Capitolo 4 - Perseveranza

Capitolo 4 - Perseveranza

by Edward Noctis

Quattro anni terrestri passarono da quella tragedia, poco più di un anno su Materia. Un lungo anno di sconfitte per l'umanità. Potemmo soltanto rallentare l'avanzata degli dèi artificiali ma le conseguenze di qualsiasi nostro tentativo di avvicinarci alla ''Grande Vertebra'', ovvero l'area circostante la torre, erano catastrofiche.

Evelyn aveva ormai diciassette anni, l'equivalente di circa sei anni su Materia, quando decise di prendere le armi e diventare lei stessa protagonista della guerra: un Cavaliere del Muro. Era rimasta con un braccio solo ma si allenò ogni singolo giorno una volta guarita, guadagnandosi l'attenzione di Asura Wyverstone. Stavano andando insieme ad ascoltare la parola del Muro: l'imperatore in persona, colui a cui spettava l'ultima parola sulla nomina dei suoi cavalieri. Sarebbe stato lui a decidere se la ragazza avrebbe avuto il potere di combattere gli dèi. Viaggiavano in superficie con un treno pressurizzato, l'unico dato che le linee ferroviarie civili erano tutte nel sottosuolo.

«Evelyn, vedi quella torre lì in fondo?» chiese Asura alla ragazza mentre osservò la vasta distesa innevata.

«Certo, è enorme.»

«Bene, sappi che girano molte voci a riguardo: alcuni credono che quella torre sia in realtà il manico della spada di Atlante.»

«Cosa? Mi prendi in giro?»

«Ahahah so che può sembrare folle. È difficile distinguere il mito dalla realtà quando si parla dell'imperatore, ma tra poco capirai perché tutti lo chiamiamo ''Il Muro''.»

«E quel cratere lì? Cos'è?» indicò una zona in cui sembrava mancasse un vero e proprio pezzo del pianeta. Al centro del cratere poteva scorgersi una sorta di edificio dalla forma ovale, ma c'era pochissimo che si riusciva a vedere.

«Quello è il ''Seme dei Mondi''...» rispose l'anziano facendo una breve pausa per contemplarlo. «Sai Evelyn, la razza umana è una delle più antiche forme di vita dell'universo, così antica che in passato abitavamo addirittura in un altro pianeta.»

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«Stai scherzando? A scuola non mi hanno mai insegnato una cosa simile.»

«È un bel problema purtroppo... Nemmeno a me hanno insegnato molto della nostra storia, il massimo che ho imparato in tutti questi anni è come si prende a pugni un dio. E nonostante ciò è andata a finire che un piccolo bambino testardo era più preparato di me.»

«Ray...»

Il vecchio cercò subito di riprendere il discorso precedente non appena si accorse che Evelyn era parecchio addolorata da quella memoria: «Dunque, stavo dicendo? Ah già! Il Seme dei Mondi...»

E subito risbocciò la curiosità nel suo sguardo.

«Come ho già detto, conosciamo pochissimo della storia dell'umanità, ma un'antica leggenda narra che decine di migliaia di anni fa i nostri antenati approdarono su questo pianeta dal Seme dei Mondi.»

«Incredibile... e che ne è stato del nostro primo pianeta? Dov'è? Esiste ancora?»

«Ahahah! Sono contento di averti incuriosita... però le mie conoscenze terminano qui purtroppo, posso solo dirti che il Seme dei Mondi fu ripreparato al lancio dai nostri antenati. Tutt'oggi i Germogli, gli eredi del primo equipaggio, svolgono simulazioni virtuali di pilotaggio di quell'arca spaziale. Se le cose dovessero mettersi male per Materia, saremo pronti ad andare alla ricerca di una nuova casa.»

Meno di un'ora dopo entrarono nella megastruttura di Atlante, totalmente diversa da ciò che Evelyn si aspettava: non c'erano delle guardie, niente telecamere, niente armi automatizzate. Solo un lungo corridoio bianco sorvegliato da grosse colonne di marmo sintetico. L'orizzonte rispose ad ogni loro passo diventando sempre più buio, e in men che non si dica si ritrovarono a camminare lungo una stanza tanto spaziosa quanto vuota, tutto ciò che vide era un grosso ponte che portò ad una parete mastodontica dinanzi a lei. La ragazza si rivolse verso Asura con un'espressione confusa, così il vecchio le disse: «Quel muro che vedi è una piccola parte del corpo di Atlante: il suo petto».

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Poi Il Muro parlò, la sua voce proveniva dall'alto, dov'era la sua testa. Ma, alzando lo sguardo, la ragazza non vide altro che un enorme muro. Terminava solo perché le luci non erano abbastanza potenti da illuminare tutta la stanza del "trono''.

«Tu sei Evelyn Bradley, la sorella del bambino che sconfisse il dio artificiale ad Avalon, dico bene?»

«Sì, cioè... non siamo fratelli dalla nascita ma ci siamo dati lo stesso cognome ai tempi dell'orfanotrofio» rispose Evelyn cercando di chiarire subito il motivo per cui suo fratello era un Remotus.

«Capisco, ho assistito anch'io alla morte di un mio familiare... il ragazzino ha dato la vita per salvare quelle dei cittadini di Avalon, e soprattutto la tua. Ora tu vuoi rischiarla per quale motivo? Per vanificare il suo sacrificio?»

