Capitolo 6 - Innocenza

Capitolo 6 - Innocenza

by Edward Noctis

«Quì terminano i miei dati, questa è tutta la memoria che il creatore mi ha installato.»

C'era sgomento negli sguardi dei cavalieri, ciò che avevano appena appreso avrebbe potuto ribaltare le sorti della guerra contro gli dèi artificiali. Ma ciò che sconvolse Evelyn più degli altri non era la causa della morte del pianeta, era il passato di Raymond. Mentre tutti volevano più dettagli su questo "Homo Deus" lei si chiedeva se ci fosse qualche "cura" per far tornare Raymond normale.

«Quindi sotto di noi...» balbettò Dozer stringendo i pugni. «Il centro del pianeta è diventato un grosso golem?»

«Non esattamente...» lo corresse Tredici. «Il centro di Materia non è un golem, bensì un dio artificiale di dimensioni planetarie.»

Continuò Trentadue: «L'ipotesi del creatore è che questo "Dio" abbia ricoperto il nucleo del pianeta miliardi di anni fa e che da lì abbia iniziato a divorare ogni organismo vegetale ed ogni cadavere animale in fase di decomposizione, inclusi voi umani».

«Così facendo ha interrotto il ciclo della vita, ed ha reso sterili le terre di Materia» concluse Tredici.

«Questa terra è malata fino alle radici...» sussurrò Evelyn guardando Raymond, ripensò a tutte le volte che lo sentiva citare un libro contenente una frase del genere.

«Allora non c'è speranza ormai» commentò Emily rattristata. «Noi non possiamo uccidere un dio artificiale. Lui può di certo, ma non davanti ad un mostro con una tale potenza.»

«Ma il suo robot ci ha appena detto che Raymond ha intenzione di combattere! È per questo che sta marciando verso la Grande Vertebra!» replicò Magenta su tutte le furie.

«E allora?!» gridò Emily calciando la sua sedia. «Anche se dovesse sconfiggere questo... Dio... anche se dovesse sconfiggerlo, ormai il pianeta è praticamente morto! Siamo alla deriva nello spazio su un pezzo di polvere, l'umanità si estinguerà. Non abbiamo speranza» per la rabbia e la disperazione avrebbe pianto, se avesse avuto degli occhi normali.

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«Invece la abbiamo» la voce di Raymond fece vibrare i metalli del Milione.

«Il Seme dei Mondi» disse Evelyn guardando uno ad uno tutti i cavalieri.

«Eh?» esclamò Thoby cadendo dalle nuvole.

«Mio padre me ne parlava da piccolo» commentò Dozer. «Secondo un'antica leggenda i nostri antenati approdarono su Materia dal Seme dei Mondi, un'arca abbastanza grande da portare a bordo l'intera Pendragon. Almeno questo è ciò che raccontano i Germogli.»

«So che l'ho già detto ma... eh?» cadde dalle nuvole per la seconda volta.

«Sei per caso cresciuto in una grotta o cosa?» Magenta perse la pazienza rispondendogli con fretta. «Detto in parole povere i Germogli sono un antico ordine di discepoli dei piloti del Seme dei Mondi. In passato erano dei semplici studenti, le loro conoscenze vengono tramandate da diverse generazioni affinché tutt'oggi qualcuno sappia come mandare quel coso in orbita» sembrava avessero capito tutti dove Evelyn e Raymond volessero arrivare. L'idea era quella di usare il seme come se fosse un'arca, un'arca che avrebbe ospitato la razza umana finché quest'ultima non avrebbe trovato una nuova casa. Questo pensiero rassicurò i loro cuori, ma Raymond parve ugualmente turbato agli occhi di Evelyn. E mentre tutti discutevano di questa soluzione lei si avvicinò a lui chiedendogli se ci fosse qualcosa che non andava. Raymond scosse la testa e si allontanò dalla sorella.

«Mi spieghi cos'hai?» domandò lei, ma lui non disse nulla. Si limitò ad indicare la sua libreria senza nemmeno voltarsi. Poteva sembrare un gesto enigmatico ma ad Evelyn fu tutto chiaro: sin da piccolo Ray aveva il sogno di salvare il mondo, "abbandonare la nave" per lui era una grossa sconfitta. Quanti altri mondi aveva consumato la razza umana prima di Materia? Le venne la pelle d'oca al solo pensiero ma vista la situazione non c'era molta possibilità di scelta.

