Capitolo 3 - Hannibal ad portas

Capitolo 3 - Hannibal ad portas

by Edward Noctis

«La cena!»

Un piatto con due pezzi di carne coltivata e barrette di qualche tipo scivolò dentro la mia cella. Sapevano di spugna, un concentrato di macronutrienti isolati per tenere in forma i soldati durante il loro periodo di detenzione. I singoli ingranaggi dell'economia bellica potevano avere il diritto di fermarsi, ma non di arrugginirsi. Tutto ciò era irrilevante per me, probabilmente mi avrebbero giustiziata da lì a poco. Quelli come me avevano l'obiettivo di morire sin dal principio, per questo venivamo sempre mandati in prima linea, ci definivano "carne da cannone": dei veri e propri cuscini viventi usati per ammortizzare la caduta. Le nostre morti servivano ad evitare quelle dei terrestri. Tuttavia, offensiva dopo offensiva, assalto dopo assalto, io continuavo a sopravvivere. Riuscii a capirlo solo mentre passavo giorni rinchiusa in quella cella: quel bastardo su Marte aveva ragione. Il campo di battaglia era il mio habitat naturale, il fucile era un'estensione del mio corpo, quelli con una bandiera diversa dalla mia sulla loro uniforme erano la mia preda. Venir privata da tutto questo mi fece sentire come un uccello a cui avevano appena tagliato le ali, così tanto che l'unica cosa che sognavo era il mio fucile. Mi svegliavo più volte nel cuore della notte gridando cose come "ore tre!", "contatto!" o "fuoco in buca!" per poi beccarmi un "hai rotto il cazzo!" come risposta proveniente dalla cella adiacente alla mia. Facevo flessioni, air boxing, squat quotidiani, qualsiasi cosa per emulare lo sforzo fisico a cui ero sottoposta nel campo di battaglia. Le guardie ed i miei vicini di cella non ne potevano più.

«È una cazzo di valchiria quella lì, stiamo contenendo un incendio in uno spazio di nove metri quadri!» disse uno di loro vicino alla porta della mia cella.

Ed uno di quei giorni, proprio quando sentivo di essere arrivata al limite, successe qualcosa. Uno strano rumore metallico che non avevo mai sentito durante la mia permanenza all'interno di quella cella. Istintivamente interruppi qualsiasi movimento stessi facendo per concentrare tutta la mia attenzione sul mio udito, sentivo lo stesso rumore ripetersi una seconda e poi una terza volta, veniva dall'alto! Sbirciai fuori dalla piccola finestra verso l'esterno della mia cella per cercare di localizzare la sorgente del rumore, e proprio in quel momento successe tutto in una frazione di secondo: vidi due figure in uniforme cadere coordinatamente dal soffitto neutralizzando le due guardie che sorvegliavano il nostro ramo. Nello stesso istante apparvero altri due soldati ai lati della stanza che lanciavano fulmineamente qualcosa in ogni cella da sinistra verso destra. Capii cosa fosse soltanto quando fu il mio turno, la riconobbi istintivamente dalla forma prima che si attivasse: era una granata soporifera a rilascio prolungato. Mi misi subito in piedi sopra al letto trattenendo il respiro, fu un'azione involontaria del mio corpo. Cercavo di portare la mia testa più in alto possibile poiché sapevo, per esperienza personale, che il gas rilasciato da quella granata era più pesante dell'aria. Giocò a mio favore anche la gravità artificiale della stazione dato che era calibrata su quella terrestre. Feci un altro breve respiro per poi riprendere l'apnea, e proprio in quel momento sentivo i soldati aprire le porte delle celle in fondo alla stanza, le prime che vennero riempite di gas. Non sapevo chi fossero ma erano stati addestrati bene, ogni loro azione avveniva con il tempismo giusto. Venne il turno della mia stanza, la serratura elettronica della mia cella venne disattivata e la porta si spalancò facendo entrare uno di quei soldati. Non vedendo il mio corpo a terra si voltò prima a sinistra e poi a destra cercando di capire dove fossi. Gli piombai addosso prima che potesse notarmi, rompendogli il filtro della maschera antigas per poi scattare fuori dalla cella.