«No!» gli rispose urlando, se ne pentì subito dopo.

«Mi scusi... io non voglio rendere vano il suo sacrificio, voglio portare avanti la sua battaglia finché ogni singolo dio artificiale non verrà eliminato.»

«Eliminarli? Ahahah!» la risata del titano echeggiò in tutta la megastruttura.

«Gli dèi artificiali sono immortali, l'unico essere che può eliminare un dio è un altro dio, i miei cavalieri non hanno bisogno di coraggio ma di essere pazzi, folli, proprio come il tuo fratellino.»

Dopo quell'affermazione la conversazione si interruppe per qualche secondo, forse le parole dell'imperatore avevano urtato la ragazza. Mentre Il Muro riprese a parlare lei iniziò ad avvicinarsi cautamente.

«Secoli fa un mio amico mi disse: ''Serve del coraggio per sfidare un uomo, serve stupidità per sfidare un dio''. Soltanto un folle può scontrarsi contro un onnipotente, un uomo intelligente fuggirebbe. Se il ragazzino non fosse stato stupido non avrebbe mai combattuto quel...»

Fu interrotto da un suono metallico che rimbombò dal basso: Evelyn aveva appena tirato un pugno al Muro.

La ragazza con le nocche doloranti ringhiò alcune parole all'imperatore: «Io non mi darò pace finché ci sarà un solo dio a governare questo mondo. Li combatterò con o senza il tuo aiuto. Al costo di prenderli a pugni con un braccio solo... al costo di combattere per il bene di un impero ma non per un imperatore. Non ti azzardare mai più a dire che Ray era uno stupido!»

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Asura rimase paralizzato. Voleva rimproverare la ragazzina ma qualcosa gli impedì di muoversi, timore? Forse, ma non sapeva se era più Atlante o la piccola Evelyn che temeva. Dopo un solenne silenzio Il Muro riprese la parola: «Ho vissuto per millenni ma mai come ora l'umanità ha dato così tanta importanza all'essere intelligenti. Ogni cosa ha un eccesso: la bontà, la cattiveria, l'avarizia, la prodigalità, l'amore, l'odio, la stupidità, l'intelligenza... questo secolo ha bisogno di un po' di stupidità».

«Questo secolo ha bisogno di eroi.»

«Come te? Che hai appena tirato un pugno ad una macchina da guerra di metallo capace di ridurti in polvere muovendo un dito?»

Evelyn abbassò lo sguardo e gli voltò le spalle iniziando ad andarsene.

«Ragazzina, qualsiasi mio cavaliere sarebbe pronto a compiere un gesto come il tuo per proteggere ciò che ama. Se tuo fratello non fosse stato abbastanza folle da tentare il suo gesto non avrebbe mai sconfitto quel dio.»

Dopo quelle parole lei si fermò.

«Posso nominarti Cavaliere del Muro e trasformarti in un Homo Plus. Il tuo corpo cambierà radicalmente ma ti avverto, dopo l'intervento diventerai a vita un'arma di cui io sono proprietario. Sei una dei pochi umani capace di sfidare un gigante, ma ancora non hai il potere di sconfiggerlo. Sono disposto a concederti quel potere a patto che tu accetti questa condizione.»

Evelyn cercò di osservarlo in faccia ma la sua testa era troppo lontana: «Se ciò mi consentirà di proteggere l'umanità e fare a pezzi quei demoni, sono pronta a tutto».

«Benissimo. Asura! Valuta tu come meglio armarla ed allenarla, lei andrà insieme ai tuoi giovani allievi, mi fido di te.»

«Come desidera, mio signore.» rispose Asura mentre usciva da quella megastruttura insieme ad Evelyn. Non appena i portoni dietro di loro si sigillarono il vecchio emanò un grosso e rumoroso sospiro che aveva trattenuto da quando la ragazzina tirò un pugno all'imperatore.

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«Quindi Atlante è un robot?» chiese lei al vecchio.

«È un cyborg, un Homo Plus come me, uno pesantemente potenziato e vecchio migliaia di anni. Ma non ho la minima idea di quale parte del suo corpo sia rimasta umana oltre al suo sistema nervoso e il suo cervello.»

«A me pare abbia perso anche quello.»

«Per favore, Evelyn...»

Fu questione di pochi giorni prima che il corpicino delicato della ragazza venne trasformato in un capolavoro bellico, questione di anni prima che imparasse ad usarlo per ciò per cui era stato creato. Aveva di nuovo due braccia, l'arto destro ovviamente era tutto metallico ed antiestetico, ma il resto del corpo pareva ad occhio quasi identico a prima. Era solo molto più tonica e dalla pelle più levigata. La sua schiena, in oltre, era percorsa dalle solite vertebre metalliche sporgenti, una caratteristica di tutti i Plus. E questo macabro guscio racchiudeva dentro di sé una forza della natura, anzi, della tecnologia. Con un'agilità sovrumana, dei riflessi da fulminei ed una forza spaventosa, Evelyn combatteva come una furia. Era una ragazza tanto bella quanto brutale, i pochi soldati che la videro sul campo di battaglia iniziarono a chiamarla ''Angelo del conflitto''. Combatteva con una spada creata per legarsi al suo braccio destro, le bastava impugnarla per caricare la lama elettricamente; durante le sue battaglie si potevano vedere fulmini e carne carbonizzata ovunque. Non vi erano corazze che Evelyn non potesse squartare. Arto dopo arto riusciva a ridurre a brandelli qualsiasi golem di piccole dimensioni, anche se le lame dei cavalieri non venivano costruite per questo: la loro funzione principale era quella di contrastare gli dèi artificiali ed allontanarli il prima possibile. Dopo la battaglia di Avalon ogni cavaliere veniva addestrato all'utilizzo degli ABM, l'acronimo di "Acceleratore di bosoni mobile": un fucile a colpo singolo con una potenza di fuoco tale da perforare una montagna. Una nuova tecnologia perfetta per contrastare i golem.

