Capitolo 5 - Sapienza

Capitolo 5 - Sapienza

by Edward Noctis

Buio, viscido, soffocante, disgustoso, corrosivo... questi sono gli aggettivi più adatti a descrivere la gola del golem in cui si ritrovò Raymond. Fu inghiottito vivo e da qualche minuto aveva smesso di respirare, anche perché lì dentro non c'era più nulla di respirabile se non l'odore acido dei succhi gastrici che per poco non lo raggiunsero. Ma venne tirato fuori dall'esofago della bestia, il dio artificiale che poco fa gli trafisse il corpo con un dardo squamato, squarciò il collo del golem con i suoi artigli e fece uscire Ray tirandolo per i capelli.

«Benvenuto negli inferi, piccoletto» borbottò dopo aver buttato il ragazzino a terra.

Ricominciò a respirare svegliandosi in mezzo al sangue e la carne di golem, notando subito che il terreno era viscidissimo ed emanava una puzza disgustosa. Mentre cercò di alzarsi si accorse che stava tenendo in mano qualcosa, aprì gli occhi a fatica e lo avvicinò al volto per capire cosa fosse: era un braccio, era... il braccio di Evelyn!

Raymond lo lasciò cadere a terra iniziando ad urlare e correre inciampando sul terreno irregolare, sbattendoci la faccia notò un piccolo dettaglio: il terreno dove stava camminando era fatto di carne! Ma non carne di cadavere, carne viva che ogni tanto pulsava e si muoveva. Terrorizzato cercò di capire dove finisse ma guardandosi intorno non vide altro che carne, carne e ancora carne: sia sopra che sotto, e anche nel mezzo; c'erano degli enormi tentacoli che collegavano il ''soffitto'' con il ''pavimento'', tentacoli che si allargavano e stringevano come se trasportassero qualcosa dall'alto verso il basso. E le uniche luci presenti in quel posto erano generate da grosse cisti sparse qua e là, bioluminescenza? Non ne aveva idea, non aveva idee anzi, non sapeva più nulla, non sapeva dove si trovava né tantomeno come fosse successo tutto questo, stava vomitando per lo schifo procurato da tutti i suoi cinque sensi.

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Il dio artificiale biondo scoppiò a ridere: «Ma guardati, quanta biomassa ha sprecato quella buona a nulla di mia sorella!»

«Gli inferi? Sono morto?» balbettò Raymond in preda al dolore inflittogli dal dardo conficcato sulla sua spalla.

«No, piccoletto... e questo ti rende speciale!» quella voce provocò un mal di testa martellante a Ray. Non era del ragazzo biondo, sembrava provenire proprio da dentro di sé, dalla sua testa.

«Un umano che sconfigge un dio... in tutti i millenni della mia vita ho sentito soltanto leggende di certe gesta, ma mai azioni concrete.»

«Per favore, smettila di urlare! Mi fa troppo male! Dove sei? Cosa vuoi da me?»

«Dove sono? Ahahah proprio sotto i tuoi piedi, non mi vedi?» quell'ammasso di schifo su cui stava camminando... era lui?

«Chi... sei... tu?»

Il mal di testa si fermò ma partì un violento terremoto che fece crollare Raymond a terra, alzando lo sguardo vide una macabra figura materializzarsi dal terreno.

«Puoi chiamarmi Dio.»

Tornò il mal di testa mentre quella sagoma avanzò verso il ragazzino.

«D'altronde sono l'entità che più gli si avvicina ahahah!» si chinò vicino Ray e gli estrasse il dardo dalla spalla, fece malissimo ma la ferita si rimarginò. Provando a guardarlo in faccia il ragazzino cadde a terra dal terrore. Voltò subito lo sguardo, si trovava dinanzi ad un uomo con nulla di umano: magrissimo al punto tale da avere le costole visibili e la pelle così sottile da lasciare in rilievo ogni sua venatura; in faccia non aveva occhi, non aveva un naso e non aveva le orecchie, solo un grosso sorriso demoniaco con delle crepature nella pelle che spuntavano dalle labbra e si estendevano su tutto il suo viso, circondato da capelli lunghissimi che gli scendevano fino al bacino. O almeno questo pensò di aver visto, di certo non voleva riprovare ad osservarlo.

