Capitolo 1 - Inter arma, silent leges
by Edward Noctis
Trafiggimi.
Trafiggi il mio corpo,
trafiggi la mia patria,
trafiggi il mio credo.
Trafiggi ciò che è tuo,
trafiggi ciò che è mio,
trafiggi ciò che è bene,
trafiggi ciò che è male,
trafiggi ogni morale.
Trafiggi ciò che puoi,
trafiggi ciò che devi,
trafiggi ciò che vuoi,
trafiggi ciò che vedi.
Perché quando troverai ciò
che non riuscirai a trafiggere,
scoprirai la massima
espressione di te.
Eravamo in orbita nel cielo di Marte, una flotta di dodici capsule lanciate da una delle stazioni avamposto dell'Eurasia. Ciascuna di queste trasportava dodici soldati appena acquistati. Soldati... guardandomi intorno non vedevo altro che una banda di delinquenti, la peggior feccia della società. Alcuni di loro stavano tremando, forse era la loro prima volta, forse erano finiti lì per qualche inciampo burocratico, altri invece non vedevano l'ora di ammazzarsi a vicenda. Solo io ed altri quattro che avevo già visto, solo noi sapevamo che razza di inferno c'era laggiù.
«State per raggiungere il periapside, a breve brucerete un po' di monopropellente per fissare la traiettoria di ammartaggio» disse il colonnello collegato con noi via radio mentre se ne stava seduto comodo su una poltrona dei suoi alloggi, avrò sentito quella frase mille volte.
Non lo stavo ascoltando per niente, pensavo solo ad ispezionare il mio fucile da ricognizione Vanguard, non ero di certo una novellina. A differenza dei miei compagni di squadra, io sono nata su Marte: al di fuori di ogni nazione, ogni regolamentazione, ogni futuro. Figlia di due soldati di schieramenti avversari che disertarono quando Lua era ancora in fase di sviluppo. La guerra era il mio destino già da prima che io nascessi. Gli altri soldati a bordo insieme a me, almeno, hanno avuto un minimo di scelta. La maggior parte di loro era composta da criminali mandati a combattere per svuotare le carceri, altri invece erano semplici volontari che hanno abboccato all'ideale della pace nel mondo. "Portiamo la guerra su Marte per mantenere la pace sulla Terra", a pensarci ora mi viene da ridere. Questo pensiero teneva alto il morale dei soldati, permetteva loro di uccidere con la consapevolezza di star facendo del bene in un altro mondo, indipendentemente dalla nazione per cui combattevano. Alcuni di noi nemmeno lo sapevano più, venivamo trasferiti da una stazione spaziale ad un'altra ogni qualvolta una nazione comprava nuove truppe. Eravamo degli asset, degli "investimenti sicuri" che tutti volevano acquistare, ridotti a meri operatori dell'arma, poiché chi ha il controllo delle armi ha il controllo della storia.
«Guardate lì» disse il caposquadra indicando uno degli oblò della nostra capsula.
I novellini a bordo erano terrorizzati da quella visione. Stava indicando una delle più grandi megastrutture che l'umanità avesse mai partorito, un vero e proprio capolavoro bellico. Lua, la madre di tutte le armi. Un mastodontico satellite che scruta e controlla i campi di battaglia marziani dall'alto della sua orbita. Tutte le nostre armi sono connesse ad essa: un'immensa potenza di calcolo capace di controllare ogni proiettile, ogni ordigno, ogni missile. Ogni grilletto viene premuto solo se lei ce lo consente. Perché? "Per impedire che i soldati colpiscano per sbaglio alleati o civili" direbbe qualcuno nel pianeta blu, ma coloro che sono sopravvissuti al pianeta rosso capiscono subito che quella valchiria lassù serve soltanto ad impedire una ribellione armata. Se un soldato provasse a disertare, le sue armi non sparerebbero più a nessuno, ma tutte le armi potrebbero sparare a lui poiché Lua lo marchierebbe come un nemico. Tuttavia, quell'angelo della morte dalle piume di titanio è programmato per scatenare la forma di violenza più atroce soltanto in caso di protesta pacifica. Non avrebbe senso bloccare tutte le armi se tutti i soldati smettessero già di usarle di loro spontanea volontà. A quel punto Lua marchierebbe tutti i soldati come nemici, e dalla sua bocca di fuoco brillerebbe per la prima, e sicuramente unica volta, il reattore Higgs: l'erede infame della bomba atomica. Tutti i soldati in protesta verrebbero spazzati via insieme ad una parte del suolo marziano, perciò, la guerra non era più sinonimo di morte. La guerra divenne una delle nostre funzioni vitali. Venni esorcizzata dai miei pensieri a causa di una brusca decelerazione della nostra capsula, avevamo raggiunto l'apoapside, da lì in poi sarebbe cominciata la discesa.