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La nostra guerriera aveva ventisette anni terrestri quando venne assegnata ad una squadra di giovani cavalieri per una missione di ricognizione. Nel frattempo si era guadagnata l'attenzione di gran parte dell'impero per aver ucciso più golem di chiunque altro in un solo anno. Proprio per queste sue capacità l'angelo del conflitto, che portava sempre con sé al collo la sciarpa arancione di Raymond, divenne caposquadra. Insieme a lei c'erano due ragazzi e due ragazze. Tutti Plus tranne Alexander ''Dozer'' Gustav, il figlio di Frank Gustav, conosciuto come il Nexus più forte di Materia. Una montagna di muscoli potenziato soltanto a livello genetico, ma nonostante la sua struttura osseo-muscolare non fosse del tutto artificiale era comunque capace di sollevare e sparare con la sua arma: il Cannone Gustav, ovvero una versione sperimentale di una nuova categoria di ABM. Fu lui il primo a notarla mentre entrò nella sala briefing, i giovani cavalieri andarono subito a presentarsi all'angelo, l'astro nascente dell'Impero. Evelyn rimase sorpresa, era abituata a relazionarsi con protocolli e formalità militari davanti a cavalieri più grandi di lei, invece questo sembrava più un incontro tra amici che un briefing.

«Ecco che arriva la leggenda, Evelyn Bradley in persona! Sarà un piacere combattere al tuo fianco!» la elogiò Dozer.

Poi una ragazza lo interruppe, era bassa, dai corti capelli bianchi come la superficie innevata di Materia, una carnagione chiarissima e due occhi colorati di un giallo che non poteva essere naturale: «Dovresti presentarti, non provarci con ogni ragazza che incontri... comunque, io sono Emily, Emily Shatterglint, piacere di conoscerti! Mi hanno assegnato il ruolo di ricognitore e supporto a lungo raggio per questa missione ma sono stata potenziata con un impianto oculare che oltre a concedermi una mira infallibile mi permette di vedere fonti di calore, sorgenti elettriche, campi magnetici e...»

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«Però non vedi quando inizi a rompere le scatole, vero Mimi?» questa volta a parlare era un ragazzo che le somigliava parecchio. Aveva entrambe le braccia potenziate pesantemente e portava un grosso macchinario strano dalla forma triangolare dietro la schiena. Anche lui era basso e pallido, forse prima di diventare dei Plus erano dei Defixus.

«Anche l'abilità di non parlarmi sopra non ti appartiene, vero Thoby?»

«Mi diverte darti fastidio, sorellina!»

«Sorellina? Ma se sono nata prima di te!»

«Sarai nata anche prima di me ma resti comunque più piccola in altezza.»

«Idiota che non sei altro...»

I due continuarono a litigare, intanto l'ultimo membro della squadra si avvicinò ad Evelyn per presentarsi: era una ragazza con un look un po' punk; occhi a mandorla, alta, atletica, con lunghi capelli rossi a cresta e rasati sui lati, sembrava avesse una vera e propria fiamma in testa. Dalla cintola in su era un normale Plus, ma le sue gambe erano potenziate. Indossava dei pantaloncini corti, una sorta di variante della divisa probabilmente realizzata su misura visto che la forma aerodinamica di quelle gambe le avrebbe ostacolato i movimenti se ricoperta da un tessuto. Per non parlare di quegli artigli che aveva ai piedi, sembravano la versione robotica delle zampe di qualche rapace.

«Fanno sempre così, perdonali... comunque lui è Thobias, sarà il nostro compagno di lotta a corto raggio, è bravo con la lancia telescopica ma ha una mira pessima con l'ABM.»

«Eh? Come fa a mancare un golem con un ABM?» chiese Evelyn perplessa.

«Non ne ho idea, è tutto il contrario di sua sorella, lei non sbaglia mai un colpo. A me invece bastano le mie gambe per combattere, non per vantarmi ma sono il cavaliere più veloce dell'impero... e pensare che un tempo ero su una sedia a rotelle!» le parlò con tono molto amichevole.

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«Capisco... tu invece come ti chiami?»

«Magenta, mi chiamo Magenta Tanikaze.»

Asura era rimasto vicino l'entrata della sala briefing, ascoltava con piacere quei giovani che lui stesso aveva allenato. Finì il tempo delle presentazioni quando gli parlò Evelyn: «Maestro Wyverstone! Immagino sia l'ora del briefing...»