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«Ma che?» disse uno degli altri tre soldati quando mi vide uscire fuori.

Esplosero un paio di colpi silenziati ordinandomi di fermarmi ma mi mancarono completamente. Tuttavia, non appena varcai l'uscita del ramo dove ero rinchiusa, mi ritrovai con la faccia a terra in una frazione di secondo. Voltandomi notai uno di loro che mi guardava dall'alto in basso, l'unica parte del volto che potevo scorgere erano i suoi occhi a causa della maschera antigas. Mi rialzai cercando di colpirlo dato che era disarmato, ma anche qui riuscì a deviare ogni mio attacco per poi stendermi definitivamente con un calcio basso. Persi i sensi, forse avevo battuto la testa o forse mi aveva colpito lui. Tutto ciò che ricordo del momento in cui li ripresi era di trovarmi in ginocchio ammanettata insieme ad altri due detenuti, davanti a me c'erano tre soldati che parlavano con quello che mi aveva appena stesa.

«Quei due erano ancora coscienti ed hanno opposto una notevole resistenza quando siamo entrati nelle loro celle, ma quella lì... ci dispiace, non ho idea di come ci sia scappata» sentii dire da uno dei tre.

«Va bene così, fate evacuare gli altri prigionieri prima che rilevino il buco che abbiamo fatto» quella voce... lo riconobbi appena si slacciò la maschera, era Vanguard.

«Per quanto riguarda loro invece...» disse avvicinandosi a noi tre.

Si chinò davanti al tizio più a destra fissandolo negli occhi, il detenuto abbassò lo sguardo invece, era visibilmente spaventato. Vanguard si rialzò cominciando a parlargli: «Per cosa combatti?»

«Eh?» rispose lui alzando lo sguardo, ma Vanguard non ripeté la domanda.

«Beh, ho una famiglia sulla Terra che...» Vanguard fece un cenno ai suoi uomini, lo portarono via senza dargli il tempo di finire la frase.

«Per cosa combatti?» chiese al seguente.

«Quale risposta non mi fa ammazzare?» rispose lui.

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E in men che non si dica lo trascinarono via insieme a quello di prima. Giunse il mio turno, si mise dinanzi a me ed incrociammo gli sguardi. Fu la prima volta che lo vidi dritto negli occhi, aveva uno sguardo ermetico, anzi, "inespugnabile" era il termine esatto. Nonostante gli occhi siano la parte più espressiva del nostro linguaggio paraverbale, non riuscivo a capire cosa lui ci nascondesse dietro. Due occhi affilati, neri come il vuoto dello spazio ma con delle leggere sfumature color castano che risaltavano come gli ultimi pezzi di carbone ardente di un focolare nel cuore della notte. Si rialzò e mi fece la stessa domanda, questa volta con un tono più marcato rispetto agli altri due.

«Per cosa combatti?»

«Combatto per restare in...» ma che cazzo stavo dicendo?

Mi interruppi senza finire la frase, in quel momento abbassai lo sguardo di fronte a lui. Mi vergognavo, stavo per dare la stessa risposta degli altri due: "combatto perché ho una famiglia da proteggere", "combatto per la mia nazione", "per la pace nel mondo", "quale risposta non mi fa ammazzare?" tutte stronzate. Tutte sfaccettature della stessa risposta, favolette di cui ci eravamo autoconvinti per darci una ragione che rendesse lecito ammazzare qualcuno. Tutto pur di non guardare in faccia le bestie che eravamo diventati, combattere per vivere? Ma chi voglio prendere per il culo.

«Io vivo per combattere!» risposi alzando di nuovo lo sguardo.

«Magnifico» disse lui.

Si accese una sigaretta e continuò dopo aver fatto un cenno ad uno dei suoi uomini dietro di me.

«Allora ti metterò davanti ad una scelta» mentre parlava stavo venendo smanettata da uno dei suoi.