«Allora, spero ricordiate tutti il briefing» disse il caposquadra. «Quei bastardi della Gondwana hanno teso un'imboscata ad un nostro convoglio.»
«Attento, due giorni fa ho combattuto per loro» lo interruppe uno dei soldati a bordo con me.
«Non ti conviene dirlo ad alta voce, l'esistenza di quel convoglio doveva passare inosservata, ai piani alti sospettano che tra noi ci sia una spia» disse il caposquadra per intimorirlo.
«Sì, sì... come se ci spiegassero qualcosa, qui dentro nessuno sa neanche cosa stanno trasportando.»
«Non ti è dato saperlo» disse il caposquadra mentre ci avvicinavamo all'atmosfera.
«La zona di ammartaggio sarà al centro di una cittadella parecchio abitata. C'è una tempesta di sabbia in corso, non ci vedranno arrivare.»
«Non andarci troppo tranquillo o ti farai ammazzare» risposi io.
«Non ci vedranno, ma ci sentirano durante l'hoverslam. I propulsori di queste capsule fanno parecchio rumore quando il loro flusso di monopropellente è al massimo.»
«Hover-cosa?» disse un novellino seduto da qualche parte.
«Hoverslam, sarebbe la manovra finale di ammartaggio, non credere che tiriamo fuori i paracadute nel bel mezzo di una tempesta dove volano proiettili ovunque» continuò un altro.
Il caposquadra odiava essere corretto da chi non aveva più gradi di lui, ma sul campo ero io la più esperta lì dentro. Non mi rispondeva solo perché non voleva consumare energie. Fuori dagli oblò si intravvedevano le altre capsule evidenziate dai loro scudi termici che cominciavano a brillare di rosso, avevamo passato la Linea di Karman marziana da un bel po'.
«Reggetevi forte, a breve vi sentirete pesanti!» disse il caposquadra.
La decelerazione più brusca sarebbe avvenuta tra la mesosfera e la termosfera, dopo anni mi ero abituata a quella discesa. Anche l'interno della nostra capsula venne illuminato dai getti di plasma fuori dagli oblò. Ne eravamo completamente inglobati e ciò provocò un blackout delle comunicazioni tra noi e la stazione. Tutto nella norma, saremmo tornati online subito dopo le ondate di plasma. Nonostante tutto il casino lì fuori, regnava un solenne silenzio all'interno della capsula. L'unico rumore che impediva alle nostre menti di distrarsi era il suono del carburante che veniva bruciato dai propulsori RCS. Piccoli intensi getti, voleva dire che stavamo volando, anzi, cadendo nella giusta traiettoria.
"Tre... Due... Uno..." pensai io, e al termine del mio conto alla rovescia si accesero i propulsori principali.
Eravamo ancora alti ma questa manovra serviva solo a rallentarci abbastanza da non venir schiacciati dall'enorme decelerazione durante l'hoverslam. Il plasma fuori dagli oblò era sparito, stavamo ripristinando le comunicazioni.
«Abbiamo perso la undici» sentimmo alla radio.
«Artiglieria orbitale?» domandò il nostro caposquadra.
«Stiamo esaminando le trasmissioni di Lua ma non abbiamo rilevato alcun segnale che indichi un consenso al fuoco d'artiglieria verso la capsula undici.»
Stranissimo, doveva trattarsi di un malfunzionamento interno alla capsula che l'ha portata a surriscaldarsi in volo, per quanto improbabile come ipotesi era ancora più improbabile un malfunzionamento di Lua. Se qualcuno gli aveva sparato, Lua aveva dato l'ordine di sparare.
«Guardiamo il lato positivo, vuol dire che non ci hanno visti arrivare!» disse uno dei soldati mentre si stringeva le cinture, a breve avremmo toccato il suolo di Marte.
«Se vola un solo proiettile appena usciamo, al bar della stazione mi offrirai boccali di zolfobirra per un mese intero» rispose quello seduto alla sua destra.
«Adesso zitti» disse il caposquadra.
«Marte sta per darci il benvenuto.»