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Dunque si rivolse al fratello cercando di farlo ragionare: «Tu meglio di chiunque altro sai quanto siamo messi male... anche se uccidessi quel dio, la biomassa di Materia ormai è persa. Non c'è altro che possiamo fare» strinse le mani possenti di Raymond mentre pronunciava quelle parole, sapendo che ciò non sarebbe bastato a convincerlo. Lo conosceva benissimo, sapeva quanto sarebbe stato capace di morire pur di non rinunciare ad una sua impresa, soprattutto se quest'ultima era più grande di lui. Davanti ad un qualsiasi ostacolo caricava il bersaglio come un ariete impazzito, come un cavallo in corsa verso la sua meta con i paraocchi, non c'era verso di fermarlo.

«Salva l'umanità» disse stringendole la mano robotica. Era stranissimo, sentì quasi il metallo del suo braccio piegarsi di fronte alle dita di Ray che si intrecciavano con le sue.

«Io salverò il mondo» a quel punto mollò la presa.

«Va bene...» rispose ormai certa di non poterlo più convincere.

«Ma guai a te se fallisci, non voglio perderti di nuovo!» aggiunse riafferrandogli il braccio con un sorriso.

«Nemmeno io» la rassicurò passandole i capelli dietro l'orecchio per lasciarle scoperti gli occhi. Incredibile come delle mani così forti da costruire un intero arsenale da guerra fossero anche capaci di tale delicatezza.

«Evelyn...» disse Magenta. «Se le cose stanno così dobbiamo avvisare Atlante al più presto.»

Evelyn guardò Raymond come per salutarlo, le dispiaceva doversi separare di nuovo ma lui aveva un'altra strada da percorrere. Raymond le sorrise e si allontanò mentre la porta blindata dell'uscita si spalancava.

«Contatterò mio padre ed Asura non appena possibile, dovremmo avvicinarci ai ripetitori radio della città» disse Dozer per rompere il silenzio.

«Già...» continuò Evelyn. «Raymond sta calando il nostro Limulus, sbrighiamoci altrimenti...»

Un'enorme scossa ed un assordante boato fecero cadere a terra tutti quanti, sembrava che il Milione avesse urtato qualcosa. Raymond fu il primo ad alzarsi per capire cosa fosse successo, si precipitò subito da Tredici che allarmata disse: «C'è stata una collisione nel lato destro della prua, sto calcolando i danni... danni superficiali, qualsiasi cosa ci abbia colpito non ha penetrato la corazza».

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A quel punto Ray corse verso la parete opposta alla porta dove vi erano i ragazzi. Dopo aver fatto un cenno a Tredici quella parete si sollevò lasciando entrare un vento aggressivo e dei fiocchi di neve taglienti come lame, senza esitare si precipitò in quella bufera seguito dai ragazzi. La nebbia li circondò ma i cavalieri capirono di star cavalcando il dorso del Milione, Raymond voleva controllare con i suoi occhi che razza di proiettile li avesse colpiti. Sembrava non finire mai quella corsa date le dimensioni del Milione, ma arrivati a prua notarono una grossa ammaccatura sotto i loro piedi. Una sorta di cratere d'acciaio dove al centro si erse immobile una macabra figura nascosta dalla neve.

«Tra tutte le scelte che potevi compiere questa è di gran lunga la più sorprendente» quella voce... era il ragazzo biondo.

«Demone della pace, che piacere rivederti» i due si scrutarono alla ricerca di qualsiasi minimo movimento falso per attaccare.

«Damien...» sussurrò Raymond cercando di ricordare il suo nome.

Mentre i cavalieri stavano per estrarre le armi il dio li ammonì tempestivamente: «Non sono qui per combattere, bensì per dibattere» non li degnò nemmeno di uno sguardo, li ignorava dando per scontato che i loro ABM non potevano fargli nulla.