«Agli inizi dell'anno 2004 la vecchia NATO diede il via allo sviluppo del progetto "Soldato Futuro", un insieme di tecnologie volte al monitoraggio in tempo reale di ogni singola funzione vitale di un soldato. Battito cardiaco, posizione, livello di sonnolenza, affaticamento muscolare, temperatura, idratazione e addirittura lo stato di sanità mentale» uno dei suoi uomini gli portò un fucile, Vanguard cominciò ad ispezionarlo da cima a fondo mentre continuava il suo discorso.

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«Dopo circa un secolo riportai alla luce quella ricerca con l'invenzione delle emomacchine e delle "smart guns", armi intelligenti... cazzata più grossa non potevo fare!» lasciò cadere quel fucile davanti a me, solo guardandolo da vicino capii la straordinarietà di ciò che avevo davanti.

«Ma che... un'arma nera?» esclamai.

Le armi da fuoco capaci di sparare senza il consenso di Lua erano chiamate "armi nere", dei relitti del passato che vennero banditi e resi obsoleti dalle smart guns munite di mira assistita, identificazione friend-or-foe ed altri vantaggi.

«È assurdo che l'utilizzo di queste armi sia ad oggi considerato crimine di guerra, "non possono distinguere un soldato da un civile" venne scritto in vari trattati internazionali, beh, sappi che se deciderai di impugnarla, lei non ti assolverà dalla responsabilità del non sparare agli innocenti. Quest'arma non tratta chi la brandisce come un idiota, ogni proiettile che vola fuori da quella canna volerà per mano tua, anche se diretto verso di me» disse senza temere che lo facessi veramente.

«Cosa siete voi? Una sorta di compagnia militare privata? Una ONG?» domandai io.

Non erano miei nemici, ma dovevo valutare se potevano effettivamente essere miei alleati.

«Siamo persone con un ideale comune» rispose qualcuno alle mie spalle, era una ragazza con la loro stessa uniforme, tuttavia non aveva l'aria di un soldato di prima linea.

Mi passò di fianco per parlare con Vanguard: «le telecamere sono in loop, abbiamo ancora mezz'ora ma non dobbiamo fare cazzate.»

«Il Monolite è qui?» chiese Vanguard.

«Modulo stiva eccezionale. Sopra di noi» rispose lei.

«Monolite? Il cargo fantasma di Marte?» chiesi io.

«Esattamente» mi rispose la ragazza voltandosi verso di me. Notai subito dai suoi lineamenti che anche lei aveva origini marziane. Capelli neri a caschetto ed un codice matrice inciso sul lato destro della sua fronte.

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«Il Monolite è un calcolatore quantico sperimentale capace di decriptare qualsiasi stringa hash esistente, lo stavano "trasportando" al Nova Complex. Nessuno doveva sapere dell'esistenza di quel convoglio, tuttavia io sono riuscita ad intercettare e decriptare le comunicazioni Terra-Marte dei servizi segreti eurasiatici e ho trasmesso a mia volta le stesse comunicazioni con una chiave crittografica più debole in via direzionale per assicurarmi che almeno i servizi segreti della Gondwana le intercettassero. Si sono ammazzati a vicenda per noi, ma a quanto pare c'era... un dettaglio non menzionato nella trasmissione. Ovvero che il convoglio era privo di cargo, forse una simulazione per valutare quanto fosse possibile il trasporto inosservato» disse lei.

O forse il loro obiettivo era proprio quello di riuscire a stanare Vanguard, pensai io, ma non volevo scendere a complottismi.

«Il Nova Complex effettua per lo più lanci per operazioni di manutenzione e riparazione in orbita, perché volevano trasportarlo lì?» chiesi alla ragazza.

Vanguard alzò la mano per bloccarla prima che rispondesse.

«Capisco...» dissi io.

«Se ne uscirai viva, saprai tutto» continuò allungandomi la mano.

«A patto che deciderai di rischiare la morte per la nostra causa.»

«E quale sarebbe la vostra causa?» chiesi io.

«Ti dirò quale sarà l'effetto della nostra causa» disse Vanguard gettando a terra la sua sigaretta.

«Noi distruggeremo Lua.»

Caricai il mio fucile e strinsi saldamente la sua mano. Fu una reazione d'impulso, come se il mio corpo sapesse che era quel satellite il mio vero nemico. Ma trovai assurdo che volesse distruggere ciò che lo rendeva praticamente immortale.