Raddrizzai la mia schiena irrigidendola con ogni muscolo del mio corpo, aspettandomi la brusca frenata finale. Avevamo raggiunto la cosiddetta "velocità terminale", ciò voleva dire che la nostra capsula opponeva una resistenza aerodinamica in grado di compensare la forza di gravità di Marte, impedendoci di cadere più velocemente di così. Dagli oblò non si vedeva nulla del villaggio, solo tanta sabbia che ci inghiottiva in quella caduta. E la sabbia di Marte è una vera seccatura a differenza di quella terrestre, i granelli trasportati dal vento diventano particolarmente taglienti a certe velocità. Una volta dovetti tornare alla stazione con tanti minuscoli taglietti sulle guance. Nulla di doloroso ovviamente, soltanto un piccolo fastidio durato qualche giorno.
«Hoverslam imminente!» Gridò il nostro caposquadra.
E subito dopo i propulsori d'atterraggio della nostra capsula sputarono fuoco a piena potenza. Alcuni novellini non avevano assunto una postura corretta prima della manovra. Li vedevo mentre cercavano di rialzarsi per sedersi correttamente. Ma il corpo umano durante l'hoverslam è sottoposto ad una forza pari a nove volte la gravità di Marte. Pochissimo rispetto al corrispettivo terrestre, ma se non sei preparato a sostenerla non puoi contrastarla in alcun modo. Cominciammo a sentirci sempre meno pesanti man mano che la capsula decelerava, e d'un tratto... Bam! Touchdown avvenuto con successo. Mentre la capsula si stava depressurizzando lentamente, come da addestramento ci slacciammo tutti le cinture di sicurezza senza dire una parola. Fummo rapidi, e in men che non si dica eravamo già pronti ad uscire.
«Da quì in poi silenzio radio» disse il caposquadra.
«Aspettatevi di tutto là fuori, il convoglio trasportava un container con del cargo per ricerca e sviluppo ad alta priorità, ordini di Grounder. Non mi stupirei se ci fossero anche forze armate di altre nazioni che sperano di metterci mano, sparate a chiunque abbia un'uniforme diversa dalla nostra.»
Dritto al punto come sempre. Io sarei stata una dei primi ad uscire visto il posto in cui ero seduta, non ero per niente in ansia. Sia per abitudine che per le emomacchine che ci iniettavano periodicamente nel corpo, ond'evitare che le nostre emozioni intralciassero l'efficienza delle operazioni e decisioni tattiche.
"Vento rovente!" dissi tra me e me mentre la capsula era in fase di depressurizzazione, un augurio di buon auspicio marziano. Si aprì poco dopo, e il mio caposquadra con riflessi felini si precipitò fuori mettendosi in posizione. Uscimmo rapidamente anche noi seguendo l'ordine che ci era stato assegnato. Il villaggio era deserto ma non del tutto evacuato, giusto un po' scalfito da qualche bomba e qualche proiettile vagante. Alcuni civili si erano semplicemente barricati in casa anziché fuggire, lo notai subito incrociando lo sguardo di un ragazzino che sbirciava da una finestra al quarto piano di un edificio. Come da addestramento fui costretta a puntargli il fucile contro e premere il grilletto. Ovviamente la mia arma non sparò, dovevo solo accertarmi che non fosse una minaccia. Difatti Lua consente di sparare ad un civile solo quando quest'ultimo aggredisce, ha aggredito o intralcia le operazioni di un soldato. Una sorta di fedina penale biometrica. Proprio per questo alcuni marziani nemmeno fuggivano più quando ci vedevano, cercavano solo di evitarci. Un po' per paura di interferire e un po' perché ci detestavano. Marte era diventato quasi interamente un pianeta popolato da soldati, i pochi nativi rimasti erano i discendenti degli astronauti delle prime colonie. Generazioni e generazioni di persone nate e morte su Marte, tutte a lavoro per terraformarlo. Tutto quell'odio che avevano per i soldati, per coloro che stavano distruggendo ciò che i loro antenati avevano creato, era più che comprensibile. Come era comprensibile la scelta di non abbandonare la loro terra. Io invece dovetti abbandonare i miei pensieri quando vidi che il caposquadra alzò il pugno destro prima di girare un angolo a sinistra, in gergo militare voleva dire "fermatevi", di seguito avrebbe controllato se ci fosse qualcuno dietro l'angolo. Si girò verso di noi e a gesti ci disse di attivare la "visuale condivisa" del nostro casco. La attivammo tutti, potendo così vedere ciò che vedeva lui mentre si affacciava. E due secondi dopo che si affacciò venne colpito da un proiettile proprio in mezzo agli occhi.