«Mio padre aveva ragione su di te, Raymond Bradley. Tu hai qualcosa di diverso dagli altri: sei così debole eppure capace di compiere fatiche sovrumane...» iniziò a girargli intorno a passi lenti mentre parlava. «Da mortale hai sconfitto mia sorella, da impotente hai sfidato mio padre, da ignorante hai generato un dubbio dentro di me. Sono millenni che lavoro a questo progetto della mia famiglia, eppure sono bastate poche ore con te a farmi crollare ogni certezza» i ragazzi iniziarono ad abbassare la guardia, ma Ray aveva capito che per gli dèi non c'era differenza tra il dibattere ed il combattere.

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«Perché ti ostini tanto a preservare questo pianeta? Hai una vaga idea di quanti mondi ci hanno ospitato e quanti altri ci ospiteranno se continui su questa strada? Non ha senso continuare un ciclo di distruzione quando abbiamo il potere di creare... di creare il nostro mondo e di abbandonare finalmente la vita da parassiti. Di essere dopo millenni di evoluzione gli dèi di noi stessi.»

«Non hai capito proprio niente...» rispose Raymond mentre plasmò la sua lancia dalle mani. «Io non combatto per cambiare il mondo.»

«Oh? Che intendi?» esclamò il ragazzo intrigato da quell'affermazione, ma fu Evelyn a rispondergli come se fosse lei stessa la voce di Raymond: «Lui combatte per preservarlo così com'è».

«Tu stanne fuori, la questione è tra me e lui!» urlò Damien, ma lei continuò lo stesso: «Lui combatte perché sa che la bellezza più grande del nostro mondo sta nel suo essere indomabile da qualsiasi uomo o dio che esista o non esista».

«La neve ti ha tappato le orecchie? Ho detto di starne fuori!» ringhiò facendo un passo verso di lei per intimorirla mentre le parti organiche della sua armatura si muovevano e mutavano freneticamente, come se fossero la manifestazione della sua irritazione.

«Lui combatte... i pazzi che credono di saperlo governare!» dopo quelle parole ci fu un'esplosione seguita da una nuvola di polvere ed una luce abbagliante.

«Evelyn!» gridò Magenta subito dopo quel lampo. Durò tutto pochi secondi ma sembrò un'eternità. Quando la polvere calò i ragazzi capirono cosa era successo. Damien aveva caricato Evelyn per la rabbia ma lei lo bloccò trafiggendolo con la sua spada, che entrava nel torace ed usciva dalla schiena del dio emanando ancora qualche scintilla della scarica elettrica di Evelyn. Egli sorrise guardandola negli occhi, quei due occhi azzurri ed affilati come le sue saette.

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«Tu e lei avete qualcosa in comune» disse guardando Raymond, poi la prese per il collo e la sollevò da terra facendole mollare la spada ancora conficcata nel suo torace. «Non ho ben chiaro cosa, tutto ciò che so è che mi fate imbestialire entrambi.»

In una frazione di secondo Damien aveva perso la mano che teneva Evelyn, Raymond gliela lacerò via liberandola così dalla sua morsa. Quella mano si trasformò lentamente in un glomerulo di sangue mentre il dio se ne generò un'altra nuova di zecca davanti agli occhi di tutti.

«Ah, forse ho capito cos'è!» esclamò guardando Raymond che gli puntava contro la lancia. «Già... siete entrambi disposti a combattere e morire per l'altro» scrutò tutti i ragazzi uno ad uno, non era per nulla agitato dalle loro armi, l'unico pericolo era Raymond.

«Forse mi sbagliavo su di voi, non siete poi così diversi dal resto» disse impugnando il manico della spada di Evelyn ancora conficcato nel suo petto. «Combattete e morite tutti per battaglie inutili» tirò fuori quell'arma e la esaminò incuriosito mentre la sua ferita si rimarginò.

«Sapete, io credo che tutta la vita sia una guerra. E tutti noi, umani e dèi, combattiamo sotto una bandiera reale o metaforica che sia...» parlava pacatamente gettando la spada a terra e tirandole una spinta con il piede per farla scivolare verso Evelyn. «Nel corso della storia ho visto uomini disposti a morire per la loro bandiera, morire con il sorriso ma in una totale illusione, l'illusione di aver contribuito a qualcosa di più grande. Sono stati dimenticati dopo nemmeno un decennio» Raymond voleva controbattere ma non ci riuscì, aveva parlato troppe volte e la ferita lo soffocava.