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«Hai difficoltà a guardarmi? Ad ascoltarmi? A capirmi? È ovvio... mi sono mosso in realtà più complesse dei cinque sensi ahahah!»

«Che cos'è questo posto?»

«Noi la chiamiamo ''La Fabbrica'', è qui che i morti finiscono, è qui che i loro corpi possono rivivere ancora, ahahah!»

Ray cercò di rimettersi in piedi ma perse l'equilibrio ogni volta che quella creatura parlava.

«Questa è... la Grande Vertebra?»

«Ahahah! È incredibile che ancora non se ne siano accorti, e pensa che un tempo si credevano al centro dell'universo! Invece puoi fregarli per millenni ahahah!» si stava rivolgendo all'altro dio artificiale che nel frattempo nascondeva il suo solito sorriso sotto la barbetta.

«No... per accedere a questo posto ci sono solo tre vie: una di questa è morire! La seconda è la Grande Vertebra, essa altro non è se non un semplice tunnel che collega la superficie alla Fabbrica... ti trovi al centro del pianeta piccolo demone della pace!» dopo quell'ultima frase Ray spalancò gli occhi ed osservò meglio quel posto, stava ragionando con l'espressione che assumeva di solito.

«I morti finiscono quì...» sussurrò osservando uno degli enormi tentacoli che trasportava qualcosa all'interno di esso verso il centro del pianeta.

Si girò in seguito osservando ''Dio'' con rabbia e richiamando la sua attenzione: «Ma certo... ora sì che tutto ha un senso!»

Cercò di avvicinarsi a lui restando in piedi e guardandolo in faccia malgrado la sua vista divenne sempre più annebbiata. «''Questa terra è malata fino alle radici''... come ho fatto a non accorgermene?»

Anche il mostro iniziò ad avvicinarsi.

«Ho passato tutta la mia breve vita a studiare questo pianeta con la speranza di salvarlo ed ora ho davanti a me la causa della sua morte!»

«Io? No no no, questo pianeta stava morendo già da quando ero ancora umano, io sto salvando l'umanità, le sto offrendo una nuova speranza.»

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«Tu stai rubando la biomassa del pianeta! Stai impedendo che i cadaveri si decompongano e che nascano nuove vite da essi! È così che create quei mostri, vero?»

«Tu pensi ancora che la morte sia inevitabile e necessaria? Sciocchezze, io ho visto l'umanità evolversi ed abbattere ogni verità che in passato riteneva assoluta, li ho visti avvicinarsi sempre di più a Dio! Beh sai che ti dico? Adesso è arrivato il momento di abbattere anche questo Dio, di creare noi stessi il mondo che vogliamo, di abbattere anche quello quando sarà il momento, di continuare ad evolverci ed espanderci come l'universo e di metterci al centro di esso con le nostre forze!»

«Tu sei un criminale» quell'affermazione interruppe il suo monologo delirante. «Tu e tutti quelli che credono possa esistere un posto migliore di questo, è per colpa dei parassiti come te che abbiamo distrutto così tante cose.»

«Oh?» dopo quel verso tagliò la gola al piccoletto con i suoi artigli. «Io non credo, io so e basta. E so che non esiste un mondo migliore di questo. Ecco perché ho intenzione di crearlo con le mie mani, a costo di sacrificare migliaia di mondi imperfetti. Tutte le forme di vita presenti nell'universo tendono a questo, tendono a diventare loro stesse l'universo. Io sto solo facendo la mia parte.»

Raymond iniziò a dimenarsi a terra soffocato dal dolore, questa ferita non si rimarginava.