«Eccellente» disse lui.

«Abbiamo pochi minuti per sparire, portatele un'armatura e smontiamo quell'ascensore!» gridò la ragazza.

«Benvenuta tra le Crisalidi» disse Vanguard lasciandomi la mano.

Tornai un momento in cella per indossare la loro uniforme, equipaggiamento obsoleto in confronto a quello terrestre, ma era meglio della tuta da detenuto. I corridoi erano un via-vai di truppe delle Crisalidi, riuscirono ad infiltrarsi nella stazione grazie ad uno shuttle batteriofago: una navicella parassita capace di agganciarsi ed aprire un varco nella fusoliera di incrociatori ed altre strutture di grosse dimensioni, il tutto evitando la perdita di pressione al loro interno. Mi riunii a Vanguard e quella ragazza, avevano appena smontato le porte esterne dell'ascensore.

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«Puoi confermare che la stiva eccezionale si trova sopra di noi?» chiese a me non appena mi vide arrivare.

«Esatto, ma non ho la minima idea della resistenza che ci troveremo davanti» risposi.

«Pensa, loro invece non hanno la minima idea di ritrovarsi qualcuno davanti» disse un ragazzo che sbucò fuori dall'ascensore. Sembrava più giovane di me ed aveva delle protesi meccaniche al posto degli arti che gli consentivano di arrampicarsi facilmente lungo la struttura dell'ascensore.

«Mi chiamo Barney, lei è Sybil e quello è il mitico Alex Vanguard. Tu invece come ti chiami?» chiese entusiasta.

«Ember...» risposi.

«Figo, loro invece sono Tom, Bob, Kenneth, Ed, Albert e...» non fece in tempo a finire la frase perché Sybil lo prese per un orecchio.

«Quante volte ti ho detto di non chiedere mai il nome ad un marziano marchiato?»

«Va bene, va bene! Scusa!» gridò lui.

«Diamoci una mossa» disse Vanguard.

Avevamo poco tempo residuo per salire al prossimo piano.

«Giusto, vado a tirarvi su. Vento rovente!» rispose Barney arrampicandosi fino al punto più alto dell'ascensore.

Lo vidi a stento nell'oscurità, riavvolse l'ingranaggio del cavo dell'ascensore portando su la cabina fino al nostro piano.

«Abbassate le armi» ordinò Vanguard mettendosi davanti all'entrata.

Non appena le porte della cabina si aprirono, scattò al suo interno sbattendo al muro le teste di due soldati prima che questi potessero reagire.

«A breve manderanno qualcuno a controllare il malfunzionamento dell'ascensore. Squadra Bravo, salirete con noi. Squadra Tango, tenete sicura la via di fuga verso lo shuttle» disse Sybil mentre ci apprestammo ad entrare nella cabina.

Al suo interno eravamo in otto, più di quanto il motore dell'ascensore poteva sopportare ma meno di quanto quel Barney poteva sopportare. Salimmo rapidamente finché non cominciammo a sentirci più leggeri, visto che la gravità centrifuga diminuiva man mano che salivamo verso il centro della stazione.

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«Come avete intenzione di richiudere il varco aperto dallo shuttle?» chiesi per capire meglio il loro piano d'azione.

«Non lo richiudiamo» rispose Vanguard in maniera molto sbrigativa.

«Cosa? Ma così la stazione...» non feci in tempo a terminare la frase poiché Sybil mi rispose subito.

«Imploderà e finirà per bruciare nell'atmosfera a causa della deviazione orbitale, lo sappiamo» disse come se fosse una cosa da nulla.

«Sta tranquilla, faranno evacuare in tempo quasi tutti, ci saranno poche vittime» aggiunse in seguito.

«Come lo sai?» le chiesi.

«Perché vi vedono come degli asset, non come vite umane» rispose Vanguard mentre si accendeva un'altra sigaretta.