«Merda!» esclamai. Avevo appena visto ciò che stava vedendo qualcuno prima di morire, fu davvero orribile. Senza pensarci due volte ruppi la formazione per rispondere al fuoco, agli occhi di un novellino poteva sembrare un'azione suicida ma in realtà il momento migliore per rispondere al fuoco di un cecchino è proprio subito dopo che quest'ultimo ha sparato. Specialmente in questo caso, avevo riconosciuto il suono della sua arma: era un fucile Vanguard come il mio ovviamente, ma era un bolt-action. Quindi occorreva del tempo prima che il secondo colpo fosse messo in canna, e il giroscopio della mira assistita riprendesse a girare, secondi preziosi che sfruttai aprendo il fuoco.
«Copritemi!» gridai alla mia squadra mentre sparavo, all'inizio non avevo nemmeno ben capito dove fosse ma la mira assistita mi aiutò a rivelare la sua posizione.
Riuscii ad eliminarlo dopo una decina di colpi, ma il bastardo aveva di sicuro dato l'allarme a tutti gli altri, dovevamo muoverci. Secondo la catena di comando non spettava a me prendere il posto del caposquadra, ma essendo la più esperta diedi lo stesso l'ordine di correre verso l'altro lato della strada, così da continuare l'avanzata verso il convoglio preso d'assalto. Mi posizionai vicino l'angolo, pronta a svoltare, attendevo solo che quello dietro di me mi toccasse la spalla per segnalare che anche gli altri componenti della squadra fossero pronti.
Non appena lo fece svoltammo a sinistra percorrendo l'angolo in fila indiana, rimanendo attaccati al muro così da tenere d'occhio solo il lato destro.
«Ore tre!» disse un mio compagno per richiamare l'attenzione verso qualcosa che aveva visto.
Tra due edifici si poteva scorgere in lontananza del fumo che si intrecciava con i grattacieli. Diedi subito l'ordine di fermarci e feci segno con la mano di restare in silenzio. Mi inginocchiai e toccai la mia cuffia destra per attivare l'ascolto direzionale. Puntando quella zona sentii degli spari, e guardando la mappa olografica sul visore notai che laggiù c'erano una trentina di soldati della "mia" nazione.
«Devono aver trovato il convoglio!» gridai correndo verso la scia di fumo, così fece anche tutta la mia squadra.
Avevamo rotto la formazione ma ogni membro controllava comunque un lato diverso del perimetro. Grazie ai nostri esoscheletri potevamo correre ad una trentina di chilometri orari, ma cercavamo di limitarci un po' per assicurarci di controllare bene che non ci fossero sorprese nascoste nel campo di battaglia. Qualcosa difatti c'era. Proprio davanti a noi cominciarono a spararci in full-auto, un proiettile mi colpì addirittura sulla spalla. Per fortuna mi feci solo un livido, la ceramica ablativa della mia armatura riuscì a proteggermi.
«Contatto! Disperdetevi e trovate copertura!» gridai.
E da lì non li ho più rivisti, rispondevamo al fuoco riparandoci dietro colonne, carcasse di veicoli, ponti e muri. Muovendomi a basso profilo in mezzo a tutto quel casino riuscii finalmente a ripararmi anch'io dietro un cumulo di macerie vicino ad un edificio. Dovetti uccidere tre soldati della Gondwana per riuscirci, uno di questi non l'avevo nemmeno visto, l'aveva visto giusto il mio fucile. Molti dei miei compagni sul lato destro della strada invece non furono così fortunati, stavamo subendo parecchie perdite.
«RA-Total, qualcuno mi riceve?» dissi rompendo il silenzio radio.
«Zero Sei, sono Due Otto!» mi rispose un soldato che già conoscevo.
«Devi trovare il modo di attraversare la strada per riunirti a noi, ti diamo un po' di fuoco di copertura per...»
«Negativo!» lo interruppi.
«Sfrutterò la mia posizione, penetrerò le loro linee e simulerò un attacco per farli concentrare su di me mentre avanzate.»
«Sei pazza? Ti farai ammazzare!»
«Sapessi quante volte me l'avete detto» lo chiusi con quella frase.
