Vanguard stava facendo fuori gli ultimi due senza nemmeno usare la sua spada, ruppe l'elmo del primo con una gomitata e scaraventò il secondo nello spazio profondo con un calcio così forte che provocò un malfunzionamento ai propulsori reattivi della sua tuta.
«Grounder!» ruggì davanti alla porta ermetica sigillata.
«So che ci stai ascoltando, vieni fuori ed affrontami!» gridava aprendo le braccia mentre un sibilo d'aria uscì di getto dalla porta, stava usando le sue dermomacchine per forzare la porta.
«Coprite l'area!» ordinai facendo mettere i pochi di noi rimasti ai lati della porta.
Vanguard riuscì ad aprirla, ma entrò passando davanti a noi con l'elmo pieno di fumo e condensa, Dio solo sapeva le ustioni che si era procurato sul corpo.
«Andiamo!» disse Barney rompendo quell'atmosfera tetra.
Entrammo nella stanza ermetica e sigillammo la porta manualmente, la stanza cominciò a ripressurizzarsi per poi darci il via libera una volta che l'aria era respirabile. Vanguard si tolse l'elmo per prendere fiato e lo gettò ad un lato della stanza, stagnando l'aria di fumo e odore di carne bruciata.
«Prima che la seconda porta si apra ci terrei a dire una cosa a tutti voi» mormorò respirando a fatica.
«Ricordate questo giorno, perché qualora dovessimo vincere verranno distrutti entrambi i mondi. Starà a voi decidere come ricostruirli, ricordate la vostra storia, ricordate i vostri errori. Sia nel bene che nel male, sia nell'oro che nel sangue, sia nella pace che nella guerra, sia nella gioia che nella tristezza. Non distogliete lo sguardo dinanzi a ciò che vi fa del male, non nascondetelo dalla vostra vista, guardatelo dritto negli occhi!» disse gonfiando il petto dinanzi alla porta che cominciava ad aprirsi.
«Ma qualora dovessimo perdere...» cominciò ad alzare la voce mentre un fascio di luce lo irradiava dividendo a metà la sua figura.
«Mostrategli il peggio di voi!» gridò balzando in avanti brandendo la sua spada contro un'orda di soldati.
Aprimmo il fuoco avanzando di copertura in copertura, gocce di sangue galleggianti brillavano riflettendo la luce del corridoio verso il terminale di accesso, una vera e propria cattedrale di metallo. Le perdite erano gravi, la mira assistita dei loro fucili conferiva un enorme vantaggio tattico in assenza di gravità, noi invece a malapena riuscimmo a vederli tra tutti quei detriti. Avevo ancora quattro caricatori addosso ed uno inserito ma i nostri colpi non andavano a segno facilmente come i loro.
«Gettate le armi, avete già perso!» riconobbi la voce di Grounder, vidi la sua sagoma scontrarsi a colpi di spada con quella di Vanguard.
Uno scontro sleale dove dovette stare attento anche ai colpi dei suoi uomini oltre che quelli di Grounder, non lo lasciavano avvicinare al Monolite. Provai a sparare al terminale dove era inserito ma sotto il fuoco nemico non era facile prendere la mira, mi restavano tre caricatori. Ero rimasta al riparo dietro una trave portante mentre gli altri dovettero indietreggiare, erano quasi tornati alla camera ermetica mentre le forze eurasiatiche avanzavano verso le nostre coperture. Scorsi lo sguardo di Sybil al riparo dietro un muretto, un breve sguardo che bastò per dirmi tutto. Rimasi nascosta ad attendere la loro avanzata ed ammazzai cinque di loro con una smitragliata non appena si affacciarono. Due caricatori. Sybil, Barney e altri diciotto di noi ancora in vita mi coprirono mentre avanzai verso la loro copertura.
«Alterniamoci, fate contare ogni singolo proiettile!» dissi una volta riunita a loro, non dovevano sapere che eravamo quasi a secco.
«Lo chiedo un'ultima volta, Dottor Vanguard. Dia l'ordine di gettare le armi!» echeggiò la voce di Grounder.
«Ordini? Credi che vi stiano sparando per un mio ordine?» sghignazzò Vanguard mentre veniva accerchiato.
«Tra quei soldati c'è tua figlia, immagino. Vuoi davvero che la sua vita termini in questo modo?» disse provocando una mia reazione.
«Tu provaci, dannato figlio di puttana!» gridai affacciandomi di troppo, Sybil mi strattonò il braccio salvandomi da qualche proiettile nemico.
«Allora non hai capito proprio niente!» udii la voce di Vanguard rompere quel breve attimo in cui le armi tacevano.
«Non esiste tiranno capace di imporre il suo volere su di lei, non ne sono in grado io, pensi di riuscirci tu?» non potevo vederlo ma sentivo che stava sorridendo.
Le due lame si incrociarono in una sinfonia metallica dal ritmo irregolare, un crescendo, un aumento incessante di battiti al minuto, un solo caricatore restante. Il crescendo si arrestò quando le luci all'interno di Lua cominciarono a sfarfallare.