Fumava parecchio quello lì, ogni volta che lo guardavo se ne stava accendendo o spegnendo una. Si aprirono le porte dell'ascensore e i soldati di Vanguard si precipitarono fuori lungo il corridoio, mi unii anch'io a loro senza che me ne accorgessi. Fu un automatismo del mio corpo, il mio istinto di sopravvivenza che mi spingeva a ragionare da soldato.

«Due di voi devono entrare in quella stanza e renderla sicura» dissi agli altri che mi guardarono straniti per questa mia iniziativa.

«Ci sono dei monitor collegati alle telecamere della stiva. Faranno scattare l'allarme» diedi loro spiegazioni, la mancanza di fiducia verso una nuova recluta era più che comprensibile.

Due di loro fecero come avevo detto, e una volta entrati sentii tre spari silenziati provenire al suo interno.

«Ben fatto» disse Vanguard mentre mi passò di fianco senza neanche guardarmi.

A differenza nostra, lui stava camminando come un treno, come se ci fosse un vero e proprio binario tra lui ed il suo obiettivo. Anzi, con tutto quel fumo attorno sembrava proprio un'antica locomotiva. Continuammo ad avanzare fino al portellone della stiva speciale, c'erano giusto quattro soldati di guardia quindi dovemmo aprire il fuoco. Lo feci anch'io ma mancai completamente il bersaglio, il contraccolpo del fucile in quelle condizioni di microgravità mi fece perdere l'equilibrio. Fortunatamente un altro dei nostri l'aveva colpito prima che potesse reagire.

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«Ti ci abituerai, con queste armi non c'è compensazione automatica del rinculo» disse Sybil mentre si avvicinò al terminale della stiva.

Una volta lì si sfilò il guanto della mano sinistra lasciando intravedere parecchi tagli intorno alle dita, ne capii presto il motivo. Estrasse il coltello balistico della sua tuta e fece un taglio sulla punta del suo dito, il sangue che ne uscì era nero come una pietra vulcanica: ciò significava che la concentrazione di emomacchine nel suo corpo era elevatissima. Senza manifestare alcuna reazione per il dolore, appoggiò due dita della mano destra sulla sua tempia e il dito ferito sulla porta hardware del terminale, ci misi un po' a capire cosa stesse facendo.

«Neurojecting?» sussurrai osservandola.

I suoi occhi si illuminarono di rosso insieme alle vene nella sua mano sinistra e al sangue che sgorgava dal suo dito, sembrava una strega nel bel mezzo di un incantesimo: stava usando le sue emomacchine per simulare un handshake con il sistema del terminale. D'un tratto fece un passo indietro interrompendo la connessione. Perse un po' di sangue dal naso, probabilmente a causa di qualche capillare che si ruppe per le microvibrazioni.

«Ci sono ancora?» le chiese Vanguard.

«Ci sono ancora» rispose lei pulendosi via il sangue.

«Perfetto...» disse Vanguard avvicinando la sua mano al display del terminale.

«Fermo! L'allarme!» gridai, ma appoggiò lo stesso la mano sul display.

Non scattò alcun allarme, e come se non bastasse la serratura elettronica della stiva speciale si aprì.

«Ma che cazzo...» fu l'unica cosa che dissi.

Questo significava che i suoi dati biometrici erano nella whitelist di quel terminale.

«Ti spiegheranno dopo» disse uno dei soldati di Vanguard.

Ci apprestammo ad entrare nella stanza della stiva speciale, era così grande che le luci non riuscirono ad illuminarla tutta, Sybil riconobbe subito il container del Monolite.

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«È lui, non c'è dubbio!» disse voltandosi verso di noi.

«Apritelo» ordinò Vanguard.

E con grande fatica riuscimmo ad aprire il container, rivelando l'unica arma capace di sconfiggere Lua. Venimmo travolti da un'aria gelida emanata dal Monolite, un enorme cubo nero freddo come l'azoto liquido, senza alcun cavo, display, luci o prese. Sembrava più un'opera d'arte minimalista che il computer più potente mai costruito.

Tuttavia, il nostro momento di quiete venne interrotto da una voce a me familiare.

«Chi è prudente ed attende pazientemente chi non lo è, sarà vittorioso» Grounder.