Sbirciando tra i rottami mi feci un'idea della situazione: mi trovavo alla loro sinistra e non c'era alcun soldato che controllava la parte dell'incrocio dove mi ero riparata io. Un errore che gli verrà a costare caro, ma anche un rischio non indifferente da parte mia: presi la decisione di sganciarmi dal mio esoscheletro per poter strisciare a basso profilo lungo il marciapiede frammentato alla mia destra, mi sarei poi riparata proprio dietro il blindato del convoglio per sparare verso di loro e costringerli a girarsi verso di me dando le spalle alla mia squadra. Sganciato l'esoscheletro non mi sentii affatto più leggera, semmai più pesante nonostante la gravità marziana. Ma non potevo amalgamarmi al campo di battaglia se gli opponevo così tanta resistenza, dovevo strisciare sentendo solo il peso del mio corpo e farmi modellare dalle macerie che mi circondavano. Non se ne stavano accorgendo per niente, ero come un fantasma, un cadavere ambulante, ed ero quasi arrivata al blindato quando all'improvviso ricevetti un insolito ordine:
«Zero Sei, devi tornare indietro, Grounder ha annunciato la ritirata!»
"Ma che cazzo?" pensai tra me e me. Non eravamo né in svantaggio né a rischio di alcun tipo. Non aveva senso ordinare una ritirata. Eppure era un ordine dell'alto generale Grounder. Era l'unico stratega che rispettavamo tutti lassù, non è uno che dà ordini di questo tipo senza una ragione più che valida.
«Ma ho il blindato proprio davanti a me, posso farcela!» dissi io.
«Copritemi ancora qualche minuto e posso arrivarci!»
«Senti, vedi di farla finita e collabora tu con noi una buona volta!» mi rispose lui.
«Abbiamo la tua posizione ed i tuoi segni vitali. Aspetteremo al punto di raccolta, vedi quello che devi fare, non metterti contro un alto generale!»
A malincuore gli risposi che sarei tornata subito, e mentre cercavo di indietreggiare senza farmi vedere, notai qualcosa di insolito anche nel comportamento dei soldati della Gondwana. Anche alcuni di loro si stavano ritirando, non tutti però, la maggior parte continuava a mantenere la posizione cercando di allontanare gli avversari dal blindato. Non aveva il minimo senso, ma cominciai a percepire nell'aria una possibile minaccia quando avvertii un rumore molto forte e al contempo molto basso, così basso che sentivo le sue vibrazioni lungo tutto il mio corpo. Ebbi la conferma dei miei sospetti quando, guardando in alto, vidi un'enorme ombra che passò sopra la città. C'era una tempesta di sabbia violentissima, così violenta che non riuscivo a vedere cosa volò sopra di noi. Ma quelle vibrazioni, quel suono a basse frequenze, tutta la sabbia che stava spostando in aria, non potevano che essere fenomeni generati da una sola cosa. Era un'aeronave, un'aeronave a vuoto nello specifico, una sorta di dirigibile capace di diventare più leggero dell'aria, non grazie a qualche gas, ma grazie al vuoto atmosferico e qualche turbina. Dispiegare un'aeronave nel bel mezzo di un campo di battaglia è un rischio incalcolabile, un minimo danno in qualche parte delicata e non sarebbe potuta tornare in orbita. Perché sì, quei giganti oltre alle turbine hanno propulsori a carburante liquido capaci di raggiungere l'orbita, costano così tanto che è rarissimo vederne uno nel bel mezzo di una battaglia. Mi ero riparata dietro la colonna di un edificio, sbirciando notai che i soldati della Gondwana erano sorpresi tanto quanto me, non sapevano nulla dell'aeronave. Non era stata mandata dalla loro nazione.
«Ore nove!» sentii gridare da uno di loro.
Stava puntando il fucile in mezzo ai cumuli di sabbia innalzata dal vento, osservando bene scorsi una sagoma. Sembrava un uomo, un civile. Di certo non era vestito come un soldato, portava un lungo cappotto nero le cui estremità lungo le ginocchia si muovevano accompagnate dal vento. Camminava a passi lenti verso i soldati, non aveva le mani in tasca, forse per far capire che fosse disarmato. Man mano che si avvicinava potevo inquadrarlo meglio, sembrava un uomo sulla quarantina, dai lunghi capelli neri e la barba rasata da qualche settimana. Non sono riuscita a guardarlo negli occhi, indossava un paio di occhiali da vista che riflettevano la luce delle fiamme circostanti di un rosso così intenso da farlo sembrare lo sguardo di un demone.
«Identificati!» gridò un soldato mentre l'uomo si stava avvicinando ad uno di loro, erano a pochi metri di distanza ormai.
«Se non collabori, Lua ci autorizzerà a spararti!» continuò ad intimorirlo il soldato.
«Hey, ci hai sentito?» disse un altro soldato afferrandogli il braccio.
L'uomo reagì con una mossa che tutt'oggi non riuscirei a replicare nonostante i miei anni di esperienza nelle tecniche di combattimento corpo a corpo: si liberò dalla presa avvolgendo il suo braccio contro quello del soldato e glielo spezzò piegandogli il gomito nel verso opposto.