«Ci tenevo a parlare con te, e sai cosa? Ti avrei lasciato volentieri morire se fossi stato come tutti gli altri umani, ma ora ho cambiato idea. Perché a differenza degli altri tu sei riuscito a darmi un'antitesi sia sconfiggendo mia figlia che mettendo la mia parola in discussione, rischiando entrambe le volte di essere ucciso. Per questo, piccolo demone... io ti offro il mio potere!»

Dopo quella frase il ragazzo biondo gettò a terra il corpo ferito della ragazza che sconfisse Ray.

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«Immagino tu non sappia nulla dell'antica scienza che noi abbiamo studiato. Mia figlia sapeva molte cose, e con queste conoscenze provò a sfidarmi sigillando la Grande Vertebra, ma adesso eccola quì...»

Affondò la sua mano nel petto della figlia e le strappò il cuore ancora pulsante mentre lei urlava per il dolore. Il suo cuore era diverso da quello di un normale umano: non solo era bianco come la nebbia ma aveva dei grossi vasi sanguigni attaccati ancora al suo corpo come sanguisughe, quest'ultimi stavano risucchiando il corpo della ragazza che presto scomparve inghiottito da quell'organo.

«Questo è l'unico modo per uccidere un dio: essere tu stesso un dio! Ahahah!»

Raymond cominciava a perdere troppo sangue ma nonostante ciò non smise di lottare bloccandosi la ferita inutilmente con le mani.

«Ed io ti offrirò proprio quel potere, il cuore di un dio artificiale! qui è contenuta tutta la biomassa inghiottita da mia figlia, tutte le vite che ha divorato, tutto il potere che ha accumulato. Non so se riuscirai a rimarginare la ferita di un altro dio ma perlomeno vivrai finché non avremo terminato il nostro... ''dibattito''.»

Prese Raymond per il collo e lo alzò da terra mentre stava quasi per svenire.

«Sei degno del dono di questo dio benevolo piccoletto, accettalo, e vedrai ciò che...»

Non riuscì a terminare la frase perché Ray gli sputò un misto di sangue e saliva in quella faccia che non riusciva a vedere. Ma la cosa non dette fastidio a Dio, anzi, la sua risata si fece molto più rumorosa.

«Dunque hai scelto di restarmi in antitesi?»

E subito dopo aprì in due il torace di Ray conficcandogli il cuore della ragazza al posto del suo.

«Lo chiamo ''Trapianto d'anima''. Sarà il tuo giudizio finale.»

Lasciò la presa ed il torace aperto di Ray si richiuse, tuttavia non terminò lì la sua pena, sembrava che provasse più dolore di prima. Lungo tutto il suo corpo si potevano vedere delle venature che cambiavano posizioni, la pelle che diventava squamosa e poi tornava normale, i suoi occhi che venivano inghiottiti diventando come due perle nere incastonate tra le sue palpebre screpolate.

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«Questo potere ti sedurrà, capirai la grandezza di ciò che sto creando, l'immensità della tesi in cui credo.»

Smise di ridere.

«Ma qualora ciò non dovesse succedere...»

Iniziò a guardare Ray negli occhi.

«Qualora sceglierai di restarmi in antitesi...»

Si chinò verso il bambino che aveva smesso di dimenarsi.

«In tal caso proseguiremo il nostro dibattito. E vedremo se l'umanità riuscirà ad abbattere Dio. Ad abbattere me e posticipare il suo prossimo gradino evolutivo... Homo Deus.»

In seguito a quella frase gli voltò le spalle lasciandolo a terra, tuttavia il ragazzo biondo sembrava non approvare questa decisione.

«Ho passato millenni a studiare leggende create dagli antenati dell'umanità, leggende di uomini che sfidavano dèi...» disse rivolgendosi al ragazzo.

«Bah...» commentò lui interrompendolo. «Si credono tanto superiori eppure sprecano il loro tempo a raccontarsi queste storielle. Non li capirò mai.»