Ci voltammo tutti puntando i nostri fucili contro lui e i soldati che lo stavano scortando, eravamo in lieve inferiorità numerica.

«I suoi uomini hanno fatto un ottimo lavoro, da manuale! Nessun allarme scattato, nessun corpo trovato, nessuna impronta radar dello shuttle rilevata. Eppure non ha tenuto conto della variabile umana: ero sicuro che sareste arrivati, ed ero sicuro che nessuno vi avrebbe sentiti arrivare.»

Eravamo completamente circondati ma li puntavamo ancora con i nostri fucili. L'unico motivo per cui non ci avevano ancora riempiti di piombo era che alle nostre spalle c'era il Monolite interamente esposto.

«L'ho aspettata qui per giorni, Dottor Vanguard, e ho messo manualmente in allarme l'intera stazione poco fa. Le suggerisco di arrendersi ed evitare inutili spargimenti di sangue» disse Grounder incrociando il suo sguardo con il mio.

E proprio in quel momento in cui Grounder distolse lo sguardo da Vanguard, lui afferrò fulmineamente la pistola dalla fondina di Bob e la puntò contro il Monolite.

«Se vola un solo proiettile contro uno dei miei mando a puttane più di un secolo di ricerca» disse Vanguard.

«Non faccia cose di cui potrebbe pentirsi, non è nella posizione di trattare!» replicò nervosamente Grounder.

«Piantala con le stronzate! Noi non abbiamo né denaro né potere da perdere, tu invece hai la tua intera carriera e qualche decina di miliardi in tasse di quei frignoni viziati della tua nazione dall'altra parte di questa pistola. Non te lo ripeterò una terza volta: lascia andare i miei soldati!» ribatté stoicamente Vanguard.

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E dopo qualche secondo di esitazione, Grounder fece un cenno con la testa. I suoi uomini si distanziarono aprendoci un corridoio verso l'uscita. Mi voltai verso Sybil che a sua volta mi fece cenno di andare, e così andammo, lasciando Vanguard da solo in mezzo ad un intero plotone. Grounder mi riconobbe, ci scambiammo sguardi di odio viscerale da ambo le parti mentre mi allontanavo da lui.

«Barney... saltiamo alla fase quattro» bisbigliò Sybil chiudendo gli occhi.

Arrivammo presto all'ascensore dove eravamo saliti, in un vicolo cieco e sotto la linea di tiro nemica: una decina di soldati di Grounder pronti ad aprire il fuoco al minimo movimento che li avrebbe allarmati.

«Sei sicura che ce la farà ad affrontarli tutti da solo?» chiesi a Sybil prima che potessimo entrare nell'ascensore.

Non ero abituata al tipo di risposta che mi diede, non era la risposta di un soldato, ma di una vera e propria guerriera.

«Tesoro, noi siamo le Crisalidi, nessuno dei nostri viene abbandonato.»

E in pochi millisecondi venimmo inglobati dalla cotta di fumo di una granata chaff. Era Barney, lasciò cadere l'ascensore balzando allo scoperto per accoltellare quattro nemici come un ninja. Loro aprirono il fuoco, ma grazie allo chaff la mira automatica non funzionò, e a quanto pare senza assist avevano una mira peggiore della mia.

«Vento rovente!» gridò Sybil voltandosi e rispondendo al fuoco nemico.

L'intero corridoio si tinse di rosso, sia a causa del sangue che a causa dei segnali d'emergenza scattati in tutta la stazione, avanzammo tra una copertura e l'altra giocando a nostro favore la carta dell'elemento sorpresa. In contrapposizione a quel caos, nella stanza del Monolite non volò un singolo proiettile. Mi affacciai un istante e vidi Vanguard lottare a mani nude contro tutti, era totalmente l'opposto del mio stile di combattimento: io ero una furia bestiale, zero tattica e tutto istinto, violenta ed indomabile. Lui invece era efficienza allo stato puro, sembrava aver domato la natura stessa della violenza. Una dozzina degli uomini di Grounder era già a terra ma ne stavano arrivando parecchi altri.

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«Al mio tre» dissi voltandomi verso Sybil, Barney e gli altri che avevano preso posizione.