«Però...» continuò dando di spalle a Raymond ed i ragazzi. «Ho anche visto gente disposta a vivere per la loro "bandiera", dedicandole ogni singolo battito cardiaco rimanente e morendo nella più totale incertezza, nel dubbio di aver sbagliato qualcosa. Uomini e donne che hanno vissuto fino all'ultimo per accertarsi che "il loro sogno fosse reale"... solamente quest'ultimi hanno reso l'umanità ciò che è ora.»

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Ormai Raymond aveva abbassato le armi ed osservava la neve che cadeva sempre più piano. Ruppe quel solenne silenzio Evelyn che nel frattempo si era rialzata a fatica: «In parte hai ragione».

Damien non si voltò, ma questa volta la stava ascoltando con la stessa attenzione con cui ascoltava Raymond. Lei sussurrò soltanto una frase: «Tutta la vita è una guerra... ma noi non combattiamo sotto una bandiera, a noi piace combattere».

Il dio sorrise. Anche lui, come suo padre, amava dibattere e combattere. Ed era felice di aver trovato dei degni avversari quel giorno.

«Dunque! Vogliamo iniziare?» disse all'improvviso rivolgendosi a Raymond e plasmando una sorta di alabarda dalle sue mani. Quel gesto allarmò subito i ragazzi, ma Raymond fece un cenno con il braccio per dire loro di fermarsi.

«Non vi preoccupate...» cercò di rassicurarli. «Abbiamo soltanto espresso visioni diverse del mondo, visioni che non possono coesistere. E le nostre armi non hanno ancora avuto voce in capitolo.»

La raffica di neve ricominciò a farsi sempre più forte mentre i due si misero in guardia, come se l'intero pianeta volesse invogliarli a combattere.

«Non possiamo restare fermi a guardare» disse Magenta.

«Già... dobbiamo aiutarlo!» continuò Thobias.

Evelyn invece era persa in un'anarchia di pensieri mentre osservava le sagome dei due guerrieri immerse nella bufera. Fino ad allora il fischio del vento gelido di Materia regnava sovrano, ma quella melodia venne interrotta da un'esplosione, e le due sagome sparirono.

«Che è successo? Dove sono finiti?» gridò Evelyn nel panico. Non riusciva a vedere niente con tutta quella neve. «Sono laggiù, stanno combattendo!» rispose Emily che riuscì a vederli nonostante i loro movimenti sovrumani e l'enorme distanza che avevano percorso. Erano a terra tra le rovine della città che stava calpestando il Milione, balzavano da un muro all'altro spaccando qualsiasi cosa toccavano.

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«C'è qualcosa che non va...» mormorò Emily. «Pare che Raymond stia scappando! L'unico che sta attaccando è il dio artificiale, Raymond sta soltanto evitando e deviando i suoi colpi. Deve essere in difficoltà!»

«Allora dobbiamo raggiungerlo al più presto! Emily, tienili d'occhio!» ordinò Evelyn mentre si precipitò dentro il Milione insieme agli altri. Nel frattempo i due combattenti avevano lasciato dietro di loro una scia di brandelli di ghiaccio e cemento.

«Mi aspettavo molto di meglio da te. Mi deludi, Demone della Pace!» gridò Damien tra un fendente di alabarda ed un altro. «Per un attimo ho davvero pensato che l'umanità potesse redimersi, ma mi sbagliavo. Sei come tutti gli altri!» non riusciva a guardare Raymond in faccia, non si era mai voltato dall'inizio della battaglia.

Nel frattempo I cavalieri li stavano inseguendo a bordo del Limulus: «Sono troppo veloci, non li raggiungeremo mai!» gridò Dozer che lo stava guidando.

«Aaah! Dannazione!» urlò Magenta gettandosi fuori dalla portiera ed iniziando a correre sorpassandoli grazie alle sue gambe, scattò tra le rovine della città sfiorando quasi il muro del suono, un'agilità paragonabile a quella di Damien e Raymond.