«No...» sussurrai estraendo l'ultimo caricatore e controllando se ci fosse qualche proiettile ancora in canna.
«Dunque è così che finirà...» disse Sybil tenendomi per mano mentre i soldati di Grounder ci circondavano.
Avevamo perso, Vanguard si ritrovò puntata contro la stessa pistola di quel giorno che mi raccontò.
«È finita, Alex» disse mentre preparava il colpo.
«Chi controlla le armi, controlla la storia. E tutti noi siamo stanchi dell'epoca in cui viviamo» pronunciò quelle parole poco prima di fare fuoco.
Ma la sua arma non sparò.
«Ma che?» esclamò Grounder voltandosi verso gli ingegneri increduli vicino al Monolite.
«Sparate, dannazione!» ma nessun'arma sparò, nemmeno quelle che puntavano verso di noi, nemmeno le loro armi secondarie.
«Cosa diamine hai fatto?» gridò Grounder adirato verso Vanguard, ma nemmeno lui sembrava aver capito.
Poi, un miraggio inaspettato: tutte le armi cominciarono a cantare in coro, usando la variazione di frequenza dei loro processori per emettere suoni statici.
«Cosa... sta succedendo?» disse Barney.
«Questa è Bicycle Built for Two!» esclamò Sybil meravigliata.
«Nel 1962 riuscirono a farla cantare ad un IBM 704» continuò.
«Questo non risponde alla domanda» ribatté Barney.
La canzone si interruppe a metà strofa. Lasciò lo spazio alla voce di una donna, una voce bellissima nonostante le interferenze statiche dei processori, una voce piena di speranza nonostante le sue parole, una voce familiare nonostante non l'avessi mai sentita prima d'ora.
«Registro questo messaggio augurandomi che nessuno lo ascolti mai.»
Vidi Vanguard spalancare gli occhi dallo stupore, confermandomi l'identità di quella donna.
«Poiché semmai qualcuno dovesse ascoltarlo, vorrà dire che ho fallito. Fallito nel concretizzare quell'immagine di un mondo dove la violenza viene ridotta allo stretto necessario.»
Sybil mi fissò, la sua voce era straordinariamente simile alla mia sotto certi aspetti.
«Fallito nel credere che nessun essere umano volesse veramente compiere o ricevere del male.»
Avanzai in mezzo alle truppe di Grounder ormai disarmate, sapevano che nel corpo a corpo li avrei stesi facilmente, pertanto indietreggiarono.
«Alex mi mise in guardia anni fa, che non è possibile brillare di luce senza proiettare alcun tipo di ombra. Beh, più passano gli anni più quelle ombre circondano ogni angolo delle nostre vite. Si interessano a ciò che stiamo creando, ma per i motivi sbagliati.»
«Il codice, il codice sta sparendo!» gridarono gli ingegneri vicino al Monolite.
«Nonostante tutto, voglio fidarmi della mia visione del mondo, così come Alex ha deciso di fidarsi di me. Più brilli di luce, più proietti ombre altrettanto grandi... è vero, Alex, ma l'oscurità è autosufficiente, la luce invece necessità di compromessi per vivere.»
Vanguard abbassò lo sguardo coprendosi gli occhi lucidi con le punte scure dei suoi capelli.
«Poiché se le luci smettessero di brillare, l'intero universo cadrebbe nelle tenebre.»
In quel momento, scattò in avanti caricando Grounder con arcate più potenti delle precedenti. Grounder riuscì a bloccarle con estrema difficoltà ma ciò divenne irrilevante. Vanguard gridò afferrandolo per il collo e attivando i propulsori reattivi della sua tuta per schiantarsi a terra con tutto il suo peso. Il pavimento in vetroresina sotto i nostri piedi si crepò all'impatto. Non si ruppe, ma l'intera area in prossimità della zona d'impatto venne avvolta in una cupola di polvere cristallina che andava a mischiarsi alle sue lacrime. Fu la seconda volta che vidi Vanguard piangere, fu la prima volta che vidi Grounder sanguinare.
«Vedi di ringraziarla ogni giorno della tua vita, perché in questo momento l'unica forza che mi sta trattenendo dallo spaccarti la faccia è proprio la sua voce!» gridò Vanguard.
«Per quanto tu possa averla voluta morta, lei non sarebbe mai scesa a tanto, aveva capito le tue intenzioni più di me sin dall'inizio!» disse tirandogli un calcio talmente forte da farlo volare lungo il corridoio.
«Prendi le tue truppe e va a sistemare il casino sulla Terra prima che cambi idea, e spargi la voce che da questo giorno Marte è sotto la nostra protezione!»
Grounder alzò lo sguardo a fatica, il suo volto era impregnato di sangue. Aprì la bocca ma non riusciva a parlare, le sue ferite erano gravissime. Con un leggero flusso di monopropellente dalla sua tuta, Vanguard avanzò riunendosi a noi.
«Avete dodici ore per sgomberare il perimetro. Se qualcuno di voi vuole ancora provare a combattere, è libero di attaccare sia me che i miei uomini» disse ai soldati di Grounder senza nemmeno voltarsi.