«Purtroppo siamo in tempi di guerra, ragazzi... venite quì» il vecchio li radunò intorno ad un tavolo olografico dove iniziarono ad apparire delle immagini tridimensionali, erano delle scansioni di un drone da ricognizione dell'impero. Sul suolo innevato c'erano delle impronte mastodontiche, più grandi di quelle che lasciano i golem, così grandi che penetravano il terreno fino a rompere lo strato di ghiaccio.

«Che razza di mostri mangia questo quì?» esclamò Thobias per sdrammatizzare.

«Non abbiamo molti dettagli, ma a giudicare dalle impronte possiamo dedurre che abbia sei zampe ed un passo a tripode alternato.»

«Tripo-cosa?» chiese Magenta.

«In poche parole cammina come fanno gli insetti» le spiegò Evelyn.

«A me questo sembra un po' più grande di un insetto però.» Continuò ad ironizzarci Thobias, a quel punto sua sorella gli tirò una gomitata per farlo stare zitto un attimo.

Nel frattempo Asura continuò il discorso: «Oltre ad essere un golem dalle dimensioni insolite c'è un'altra particolarità che dovreste osservare, guardate quì».

Indicò una zona in fondo alla scansione del terreno in cui le impronte terminarono.

«Magari era dotato di ali ed ha preso il volo» ipotizzò Dozer, ma Emily lo corresse subito: «No, la nostra atmosfera non è abbastanza densa per una bestia di quelle dimensioni, ma anche se fosse, in quel caso dovrebbero esserci tracce nella neve di tutta l'aria che ha spostato... però non capisco come mai si sia diretto in quella zona del pianeta, è il punto più lontano dalle nostre città».

«E se quello non fosse il punto dove terminano le impronte, ma dove iniziano?» intervenne Evelyn. L'ipotesi sembrò alquanto bizzarra ma aveva un senso: un Dio artificiale avrebbe potuto creare un golem in quel momento e mettersi in marcia.

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«È quello che pensiamo anche noi» riprese Asura. «Ma resta comunque un fenomeno strano perché se questo fosse il punto d'inizio delle impronte, ciò significa che questo golem non è diretto a Pendragon ma...»

«Alla Grande Vertebra» continuò Evelyn. Neanche Asura nonostante i suoi anni di esperienza ebbe una spiegazione a qualcosa del genere, un golem che va nella direzione opposta a quella degli altri, avrebbe potuto marciare verso le città e distruggerle come tutti ma stava marciando in senso opposto.

«Quindi? Quando andiamo lì?» chiese Dozer con il sorriso caotico di chi non vedeva l'ora di combattere. L'umanità ha vissuto per troppo tempo con troppi misteri riguardanti la natura degli dèi artificiali, quei ragazzi non vedevano l'ora di scoprire qualcosa di nuovo sul loro nemico. La loro curiosità ed il loro coraggio non conoscevano confini. Anche perché molti di loro, come Evelyn, avevano già perso tanto. Ed ora non era rimasto più nulla da perdere.

«Partirete tra quarantotto ore, vi scorteranno fino al punto in cui iniziano le impronte ma da lì in poi dovrete avvicinarvi voi alla grande vertebra. Il vostro veicolo non sarà armato dato che non abbiamo armi per uccidere un golem di quelle dimensioni ma avrete con voi i vostri ABM. Non penso abbiate problemi ad affrontare un dio artificiale ma meglio evitare il combattimento, ricordate, questa è solo una missione di ricognizione» detto ciò, Asura fece sparire gli ologrammi.

«Sono pronta a strappargli la carne dalle ossa» disse Evelyn osservando la sciarpa di Raymond. Ai ragazzi era piaciuta quella frase, nessuno di loro però riuscì a vedere quanto fosse assetata di vendetta... nessuno tranne Asura.

Tre giorni dopo si trovarono dinanzi alle impronte, anche se sarebbe stato più corretto chiamarle crateri. I cinque si stavano avvicinando alla Grande Vertebra a bordo di un ''Limulus'': un veicolo blindato creato per muoversi sul suolo innevato ad alte velocità, tuttavia ciò non era sufficiente per superare due impronte in meno di dieci minuti. Dozer era alla guida del blindato mentre gli altri ragazzi, in piedi nella stanza di monitoraggio controllavano ogni minimo movimento all'orizzonte.

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«Abbiamo superato solo una ventina di impronte» disse Thobias. «Siamo sicuri di avere abbastanza carburante per arrivare fino in fondo?»

Evelyn gli rispose subito: «Abbiamo carburante a sufficienza per arrivare fino alla Grande Vertebra e tornare indietro, ma anche se ciò non dovesse bastare lassù ci sono tre soli che possono alimentare il Limulus. Non sarà il massimo dell'efficienza ma almeno non verremo lasciati a piedi».

«Caspita!» esclamò Dozer dalla cabina del guidatore. «Pensavo di essere io l'unico a conoscere i mezzi pesanti, interessano anche te?»

Ad Evelyn non piacque quella domanda: «Non esattamente».

Continuò dopo qualche minuto per metabolizzare il pensiero: «Mio fratello... diciamo che era un inventore: conosceva benissimo ogni macchinario, anche quelli militari».

«Era?» chiese Emily preoccupata.

«Lasciamo perdere» iniziò ad irritarsi.

«Hey! Lo vedete anche voi?» Dozer riportò l'attenzione sulla scia di impronte, c'era un enorme nuvolone di polvere all'orizzonte.