«Tu che porti con te il cuore di mia sorella e la bandiera di tutta l'umanità, morirai quì!» disse il dio su tutte le furie. «E senza di te, l'umanità non avrà alcun mezzo per uccidere un immortale!» caricò Raymond con un affondo potentissimo, ma questa volta ci fu una reazione inaspettata. Raymond smise di correre e lo scaraventò in aria con una ginocchiata in pieno torace. Damien si ritrovò ad un'altezza di quasi quaranta metri ed aveva un'espressione di stupore negli occhi. Guardando in basso vide l'immagine sfocata di Raymond che gli stava puntando contro non più la sua lancia, ma la sua mano che lo indicò con due dita ed il pollice alzato, il gesto che si fa per imitare una pistola.

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Con quel gesto ed un sorriso sul suo viso pronunciò un verso onomatopeico: «Bang!»

E Damien fu colpito in pieno da un raggio di luce potentissimo proveniente dal Milione. La prua della fortezza d'acciaio si era aperta in due, facendo uscire da quelle fauci un'arma di calibro assurdo che generò un'onda d'urto ed un calore talmente potenti che tutta la neve in prossimità del raggio di luce scomparve lasciando scoperta solo polvere e terra. La tempesta cessò all'improvviso e le nuvole si allontanarono lasciando scoperta una linea retta di cielo che iniziò dal Milione e terminò all'orizzonte.

«State... state tutti bene?» disse Emily non appena si riprese dal grosso balzo che fece il Limulus. I cavalieri non si erano fatti nulla, sentivano giusto un fastidio alle orecchie per il boato. Fecero fatica a rispondere dato che la vampata di calore anomalo e l'aria secca intorno a loro li stava quasi disidratando.

«Cosa diamine era quel... un attimo, dov'è Magenta?» si allarmò Dozer.

«Laggiù!» la Indicò Thobias. Fortunatamente non si era fatta niente, era in piedi in mezzo alla polvere e guardava Raymond camminare verso qualcosa. Un pezzo della sua armatura era stato distrutto lasciando scoperta la sua spalla destra e parte del suo torso. Fece spuntare in quelle parti di pelle delle scaglie che formarono un'armatura organica simile a quella degli dèi, giusto per restare protetto nel caso Damien fosse sopravvissuto persino ad una tale potenza di fuoco. Ebbene sì, era sopravvissuto: lo trovò a terra in fin di vita e con metà del corpo carbonizzata.

Non appena Raymond gli si avvicinò quel cadavere cominciò a sussurrare delle parole sorridendo: «Chi l'avrebbe mai detto?» parve soddisfatto della sua sconfitta, osservò quelle nuvole spaccate in due meravigliandosi. Nel mezzo della quiete apocalittica partorita da quella battaglia, i cavalieri raggiunsero quei due rivali. Il ruggito del Milione li proiettò davanti ad una scena surreale, non per tutta la neve che quella bocca di fuoco aveva sciolto ma perché le mani di un uomo capace di creare delle armi si sono rivelate più forti di quelle di un dio capace di creare la vita. Tornarono sempre più forti le loro speranze, e proprio in quel momento lo sconfitto parlò tenendo lo sguardo fisso ai tre soli: «Madre, forse è così che ti senti in questo momento... lassù, avvolta nelle fiamme che continuano a scorticarti in un ergastolo lungo quanto la vita di un astro...» si fermò un attimo per riprendere fiato. «E pensare che un tempo credevano che oltre i cieli ci fosse il paradiso. Ma i veri inferi sono proprio lassù» concluse con una risatina mentre le nuvole tornarono a barricare l'orizzonte bloccando ogni filo di luce.

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«Il dio artificiale che Il Muro lanciò contro una stella era tua madre?» domandò Evelyn cercando una spiegazione per il loro disprezzo nei confronti degli umani.

Ma la risposta del ragazzo suscitò un dubbio persino nel cuore di Raymond: «Il Muro? Non volete proprio capire. Non esiste nessun Muro... non esiste nessun imperatore.»

«Bada a come parli!» lo minacciò Dozer che era il più legato agli ideali dell'impero. «Noi siamo Cavalieri Del Muro!»