«Fuoco!» Gridò l'altro soldato tra le urla di dolore del suo compagno ferito.
Ma nessuna delle loro armi sparò.
«Ma che...» dissero mentre cercavano ripetutamente di premere il grilletto, niente.
Nemmeno le pistole o altre armi secondarie funzionavano. Non potevano sparargli.
«Bastardo!» gridò un altro di loro mentre lo caricava con un coltello balistico in mano, l'unica via era quella di affrontarlo corpo a corpo.
Ma sul corpo a corpo sembrava avere la meglio con un'efficienza del tutto perfetta: senza scomporsi fece un passo verso il suo aggressore armato e riuscì a conficcargli il coltello in un occhio facendo leva sul braccio che lo impugnava. Sembrava un'arte marziale militare, una sorta di judo ma più fulmineo ed incentrato sul momento del corpo con un frequente uso di leve. Non avevo mai visto nulla del genere. Tirò un calcio al corpo morente del soldato che lo stava aggredendo, facendolo cadere a terra come per mostrarlo agli altri nemici che lo circondavano. Si guardò intorno con molta tranquillità e spostò lentamente il suo cappotto lasciando intravvedere una spada nel suo fodero, sembrava parecchio antica. Tuttavia non voleva impugnarla: infilò una mano nel taschino interno e tirò fuori un pacchetto di sigarette ed un accendino. Mise la sigaretta in bocca con aria da strafottente e cominciò ad accenderla in totale tranquillità mentre due soldati alle sue spalle colsero l'occasione per attaccarlo coordinatamente, accompagnati da altri tre davanti a lui che si avvicinavano cercando di mantenere la sua attenzione su di loro. Con il totale controllo della situazione evitò i loro affondi coordinati chinandosi in avanti mentre piegava una gamba e distendeva l'altra per bloccare a terra il piede di uno dei due ed in seguito afferrargli il braccio armato di coltello balistico. Il risultato fu che in pochi secondi l'altro soldato accoltellò il suo compagno anziché quell'uomo, poiché riuscì a spostarlo lungo la linea del suo affondo. Senza dargli il tempo di capire cosa fosse successo, quell'uomo si voltò tirando una gomitata sull'elmetto del soldato ancora illeso e gli strappò il coltello dalle mani mentre cadeva all'indietro per il contraccolpo.
«Merda!» esclamò uno degli altri tre mentre provarono a caricarlo tutti insieme.
Con una precisione chirurgica quell'uomo lanciò il coltello strappato dalle mani nemiche e riuscì a centrare lo spazio scoperto che c'era tra il collo e la mandibola del soldato. Il suo corpo sgozzato cadde a terra e gli altri due si voltarono per un breve attimo per capire cosa stesse succedendo, un secondo di distrazione che costò loro caro. Uno dei due morì o perse i sensi sul colpo, perché non appena si voltò per riconcentrarsi verso il suo nemico, quell'uomo si era già spostato entrando nel suo raggio d'azione. Lo colpì con una gomitata sotto il mento e balzò rapidamente verso l'altro rompendogli il collo con un calcio alto. Nel giro di pochi minuti era rimasto l'unico uomo in piedi, ma non si ergeva vittorioso come chissà quale guerriero leggendario, anzi, sembrava stesse controllando se la sua sigaretta fosse ancora accesa. La sua superbia mi infastidiva, ed anche parecchio. Fui sorpresa quando quell'uomo si voltò verso la colonna dove ero nascosta, come se sapesse che fossi lì, smisi di sbirciare non appena vidi il rosso delle fiamme circostanti riflettere sulle lenti dei suoi occhiali. Quell'uomo sbuffò e si mise le mani nelle tasche del cappotto voltandosi verso ciò che rimaneva del convoglio, voleva mettere le mani su qualsiasi cosa stessero trasportando. Ma continuava ad essere la sua superbia a farmi infuriare, non il fatto che stesse mettendo a rischio la mia missione.
«Non un altro passo!» gridai impugnando il mio coltello verso di lui.
Si girò, ma non mi stava dando la completa attenzione, riuscii appena a vedere il profilo del suo volto.
«Stai interferendo con affari dell'Eurasia, prova a fare un altro passo verso quel blindato e...» non feci in tempo a finire la frase che riprese a camminare verso il blindato.
«Brutto bastardo che non sei altro!» gridai caricandolo con l'intento di accoltellarlo.