«Ah, diamine, ci mancava solo una tempesta di neve!» disse Thobias mentre la osservava.

«Quella non è una tempesta di neve» rispose Magenta. «Quello è il golem!» continuò Emily.

I ragazzi corsero rapidi verso la cabina in fondo per prendere i loro cannoni, mentre vennero inglobati violentemente da quel cumulo di polvere gelida. Dopo qualche chilometro sentivano anche i passi della loro preda, dei boati così forti che fecero vibrare le pareti corazzate del loro veicolo.

«È il golem, non ci sono dubbi» disse Evelyn cercando di osservare la sua sagoma, ma la bufera di neve che innalzava con ogni passo impediva la vista a tutti i cavalieri, a tutti tranne Emily... che rimase spaventata osservando la creatura con i suoi occhi potenziati: «No, no! È enorme! È troppo persino per noi, dobbiamo tornare indietro assolutamente!»

«Quanto enorme?» chiese Evelyn urlando. «Dacci più dettagli, qualsiasi cosa può esserci d'aiuto!»

«Non ha ali! Ma è così grosso che non riesco a vederlo tutto, supera di sicuro la grandezza di un'aeronave imperiale!» balbettò, Thobias non l'aveva mai vista così terrorizzata.

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«Quanto gli siamo vicini?» gridò Dozer.

«Gli siamo praticamente sotto la pancia! C'è una delle sue zampe che si sta avvicinando a noi, se giri stretto a sinistra puoi evitare che ci schiacci!»

«Lo faccio subito!»

Sorpassarono il golem dato che il loro Limulus era più veloce di lui, ma Emily non smise di tremare, non batteva ciglio: «Emi, cosa c'è ora?» chiese suo fratello. «Cosa vedi?»

«Si è... fermato.»

In effetti non sentivano più i boati dei suoi passi. Rimase giusto il suono della bufera che calava impercettibilmente, ma dopo aver sentito quei boati non lo considerarono per niente un rumore.

«Emily, vedi qualcos'altro?» chiese Evelyn con voce più debole, come se volesse calmarla.

«Vedo... ma cosa? Oltre ad una fonte di calore il suo corpo emana anche un campo elettromagnetico!» non sembrava più spaventata, soltanto stupita. I cinque si fermarono e scesero dal Limulus ad aspettare che la bufera calasse mostrando quella sorta di macchinario, ora c'era anche l'ipotesi che quel golem fosse in realtà un veicolo costruito dagli esseri umani all'insaputa dei cavalieri. Dozer ed Emily, gli unici armati unicamente per il combattimento a distanza erano pronti a fare fuoco qualora un dio artificiale o un'altra macchina si stesse per avvicinare. Se invece quel colosso avesse ripreso a muoversi avrebbero comunque avuto il tempo di scappare data la sua lentezza. La nebbia non era più fitta come prima, era possibile intravedere qualche zampa e la possente corazza di quella montagna di metallo. Ma quando la polvere calò completamente i cavalieri ebbero la pelle d'oca.

«Ma che diavolo...»

È raro che un cavaliere si stupisca vedendo qualcosa di più grande di lui, ma c'era una grossa differenza tra ciò che vedevano in quel momento ed i golem: quella macchina era stata costruita da delle mani, non da una sorta di potere alchemico degli dèi artificiali. Era un enorme veicolo, alto quasi cinquecento metri e lungo probabilmente più di un chilometro, con sei zampe ed un numero gigante verniciato su un lato: un milione. Quel numero, il milione... accese qualche memoria dentro Evelyn.

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«Qualcosa si sta avvicinando!» urlò Emily preparandosi a scoccare una freccia sonica dal suo arco, gli altri non riuscivano a vedere lontano come lei quindi chiesero cosa fosse, dopo un'altra occhiata Emily rispose: «È una tigre delle tubature. Un maschio adulto di quattro metri... e c'è qualcuno che lo sta cavalcando!»

«Un dio artificiale?» chiese Magenta.

«A giudicare dall'armatura non sembra...»

Anche quella tigre apparve familiare ad Evelyn, vedendola fermarsi davanti a loro per far scendere il ragazzo che la cavalcava disse solo una parola: «Jet...» stava tremando.

«Tu chi sei? Cos'è quella cosa lì? Identificati!» gridò Dozer puntandogli il suo cannone in faccia. Mentre il ragazzo si avvicinava Evelyn lo scrutò da testa a piedi. Aveva una brutta cicatrice alla gola, probabilmente non poteva più parlare; indossava un'armatura pesante dal design alquanto insolito che terminò con un mantello rosso alle spalle, capelli neri come i suoi occhi che... i suoi occhi!

«È un dio artificiale! Ha gli occhi completamente neri e scorticati!» appena Emily lanciò questo avviso quattro dei cinque cavalieri puntarono le armi contro di lui, tranne Evelyn che avanzò verso quel ragazzo con la spada rinfoderata e l'ABM ancora sulle sue spalle.

«Cosa diamine stai facendo? Ti ucciderà!» esclamò Thobias.

«Voi statene fuori!» ribatteva Evelyn dicendo di abbassare le loro armi.

«Per favore...» aggiunse in seguito con voce più debole. I giovani cavalieri guardarono quel dio mentre plasmava una lancia fatta di carne ed ossa con le sue mani.