«Ebbi il tuo stesso dubbio, Damien.» rispose osservando il corpo di Ray privo di sensi. «E solo ora sono giunto alla conclusione che l'umanità non ha mai avuto bisogno di un dio, ma di uomini pronti a morire sfidandolo. È grazie a questo processo che si sono evoluti più di ogni altro animale, grazie a quei cantastorie, grazie a chi creò gli dèi e grazie a chi ha perennemente continuato ad abbatterli...»

Al ragazzo biondo non furono per nulla chiari i discorsi del padre: Ray si oppose alle sue azioni, ma suo padre non lo trattò da nemico; gli tagliò la gola, poi gli salvò la vita; in seguito gli dichiarò guerra, tuttavia gli conferì il potere di un dio artificiale. Non vedeva un filo conduttore in tutta quell'incoerenza.

Concluse ciò che aveva da dire indicando il corpo di Raymond ed ordinando al figlio: «Riportalo in superficie, a metà strada tra la Grande Vertebra e Pendragon, sarà lui a scegliere da che parte schierarsi».

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«Sarà fatto, padre...» fu la sua unica risposta.

Ma Raymond non si schierò, né con l'impero di Atlante né con ''Dio'', non era dalla parte di nessuno se non dalla sua, ed ora sta marciando verso la Grande Vertebra con un arsenale da guerra creato con le sue stesse mani. Come per farsi beffa degli dèi.

Tuttavia l'inferno dentro di lui continuò persino dopo che raggiunse la superficie: si risvegliò dentro un cratere, in mezzo alla neve e alle rovine di una delle città distrutte dai golem. Provò a gridare aiuto ma non ci riuscì a causa di un amaro dolore alla gola, toccandosi lì sentì una sorta di cicatrice, o meglio, uno squarcio. Trovò riparo dalle frequenti bufere nelle abitazioni evacuate della città, persino un Remotus sarebbe morto in quelle condizioni ma lui sentì tutto quel freddo imbalsamarlo senza lasciarlo morire. Tutte quelle radiazioni solari attraversare il suo corpo senza carbonizzarlo. Provò addirittura a suicidarsi per la disperazione con una pistola trovata tra le macerie di un appartamento ma ogni ferita autoinflitta con quell'arma si rimarginò istantaneamente, tuttavia provò il dolore della morte con ogni proiettile che gli entrava ed usciva dal cranio.

Gettò a terra la pistola scarica e riprovò ad urlare fallendo miseramente. Per la rabbia iniziò a prendere a pugni le mura d'acciaio e cemento riuscendo a farle a pezzi a causa della forza da dio che da quel giorno l'avrebbe maledetto, al punto tale che gli crollò addosso l'intero edificio. Non si fece nemmeno un graffio. Ne uscì senza alcun problema, giusto qualche strappo alla sua canottiera. Da quegli occhi privi di vita sgorgarono fiumi di lacrime che si congelarono non appena raggiunsero le sue guance, ma proprio in quell'attimo le parole di "Dio" gli balenarono in mente: solo un dio artificiale può uccidere un dio artificiale... quel pensiero lo rassicurò. Avvicinò le sue unghie al petto con l'intento di scavare fino a strapparsi il cuore a mani nude.

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«Creatore...» una voce distorta proveniva dall'alto di una rupe.

«Creatore, è davvero lei!» era Trentadue, frantumato quasi interamente ma con un braccio funzionante che usava per trascinarsi tra le rovine. «Creatore... non riesco a muovere le gambe.»

Raymond corse, corse verso il gigante con più lacrime di prima. Per un attimo si dimenticò della cosa più importante che aveva. La sua vita? No, tutto ciò all'infuori di essa. Era l'unico umano con un potere abbastanza grande da impedire che il sogno perverso degli dèi artificiali si realizzasse, e per pochi centimetri che separavano le sue unghie dal suo petto stava per condannare tutto ciò che amava.

Non poteva restare indifferente davanti ad un suo amico in bisogno d'aiuto, non poteva pensare alla sua vita davanti ad un intero pianeta che stava venendo divorato dall'interno, non poteva permettersi il lusso di morire.

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