«Tre!» e ci catapultammo nella stanza aprendo il fuoco.

Tra una copertura e l'altra notai in lontananza che Vanguard aveva estratto la sua spada e stava combattendo contro Grounder. Avevano uno stile di scherma parecchio simile e per la prima volta lo vidi un minimo in difficoltà. Stavano parlando mentre combattevano ma in mezzo a quel casino era impossibile sentire nulla che non fossero spari, sirene e grida. D'un tratto sentimmo una forte scossa sotto i nostri piedi, accompagnata da un sibilo costante e da un cambiamento direzionale della gravità centrifuga: la stazione si stava depressurizzando! Il fuoco di soppressione da parte loro cominciò a cessare, voltandomi vidi Sybil farmi un cenno con la testa mentre indietreggiava, ritirarci era l'unica opzione. Uscendo dalla stanza vidi Vanguard atterrare Grounder e tirare un calcio alla sua spada per disarmarlo, sembrava gli stesse urlando qualcosa mentre indicava il Monolite ma non potevo sentire.

«Quante tonnellate avete detonato?» chiesi loro una volta usciti.

«Una sola, ma l'abbiamo piazzata nel punto giusto per poter deorbitare la stazione sfruttando la fuga d'aria come propellente» rispose Barney mentre correvamo verso l'ascensore.

«E il Monolite?» domandai io.

«Ho detto al vecchio di aspettarci su Marte» disse Vanguard non appena ci raggiunse.

Si buttò giù aggrappandosi alla corda di traino tesa dell'ascensore caduto, la gravità ridotta stava giocando a nostro favore. Riuscimmo a scendere in maniera controllata verso il piano di contenimento dei prigionieri, laggiù la gravità era quasi assente.

«Via! Via! Via! Siete stati eccezionali, finiremo il lavoro su Marte!» ci disse uno della squadra che sorvegliava l'apertura dello shuttle, ormai avevano abbassato la guardia nei confronti dei soldati eurasiatici.

Comprensibile, eravamo tutti più preoccupati del salvarci la pellaccia in quel momento.

«Ammesso che riescano ad evacuare anche il Monolite» disse Barney.

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«Grounder sarebbe capace di lasciare una dozzina dei suoi soldati a fare compagnia agli asteroidi pur di far spazio per dare priorità all'evacuazione del Monolite» dissi per rassicurarlo.

Salimmo sullo shuttle, e dopo un rapido appello uno dei piloti chiuse la porta ermetica da cui si erano infiltrati.

«Prendete una cintura mobile ed agganciatevi ad una sbarra di sicurezza, stiamo per staccarci.»

Era la prima volta che salivo a bordo di una navicella parassita, prima d'allora me le sarei immaginate leggermente più grandi, ma mi ci ambientai presto.

«Occhio alla testa!» disse Sybil poco prima che lo shuttle si staccasse, la gravità artificiale finì in quel preciso momento visto che non stavamo più roteando con la stazione.

Inutile dire che lo sbalzo mi fece battere la testa in alto. La mandai a cagare per non avermi avvisato prima e lei ci rise su. E così terminò la mia evasione, con me che sbirciavo tra gli oblò per vedere la stazione collassare su sé stessa lentamente.

«Un duro colpo per l'economia bellica, non trovi?» mi disse Sybil, ma non le risposi, stavo ancora guardando quella scena.

«Questa è la tua prima vera operazione militare» si aggiunse Vanguard avvicinandosi.

Se non avessi avuto quello scenario apocalittico davanti ai miei occhi l'avrei preso come un insulto, ma in realtà si stava complimentando con me.

«Fino ad ora non sei stata altro che uno dei congegni di un ecosistema politico che cercava di combattersi e preservarsi allo stesso tempo, ti hanno insegnato la guerra come un qualsiasi lavoro d'ufficio.»

Notai che tutto l'equipaggio lo stava ascoltando, affascinati dalle sue parole. Era un bravo leader, su questo non avevo dubbi.

«Beh, guarda laggiù, quello che vedi è ciò che possono fare una ventina di soldati che combattono per un ideale.»

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