Ma incredibilmente, nell'istante in cui la mia lama stava per sfiorargli il volto, fui colpita da un suo calcio sul mio addome. Non mi fece chissà quanto male, ma cancellò tutta l'energia cinetica ed il momento che avevo caricato per quel colpo. Da lì mi ripresi e riprovai con un altro affondo, lo evitò facendo solo un passo indietro. Continuai a colpire l'aria, riusciva ad evitare ogni mio colpo e in tutto questo aveva ancora le mani in tasca. La cosa continuava a farmi imbestialire. D'un tratto però le tirò fuori dalle tasche e riuscì a disarmarmi in pochi secondi spingendo verso l'alto con una mano sotto al mio polso e verso il basso con l'altra sul dorso della mia mano. Il risultato fu che la mia presa si aprì involontariamente ed il coltello cadde a terra.
«Quando affondi con la tua arma, la impugni saldamente solo con l'indice ed il medio...» disse rompendo quel silenzio.
«Questo funziona con le arcate. Con gli affondi, tuttavia, devi stringere di più con l'anulare ed il mignolo. I tendini superiori del medio e dell'indice non sono abbastanza lunghi per mantenere un'impugnatura salda quando si piega il polso in avanti» continuò strattonandomi il braccio per poi farmi cadere a terra.
«Chi ti credi di essere?» gridai io riprendendo il mio coltello e provando ad attaccarlo nuovamente, ma mi piegò il polso ancora una volta.
«Sono la guerra» rispose lui.
Soffermò poi l'attenzione sul mio polso: anche se me l'aveva piegato con la stessa mossa di prima, questa volta avevo ancora in mano il coltello.
«Impari in fretta!» disse sorridendo.
Poi all'improvviso mi ritrovai con la faccia a terra ed un suo ginocchio sulla mia schiena, fu così veloce che non riuscii a capire quale leva del mio corpo sfruttò per atterrarmi così.
«D'altronde sei una marziana, vedo, hai la guerra nel sangue...» disse levandomi il casco.
«Tornatene all'inferno!» gridai io.
«Dove pensi di essere?» rispose tirandomi per i capelli per alzarmi lo sguardo verso la carcassa del blindato dirottato. C'erano pile di cadaveri di soldati che lo circondavano, cosa poteva pensare un civile se non "per cosa stavano combattendo?"
«Per cosa stai combattendo?» disse lui come se mi avesse letto nel pensiero.
L'unica cosa che mi veniva da rispondere era "per ammazzare quelli come te", ma alzando ancora di più lo sguardo allungai il mio braccio libero per raggiungere la mia pistola, la presi e gliela puntai sotto al mento. Lo vidi sorridere, come se si sentisse immortale. Ma avrei riso io alla fine: puntai ad una trave di legno dietro di lui esplodendo un paio di colpi a pochi centimetri dalla sua faccia, si voltò rapidamente ma venne colpito in pieno da una grossa tegola del tetto di quell'edificio. Cadde a terra, non sembrava essersi rotto nulla, purtroppo, ma almeno riuscii a liberarmi.
«Questa mi è nuova!» sghignazzò rimettendosi in piedi mentre si copriva l'orecchio esposto allo sparo.
Subito dopo scattò verso di me. Mi misi in guardia e provai di nuovo ad accoltellarlo ma deviò il mio affondo per poi bloccarmi il braccio armato.
«Ma hai ancora molta strada da fare!» disse poco prima di dislocarmi la spalla con un colpo secco.
Un dolore davvero atroce che durò pochi secondi: le emomacchine inibitrici nel mio sangue cominciarono a sintetizzare dell'antidolorifico. Alzai lo sguardo e provai a prenderlo a pugni con l'altro braccio, ma lui fece un semplice passo indietro ed io caddi a terra. Anche se non sentivo più dolore il mio corpo era esausto. Potevo solo guardarlo mentre si avvicinava agli sportelli posteriori del blindato per poi aprirli.
«Oh! Ma tu guarda che sorpresa!» esclamò con un tono ironico.
«Vuoi sapere per cosa sono morti i tuoi compagni ed i tuoi nemici? Per nient'altro che una pantomima!» disse spalancando violentemente gli sportelli per farmi vedere che non c'era nulla.
«Cosa avevano intenzione di fare secondo te? Di uscirsene accusandosi a vicenda di aver rubato il cargo? Di creare un precedente con il vostro sangue per finanziare una guerra con altro vostro sangue? Per questo stai combattendo?» mi gridò cominciando ad infuriarsi, poi sospirò e si accese un'altra sigaretta per calmarsi.
«Che razza di problema hai?» borbottai io.