«Evelyn, che sta succedendo? Lo conosci?»

«Silenzio» rispose tirando fuori la sua spada e lanciandogli il suo solito sguardo affilato.

Non esitarono nemmeno un secondo, partirono scontrandosi come due magneti di neodimio troppo vicini. L'Angelo del Conflitto venne coinvolta per la prima volta in un duello contro un dio artificiale. Era maestoso vederla combattere con la sua spada, la muoveva con una precisione chirurgica, come se la lama fosse parte del suo corpo. Una maestosa delicatezza che terminava con un'esplosione ed una saetta al termine di ogni suo fendente. Tuttavia quel dio artificiale riusciva a tenerle testa, e ciò fece infuriare ancora di più Evelyn. Anche perché, nonostante le numerose occasioni che ebbe per trafiggerla con la sua lancia, si limitò soltanto a darle spinte o colpirla con il manico. Quel demone si stava prendendo gioco di lei, combatteva mostrando un ghigno di sfida sul suo volto.

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«Levati quel dannato sorriso dalla faccia!» urlò Evelyn tirandogli un pugno con il suo braccio meccanico, non gli fece nulla ma quel rumore spaventò persino Dozer che era abituato al suono del suo cannone. Dal braccio di Evelyn si potevano notare delle piccole scintille dopo quel colpo, si stava chiaramente sovraccaricando. Ma la battaglia non terminò lì, il ragazzo continuò a sorridere mentre evitava ogni suo attacco, lei invece era in lacrime.

«Evelyn...» sussurrò Magenta mentre la vedeva piangere.

«Devi sempre fare il cretino per ogni cosa!» gridò mentre lanciava fendenti con la spada cercando di colpirlo.

«Possibile che non riesci mai ad essere serio?»

Il ragazzo continuava ad evitare i suoi colpi senza il minimo sforzo, ma il suo sorriso iniziò lentamente a svanire.

«Vorrei solo... che mi ascoltassi una volta tanto!»

Ma lui continuò a sorridere e darle spinte.

«Per favore...» i suoi attacchi stavano diventando sempre più deboli, non per la stanchezza fisica ma per il suo stato d'animo. A malapena si reggeva più in piedi, bastavano due passi per evitarla. Il ragazzo la fece cadere con un'ultima spinta. Fu in quel momento che smise di sorridere. La osservò dall'alto pensieroso, poi le diede le spalle e fece rientrare quella lancia nel suo corpo.

«Brutto idiota che non sei altro!» a quel punto Evelyn balzò verso di lui sollevandolo da terra e buttandolo giù nel suolo innevato. La sua spada conficcata nel terreno era a pochi centimetri dal volto del ragazzo, quella scena le sembrò familiare... iniziò a prenderlo a pugni sul torace con tutte le sue forze.

«Ascoltami! Ascoltami! Ascoltami!» lo prendeva a pugni sempre più piano.

«Perché devi sempre fare di testa tua?» smise di prenderlo a pugni e collassò sul suo petto.

«Smettila di trattenerti...» il ragazzo le mise una mano sulla schiena.

«Voglio solo... vedere quanto sei diventato forte.» sussurrò mentre il gelo di Materia cristallizzava le sue lacrime.

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Egli annuì.

La mano che le aveva poggiato sulla schiena scansò via Evelyn con una potenza sovrumana, poi il dio balzò verso l'alto spaccando il ghiaccio sottostante con la forza delle gambe. Evelyn smise di piangere e impugnò la sua spada ma quasi non lo vedeva più, il salto che fece era di qualche centinaio di metri.

«Emily! Riesci a vederlo? Che sta facendo?»

«Sta... sta plasmando un golem!» rispose lei.

Lo vide far uscire una goccia di sangue dal suo corpo che cadendo iniziò a crescere e prendere forma fino ad oscurare i tre soli. Tutti rimasero immobili dinanzi alla potenza del dio, videro quella massa deforme che stava cadendo su di loro come una meteora con un sorriso distorto, un sorriso dalle dimensioni nettamente superiori a quelle del macchinario a sei zampe.

«Dio mio...» sussurrò Evelyn mentre stringeva con mano tremante la sua spada. Il golem aveva un braccio solo e mentre cadeva lo stava avvicinando ai cinque ragazzi come per schiacciarli sotto il suo pugno. Ma il dio fu rapido come una saetta e rumoroso come un tuono: arrivò a terra prima della creatura e plasmando di nuovo la sua lancia la tirò in alto verso il golem conficcandogliela in testa. E nonostante l'arma del dio avesse le dimensioni di una scheggia rispetto al golem, quel corpo mastodontico iniziò a sgretolarsi in aria. Tutto ciò che cadde dal cielo fu nient'altro che una pioggia di sangue.

«La mia sciarpa ti dona, Evy.»

«Ray...» dopo le sue parole il dio artificiale iniziò a tossire un po' di sangue.

«Ray! Cosa ti succede?» corse ad abbracciarlo in lacrime. «Cosa ti è successo? Chi ti ha fatto tutto questo?»

La pioggia di sangue continuò, ormai la neve sotto i loro piedi era tinta di rosso. Evelyn guardò la cicatrice che aveva sulla gola, se era davvero diventato un dio artificiale allora come mai non riusciva a rimarginarla con i suoi poteri? Gli altri cavalieri si avvicinarono a quei due puntando le armi contro Raymond.