Eppure nessuno si fece avanti. Ora che tutte le armi da fuoco erano diventate inutilizzabili sembravamo noi gli unici soldati lì dentro, nonostante fossimo a secco di munizioni. Si limitarono a soccorrere i loro feriti ed evacuare l'area con qualche shuttle da estrazione.
Così quella battaglia terminò, ma la guerra non sarebbe finita finché il relitto di Lua era ancora presente. Ci vollero due giorni interi e parecchie tonnellate di carburante per deviare la sua orbita, due giorni in cui la notizia si sparse in tutto il pianeta rosso. Marte venne liberato, e Lua, che un tempo lo opprimeva, stava per bruciare nella sua atmosfera. I pochi detriti rimasti sarebbero affondati nel Mare Purpureo, eliminando qualsiasi speranza di ricostruzione mediante ingegneria inversa. L'Ottavo Pilastro stava per partire, a breve ci saremmo allontanati da Lua per sorvegliare i cieli di Marte. Ma Vanguard, a quanto pare, aveva ancora una missione da compiere.
«Ti ho cercato per tutta la nave» dissi avvicinandomi a lui.
Eravamo all'esterno dell'Ottavo Pilastro, nello spazio profondo. Lui aveva la stessa tuta di quel giorno a differenza mia, con una tuta da combattimento munita di propulsori reattivi poteva muoversi liberamente senza essere agganciato all'Ottavo Pilastro.
«Stiamo per partire, aspettano solo il tuo ordine» dissi voltandomi per tornare dentro.
«Da oggi sei tu al comando, Ember» rispose richiamando la mia attenzione.
«Io devo ancora pagare per i miei crimini» aggiunse subito dopo.
«Ma che cazzo stai dicendo?» dissi afferrandogli un braccio per riavvicinarmi, lui non reagì affatto.
«Tutte le tue armi sono inutilizzabili ormai, verranno smontate o distrutte, Lua verrà distrutta! Puoi finalmente vivere in un tempo di pace!» cercai di convincerlo, ma lui era ancora più convinto di ciò che stava dicendo.
«C'è ancora un'arma che devo distruggere» rispose voltandosi verso di me.
«Quell'arma sono io» disse con un accenno di sorriso, non capivo come poteva sorridere in una situazione del genere.
«Le tue dermomacchine...» cercai di capire, lui annuì.
«Ogni pista che possa facilitare la ricostruzione dell'hardware o del software di Lua va cancellata dalla storia. Il mio corpo, la mia mente, la mia memoria. Io sono una di queste piste, non posso permettermi di restare in vita» disse accarezzandomi l'elmo con una mano, in qualche modo, riuscivo a sentire il calore di quella carezza.
Lo abbracciai per la prima volta, come ultimo tentativo per convincerlo a restare.
«Ricordi ancora la teoria della dualità?» domandò ricambiando l'abbraccio.
Risposi annuendo mentre il sole sorgeva sotto ai nostri piedi illuminando uno spicchio di atmosfera marziana.
«Sai, nemmeno tua madre riuscì a farmi cambiare idea a riguardo. Credevo che non si potesse esercitare il bene senza comprendere a pieno il male. Credevo che non fosse possibile portare amore senza aver sperimentato l'odio. Credevo che per ogni forza in moto fosse presente anche un'altra forza, uguale e contraria» disse stringendomi ancora più forte.
«Eppure, forse mi sbagliavo. Forse esiste davvero una forza capace di ribellarsi a questo sistema, una forza capace di far comprendere l'odio ad intere popolazioni senza spargimenti di sangue. L'ho capito solo grazie a te.»
«Di che forza stai parlando?» domandai chiudendo lentamente gli occhi.
Lui rimase in silenzio per un po'. Sentivo la sua mente attraversare flussi di pensieri incessanti, sentivo il suo cuore battere attraverso gli strati delle nostre tute. Poi, sentii il vuoto dello spazio profondo.
«Dell'arte» rispose lasciandomi andare ed attivando i propulsori della sua tuta.
«No!» gridai cercando di afferrarlo mentre si allontanava dall'Ottavo Pilastro.
«Aspetta!» tentai di sganciarmi senza successo.
«Papà!» gridai con tutta la forza che avevo nei polmoni.
Volevo che mi sentisse a tutti i costi e non solo attraverso le onde radio. Allungai la mia mano verso di lui ma era ormai troppo lontano, avrebbe raggiunto il relitto di Lua da lì a poco. Si voltò lentamente permettendomi di scrutare attraverso il vetro del suo elmo, stava sorridendo. Quella fu l'ultima volta che lo vidi, l'ultima memoria che ho di mio padre. Un uomo responsabile di parecchi errori, ma che si fece carico di ognuno di essi. Un uomo capace di gettare il mondo tra le fiamme pur di realizzare i sogni della donna che amava. Un uomo che riponeva così tanta fiducia in lei da mettere in discussione i suoi stessi ideali. Un uomo che non si diede pace pur di lasciarmi in eredità il migliore dei mondi possibili.
Io, sono figlia di quell'uomo.
Io, sono figlia di quella donna.
Io, sono figlia della guerra.
Io, sono figlia della pace.
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