«So per cosa combatto, a differenza tua» rispose guardando l'ombra di Lua in cielo.
«Combatto per restare in vita, nulla di più, nulla di meno. Di ciò che decidono quelli sulla Terra non mi interessa nulla» dissi io.
«La Terra? Sulla Terra stanno per tornare all'età della pietra. Pensi davvero che sia un bene privare l'essere umano della guerra?» i suoi discorsi cominciavano a sembrarmi deliranti.
«Mai provato a fare un giro nell'internet terrestre? Cercano ogni scusa possibile per scontrarsi, inventano nemici immaginari per accaparrarsi consensi politici, si attaccano a vicenda discutendo del nulla e spacciano quel nulla per un ideale filosofico. E nonostante ciò alla minima espressione di violenza vengono presi e mandati a combattere su Marte, come per nascondere la polvere sotto al tappeto! Ma non lo vedi? Sentono la mancanza delle armi, sentono la mancanza del conflitto, cercano una qualsiasi scusa per combattere. Inventano bandiere per i loro ideali, creano divisioni tra "noi" e "loro". Vogliono far parte di uno schieramento, vogliono dare la caccia a qualcun altro. Vogliono la guerra!»
«Ma che cazzo ti stai fumando?» era l'unica risposta che sapevo dargli.
«Tu fai parte della polvere sotto quel tappeto, sei figlia del caos, portavoce dello stato di natura che permea l'universo. E anche se ancora non sai per cosa stai combattendo, stai combattendo. Non rinneghi la tua natura violenta» dopo quel monologo si appoggiò alla carcassa del blindato e continuò a guardare in cielo mentre finiva la sua sigaretta, cosa stava cercando lassù?
Era un enigma, un enigma che riusciva a farmi imbestialire facilmente poiché non vedevo la soluzione. Il solo atto di guardarlo mi disturbava, avrà fatto fuori un intero plotone a mani nude e se ne stava lì come se nulla fosse a guardare il cielo con una sigaretta in bocca, come se stesse sfidando Dio a duello.
«Chi diavolo sei tu?» gli domandai.
"Che diavolo sei tu?" sarebbe stato più corretto, dovevo risolvere quell'enigma.
«Dovrei chiederlo io a te, marziana!» mi rispose camminando verso di me.
Assurdo, ce la metteva tutta per darmi sui nervi. Ma una risposta me la diede.
«Sono il tuo fucile» disse appoggiando un ginocchio a terra per scrutarmi il volto.
Meglio di niente, anche se pur sempre enigmatico. Sembrava stesse leggendo il codice inciso sulla pelle del mio zigomo destro.
«Erre A... zero sei?»
«Sai leggere anche i codici matrice adesso?» gli chiesi io voltandomi per coprirlo.
Non mi rispose subito, si alzò in piedi e continuò a guardare il cielo come se stesse cercando qualcosa.
«In caso ti interessasse, il tuo vero nome è Ember» disse continuando a scrutare il cielo.
«Conoscevo i tuoi genitori» aggiunse subito dopo.
«Non mi cambia nulla» fu la risposta che mi venne fuori in quel momento, con il senno di poi mi rendo conto di come non fosse altro che uno dei miei automatismi sviluppati per permettermi di sopravvivere.
D'un tratto sentii delle vibrazioni provenire dal terreno sotto di me, non venivano dal basso ma dall'alto: era il motore di un velivolo di grosse dimensioni. Alzando il capo con fatica, confermati i miei sospetti: era un'aeronave a vuoto.
«Beh, la mia carrozza mi attende!» disse salutandomi di spalle mentre camminava verso la rampa dell'aeronave in fase di apertura.
Era grande quanto una fregata imperiale, quindi quel bastardo non era da solo, c'erano altri che lo supportavano a quanto pare. Potevo scorgere qualche soldato all'interno dell'aeronave mentre si preparava al decollo, notai una sorta di stemma sul fianco della nave: una farfalla con due pistole al posto delle ali, cosa diamine erano? Una ONG armata? Una compagnia militare privata?
«È stato un piacere combattere con te, Ember!» gridò lui mentre la rampa si chiudeva e l'aeronave decollava.
«Ember...» sussurrai io mentre spiccò il volo verso la stratosfera.
"Sarà vero o l'avrà fatto per sfottermi?" dicevo tra me e me mentre persi i sensi, i medici da campo mi avevano trovata giusto in tempo. Tuttavia, quel tizio piantò uno strano seme dentro me, quello era molto più di un nome. Per la prima volta nella mia vita dimenticai di essere solo un codice alfanumerico.
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