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«Hey! Mettetele giù, è un amico! Non ci farà nulla!» cercò di spiegare Evelyn.

«Se ha cicatrici allora forse può essere ucciso» disse Dozer. «Tu comunque dovrai spiegarci come mai conosci un dio artificiale!»

«Aspetta!» intervenne Magenta avvicinandosi a Ray.

«Ma... lo conosco anch'io, Raymond Bradley, avete lo stesso cognome, sì! Come ho fatto a non pensarci? Mi ricordo ancora di te!»

«Cosa? Come vi conoscete?» chiese Evelyn a Raymond.

«Mi dispiace ma è meglio che il creatore non parli» a parlare questa volta era un robot con voce femminile che si trovava vicino Jet, era probabilmente un vecchio robot ricostruito da Raymond.

«Mi chiamo Tredici... sono stata costruita dal creatore insieme a tutti gli altri novecentonovantanovemilanovecentonovantanove robot del Milione, la città mobile che vedete alle mie spalle.»

«Ti costava tanto costruirne uno in più?» commentò ironicamente Thobias.

«Non può avere costruito quel coso da solo!» aggiunse Dozer che intanto aveva abbassato il suo cannone.

«In realtà lo abbiamo aiutato noi.» rispose Tredici. «Ma noi siamo stati costruiti dal creatore, quindi...»

«Ma non è comunque possibile che abbia creato quasi un milione di robot!»

«Credimi...» rispose Evelyn. «Credimi, sa fare molto di più». Raymond le sorrise mentre la pioggia di sangue del golem cessò sotto la luce dei tre soli.

«Il creatore vorrebbe farvi entrare nella sua città, questo perché i nostri obiettivi coincidono: il Milione è stato costruito per uccidere quelli che gli umani chiamano ''golem''» a questo era facile crederci, quel gigante di metallo aveva cannoni grossi più di qualsiasi arma del Muro.

«Ve ne siamo molto grati... seguiamoli!» ordinò Evelyn alla sua squadra, ma l'ordine non piacque a Dozer, Thobias ed Emily che guardarono Evelyn esprimendo dissenso.

Tant'è che Magenta rispose: «Sentite, capisco che non vi fidiate di lui, forse anch'io non mi fido dato che l'ho conosciuto solo per pochi minuti, ma mi fido di Evelyn. Spero possiate farlo anche voi. Noi saliamo a bordo del Milione».

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Fu così che anche gli altri decisero di seguirlo alla città di robot guidando il loro Limulus mentre lui e tredici cavalcavano Jet. Dal ventre di quella bestia metallica scese una piattaforma abbastanza grande per far salire tutti loro, incluso il Limulus. Evelyn stava osservando il ragazzino con cui era cresciuta e che lei stessa aveva cresciuto, ora davanti a sé vedeva un uomo; ma ancora tante domande dimorarono nei pensieri di quella ragazza, e tanto da raccontare aveva Raymond, il Re del Milione. Con le armi abbassate ma sempre più meravigliati, i cavalieri riuscirono ad intravvedere, guardandosi intorno, i meccanismi della città mobile. Evelyn invece rimase concentrata a fissare Ray e Jet con ammirazione. Sapeva che Jet sarebbe diventato così grande, è una Tigre delle tubature dopotutto, ma Raymond... qual è la sua storia? Com'è diventato un dio artificiale? Chi gli ha procurato quella brutta cicatrice alla gola? E perché non riesce a rimarginarla come un qualsiasi dio?

«Siamo quasi arrivati all'ingresso» annunciò Tredici. Pareva non finire mai quell'ascesa. L'esperienza nel combattimento dei golem insegnò ai cavalieri che ogni cosa sembra più grande se vista da lontano, ma in quell'attimo sembrava vero il contrario. Tuttavia Raymond, a differenza degli altri, era tormentato da un grande marasma di pensieri, da fantasmi che devono ancora morire... ma guardando Evelyn i suoi pensieri si ammutolirono, gli riaffiorarono in testa le memorie di quello che lui definiva ''il giorno in cui sono nato''.

Prima d'allora c'era il nulla, uno spazio desolato come la superficie di Materia, l'unico posto che poteva permettersi di chiamare "casa".

Già... la sua vita è stata un continuo alternarsi di gioia e dolore, un po' come quella di tutti noi spero, ma il piccolo e sorridente Ray che abbiamo conosciuto all'inizio della storia sembra una persona totalmente diversa dal bambino che conobbe Evelyn quel giorno. Era seduto in un angolino della città nello strato alto, ovvero la zona più povera e vicina alla superficie. Stava nevicando e c'era una fitta nebbia che gli offuscò la vista, un buio bianco che lo stava inghiottendo. Fu lì che la incontrò, descrivere Evelyn con un aggettivo romantico come "un raggio di sole" non le si addirebbe proprio, diciamo... Ma certo, un fulmine! In mezzo a tutte quelle nubi, lei era il fulmine.

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«Hey!» gli gridò Evelyn.

Ray non disse nulla.

«Ti sei seduto vicino alle tubature per ripararti dal freddo?»

Ray non disse nulla.

«Ben ti sta, ti conviene vestirti in maniera più pesante la prossima volta che esci di casa.»

Ray non disse nulla.