Ma Damien non si fece intimorire, anche perché in quelle condizioni non vedeva l'ora che Raymond gli divorasse il cuore. Rispose con un sussurro dopo una risata: «Ah, le mura, le mura... potevate diventare la specie più forte del pianeta ma alla fine avete inventato le mura. Un tempo servivano a proteggervi, poi sono servite a dividervi, in seguito sono servite ad ingabbiarvi e tenervi alla larga dal resto del mondo impedendovi di conoscere, di esplorare, di farvi del male e di scoprire!» per un attimo aveva alzato i toni. «I vostri antenati definivano le guerre tra poveri come "il capolavoro del potere", molti di loro hanno dato la vita pur di fare breccia in quelle mura e restare uniti... se non sapete usare le mura, abbattetele.»

Di punto in bianco Evelyn notò come Raymond assunse un'aria preoccupata, stava stringendo i suoi pugni così tanto che i suoi guanti si stavano per rompere. Si inginocchiò davanti alla carcassa viva di Damien e mormorò una domanda con grande fatica: «Atlante... chi è Atlante?»

Il cadavere rispose sorridendogli con aria soddisfatta: «Ti è chiaro adesso? C'è un motivo se la Grande Vertebra si trova ad Avalon...» si fermò prendendo fiato per un minuto, quello che stava per raccontare ai cavalieri avrebbe cambiato l'andazzo della guerra. «C'è un'arte più maligna del creare la vita come facciamo noi, un'arte coniata dai vostri stessi antenati. Un'arte che gli uomini hanno insegnato agli dèi: l'arte di creare falsi nemici per salire al potere. Beh, mio padre ha fatto il contrario, ha creato un falso alleato.»

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«Atlante...» sussurrò Evelyn mentre un brivido le scese lungo la schiena.

«Entrambi gli schieramenti di questa guerra sono gestiti da mio padre, non c'è nessun imperatore, non a caso non conoscete nulla della storia del vostro popolo... ma voglio darti una possibilità, Demone della Pace. Forse l'unico potere che ti serve per vincere la tua battaglia è la semplice conoscenza. E sarà interessante osservare cosa combinerai con questo potere.»

A quel punto Raymond lo stava osservando minacciosamente come per ricordargli che non lo lascerà in vita, ma il ragazzo capì subito cosa l'aveva confuso: «Ahahah, dimenticavo, tu non sai cosa mi attende dopo la morte... beh, diciamo che quando una tigre delle tubature sbrana una lepre delle lande, quella lepre diventa parte della tigre. Per gli dèi artificiali è più o meno lo stesso discorso con piccole differenze, in un certo senso vivrò ancora dentro di te» nessuno aveva ben capito di cosa stesse blaterando.

«Da quanto tempo state consumando la biomassa di Materia?» chiese Evelyn cercando di fargli una domanda più specifica.

Tuttavia Damien rimase vago nel risponderle: «La mia generazione fu la prima ad approdare in questo pianeta dal Seme dei Mondi. All'inizio eravamo io, mio padre, mia madre e mia sorella... tutti e quattro umani, tutti e quattro Sapiens come tutti i vostri antenati. Mio padre, John Richard Brahman, era un famoso scienziato imperiale alla ricerca della soluzione che potesse mettere fine alla nostra vita da parassiti. Abbiamo consumato decine di mondi prima di questo. Non come dèi, ma come umani...» Raymond provò fastidio nel sentire quelle parole, anche lui aveva dedicato la sua breve vita alla ricerca di una soluzione che potesse salvare il mondo. Anzi, i mondi. E la sua soluzione non poteva di certo essere questa. Mentre rifletteva il ragazzo continuava a raccontare la sua storia.

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«Il suo genio lo portò a trovare una tale soluzione... scoprì il segreto dell'immortalità, scoprì come creare la vita a suo piacimento e donò questo potere a me, mia sorella e mia madre. Aspettò mesi prima di comunicare questa scoperta all'imperatore, in quei mesi crebbero alcune tensioni nella nostra famiglia... io appoggiavo la causa di mio padre, mia sorella Sophie aveva qualche dubbio, mia madre invece iniziava a credere che l'umanità non era pronta per un tale potere. Lei aveva ragione e lo sapevamo tutti, per questo mio padre giunse alla conclusione che solo la nostra famiglia avrebbe mantenuto il dono dell'immortalità. Il resto dell'umanità avrebbe vissuto dentro di noi in eterno» ora la metafora della tigre e della lepre aveva più senso. «Fu proprio quando mio padre iniziò ad attuare il suo stratagemma, assassinando l'imperatore, che lei si ribellò. Ma ciò fu un vantaggio per lui... egli mutò il suo corpo prendendo l'aspetto dell'imperatore e lottò contro mia madre davanti agli occhi di tutta la capitale. Lo scontro terminò quando la scaraventò in cielo, gettandola nel cuore del primo sole di Materia. Tutto il popolo lo vide come un eroe, io lo vidi come un genio. Mia sorella invece... aveva confermato ogni suo dubbio. Mio padre mantenne la maschera da imperatore e per allargare i confini del suo impero scavò un tunnel che divise il pianeta in due arrivando fino al centro di Materia ed uscendo ad Avalon. Lì comparve la prima Grande Vertebra. Comparvero i primi golem e comparve l'ordine dei Cavalieri del Muro, fondati per infondere un'illusione di sicurezza agli abitanti del pianeta... mia sorella, che era al corrente di tutto questo, si ribellò. Distrusse la Grande Vertebra e sigillò il tunnel di mio padre. Tuttavia egli riuscì nuovamente a ribaltare questa situazione a suo vantaggio: invece che mollare la sua maschera da imperatore o scavare un altro tunnel scelse di restare in silenzio e creare La Fabbrica, un grosso organismo al centro del pianeta capace di divorare silenziosamente qualsiasi forma di vita in decomposizione. Da quel giorno tutti i morti non sono più tornati alla terra, sono venuti a noi... nel corso di decine e decine di millenni gli umani dimenticarono queste vicende e ripopolarono Avalon. Ed il giorno degli scavi presso quella miniera fu il giorno in cui decidemmo di ripetere la storia, anzi, di terminare la storia. Di raggiungere l'ultimo segmento della linea evolutiva di ogni forma di vita: di guadagnarci il titolo di "Homo Deus"» sprofondò in un silenzio tombale mentre i ragazzi attendevano ansiosamente il continuo del suo racconto, ma da quelle labbra essiccate non uscirono altre parole.

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«Quindi non c'è modo di distruggere La Fabbrica...» mormorò Evelyn spronandolo a continuare. «Avete calcolato tutto.»

«Ahahah, questo sarebbe stato impossibile persino per un dio...» rispose mentre cercava di alterare la sua struttura ossea con la poca biomassa che gli era rimasta. Aprì la sua cassa toracica in due come quando in passato plasmò il golem che catturò Raymond, ma questa volta stava solo esponendo il suo cuore bianco a quell'umano che l'aveva sconfitto.

«Non abbiamo calcolato te» disse rivolgendosi a Raymond, che gli strappò il cuore senza pensarci una seconda volta per ucciderlo definitivamente. Il suo corpo si sciolse formando un ammasso di carne che andò ad unirsi a Raymond entrandogli nel petto. Era nervoso come non mai, nella sua testa rimbombava la frase di quell'essere che lo trasformò in un dio: ci sono tre vie per raggiungere il centro di Materia, una di queste è morire, un'altra è la Grande Vertebra e l'ultima è... si alzò di scatto e corse verso il Limulus.

«Hey hey hey! Che ti prende?» cercò di parlargli Thobias mentre tutti lo seguirono al loro veicolo blindato. I cavalieri salirono a bordo dopo di lui. Raymond corse subito nella cabina di pilotaggio dopo aver perlustrato rapidamente le altre stanze del veicolo.

«Ray, che succede?» chiese Evelyn mentre lui stava facendo qualcosa con i terminali del Limulus. D'un tratto comparve un ologramma di Materia davanti a loro, aveva aperto la mappa planetaria. Inserendo alcuni codici nel terminale evidenziò tre punti sulla mappa: Pendragon, Avalon ed il centro del pianeta.

«Impossibile...» disse Emily che aveva già notato qualcosa. Raymond inserì un ultimo codice che fece apparire una linea retta sull'ologramma, questa linea riusciva a collegare con precisione millimetrica i tre punti di prima: le due città ed il centro di Materia erano perfettamente allineati.

«Allora è tutto vero...» mormorò Dozer stringendo i pugni.

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«No, no, no! Quel dio stava mentendo, deve essere solo un caso!» disse Thobias preoccupato, gli rispose subito Evelyn con tono provocatorio: «Ce ne sono troppi di "casi" quì!» tutto ciò che raccontò il ragazzo biondo si rivelò veritiero.

«La Fabbrica non è sotto di noi...» aggiunse Magenta. «La Fabbrica è anche qui in superficie. Per questi esseri non siamo altro che produttori di cadaveri.»

Avevano nuovamente perso ogni speranza dopo essersi resi conto di un tale inganno. Quale potere avrebbe accumulato un'entità vissuta per millenni cibandosi di tutto ciò che c'era di organico nelle terre di Materia? Come minimo un potere tale da spazzarli via con il suo semplice respiro. Dozer mormorò alcune parole sedendosi sopra una cassa di munizioni: «Ha davvero senso combattere o fuggire in questo caso? Anche se riuscissimo a scappare con il Seme dei Mondi prima o poi verremo divorati da questo dio, una volta consumato Materia viaggerà nel cosmo consumando ogni altro pianeta e diventando sempre più potente!» erano terrorizzati da quel pensiero. Evelyn guardò Raymond negli occhi cercando in lui una speranza, una ragione per combattere.

«È vero» Continuò Emily. «Possiamo solo posticipare la nostra estinzione... migliaia di corpi celesti diventeranno parte di questa bestia.»

«È proprio per questo che ha senso combattere!» gridò Raymond infastidito dalla loro esitazione. Voltò le spalle a tutti dirigendosi fuori dal Limulus. Gli altri rimasero all'interno per qualche secondo paralizzati dal tuono della sua voce, poi cominciarono a seguirlo. Era in mezzo alla neve con lo sguardo rivolto verso Il Milione ed i piedi ben piantati a terra. Alzò una mano al cielo e la chiuse in un pugno girandola rapidamente di centottanta gradi. Come se non stesse aspettando altro, il colosso d'acciaio rispose a quel gesto con un boato metallico così potente che fece tremare la terra e crollare alcune macerie delle città evacuate nei dintorni. Qualche secondo dopo iniziò a muoversi a passi lenti, rumorosi e pesanti. Ci misero un po' ad accorgersene ma alla fine i cavalieri capirono che quella bestia si stava voltando verso Pendragon.

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«Sentite, non possiamo conoscere l'esito della guerra, ma una cosa è certa...» disse Evelyn voltandosi verso i ragazzi. «Questo Brahman diventa più forte con ogni secondo che passa. Se c'è un momento per combatterlo, quel momento è adesso. Da Cavalieri del Muro abbiamo offerto i nostri corpi ad una causa, li abbiamo fatti trasformare in armi per contrastare chiunque abbia la presunzione di governare l'universo. Beh sapete che vi dico? Io intendo portare avanti la nostra causa anche se il nostro nemico è il creatore dei Cavalieri del Muro.»

Le brillarono gli occhi mentre parlava, girandosi si accorse che Raymond la stava osservando. Ma gli altri avevano lo sguardo basso, erano ancora insicuri e pensierosi. «Non so voi, ma penso che il cosmo sia perfetto nel suo caos. Per questo combatterò chiunque si permetta di dargli un ordine» concluse mentre varcava il portone blindato del Limulus.

Ma qualcuno la fermò mettendole una mano sulla spalla: «Io sono con te» era Magenta.

«Anch'io, ho già esitato troppo oggi, col cavolo che mi tirerò fuori!» esclamò Dozer sorridendo.

Presto si aggiunse anche Emily: «Resterò al vostro fianco, ragazzi».

«Ah beh, allora lo farò anch'io, qualcuno deve pur stare attento a Mimi» disse Thobias mentre sua sorella stava per colpirlo con qualcosa. Voltandosi Evelyn vide quanto quei quattro erano convinti delle loro parole, persero per un istante le ragioni per lottare ma le ritrovarono in fretta grazie a lei e Raymond che li stava osservando da lontano mentre sorrideva. Nascose dietro quel sorriso paure molto più grandi di lui, molto più grandi di Materia, paure che non poteva permettersi di mostrare a chi nutriva in lui ogni speranza.

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