«Ma tu non hai una casa, vero?» chiese sedendosi accanto a lui.

Questa volta Ray rispose: «Quanto sei rompiscatole!»

«Ah!» esclamò Evelyn. «Per un attimo ho pensato che fossi morto congelato ahahah!» si poteva intravvedere una smorfia nella bocca di Ray.

«Era un sorriso quello? Ahahah sono contenta di averti fatto sorridere!»

«Anche se ti ho appena dato della rompiscatole?»

«Sì, tanto... scusami, forse sono così allegra perché a differenza degli altri all'orfanotrofio di Avalon io non ho alcuna memoria della mia famiglia... non ho avuto il tempo di legarmi a loro, non ricordo neanche come sono nata ahahah!» ebbene sì, erano entrambi orfani, una cosa abbastanza normale in quasi tutto l'impero. Specialmente per i piccoli Remotus come Ray, che venivano spesso venduti a chi necessitava lavoratori efficienti ed economici, seppur con un'aspettativa di vita bassissima. Alcuni di loro scappavano, ma molti non opponevano alcuna resistenza. Perché chi scappava diventava come Ray: un randagio senza più un tetto sulla testa, esposto alle intemperie della superficie. Orfanotrofi come quello di Evelyn non ospitavano Remotus.

«Quindi anche tu non sai dove andare...» disse Raymond, poi i due stettero in silenzio ad ammirare la neve che calava. Osservando da vicino il suo volto si poteva notare una sorta di rossore nelle guance, probabilmente prima che Evelyn iniziasse a parlargli aveva pianto ed ha staccato via le lacrime congelate dalla sua pelle. Dopo un po' lei riprese il discorso: «Tu... hai voglia di raccontarmi come sei nato?»

«Vorrei ma... anch'io non lo so.»

«E allora perché sei così triste?»

«Perché vorrei una casa, un posto dove dormire la notte con la sicurezza di sopravvivere anche il giorno seguente... e non dover mendicare tutta la mia vita per un avanzo di pane sintetico che a malapena riesco a digerire.»

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«Mmmh...» Evelyn rimase un po' a pensare.

«E una famiglia.»

«Uh?»

«Vorrei... vorrei anche una famiglia» disse chiudendo gli occhi per restare intrappolato nella sua immaginazione, forse in fondo era quello l'unico posto che fino ad allora si sentiva di chiamare casa. «Voglio qualcuno che mi accetti per quello che sono, e che mi permetta di trasformarmi in chi voglio essere... non so nemmeno io come spiegarlo» aggiunse riaprendo gli occhi con un accenno di sorriso.

«No!» disse Evelyn stringendogli la mano. «Hai spiegato tutto alla perfezione e mi hai fatto venire in mente un'idea geniale!»

Raymond la guardò confuso.

«Sai, in un orfanotrofio può capitare che alcuni bambini vengano adottati, e molti di loro chiamano mamma e papà proprio quelle persone che li adottano, anche se non sono i loro veri genitori.»

«Con questo cosa vuoi dire?»

«Voglio dire... e se io e te ci adottassimo a vicenda?»

«Ma sei troppo piccola per essere mia madre!»

«Beh, magari posso essere tua sorella, non è nulla di diverso da un'adozione secondo me. Posso essere io la tua famiglia se lo vuoi.»

«È una famiglia un po' strana però.»

«Ne ho viste di famiglie strane io ahahah! C'è chi ha una mamma e un papà, c'è chi non ha una mamma ma ha due papà, ci sono fratelli che non hanno mai conosciuto i loro genitori e persone che considerano ''famiglia'' anche i loro animali! Vivono comunque felici, che ti importa se è strano?» continuò dopo essersi avvicinata a Raymond: «Io voglio solo renderti felice... fratellino!»

Quello fu il giorno in cui il Raymond che noi conosciamo nacque a tutti gli effetti, il giorno in cui i due si diedero da fare con tutte le loro forze per costruire la vita che prima d'allora potevano solo sognare, il giorno in cui Raymond ritrovò la voglia di vivere.

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La piattaforma si arrestò istantaneamente in una maniera talmente violenta che persino il Limulus sobbalzò.

«Scusate, stiamo ancora cercando di risolvere questo problemino» disse la robottina. Raymond era lontano dal resto del gruppo, dava di spalle a tutti ed osservò quello che agli occhi dei cavalieri pareva il portone d'uscita dell'ascensore, grosso quanto l'entrata di un hangar, un varco che teneva dentro di sé qualcosa di titanico. Fu quando il Re del Milione mosse un passo in avanti che il portone iniziò ad aprirsi, in maniera lenta e rumorosa, quel suono ottenuto da due metalli che si sfregano. I ragazzi vennero abbagliati da sfavillanti luci, tutti tranne Emily per ovvi motivi, lei invece rimase a bocca aperta. E quando i loro occhi si abituarono alla luce, lo videro...

Dietro la sagoma di Raymond c'era l'interno del Milione, una vera e propria metropoli di ferro. Persino costruita meglio delle architetture nel sottosuolo! Con grattacieli ovunque che arrivavano fino al soffitto, letteralmente perché parevano uniti ad esso, si vide poco a causa della moltitudine di scale, ascensori e ponti. C'erano persino dei binari dove viaggiavano enormi macchinari che trasportavano di tutto, principalmente sembrarono munizioni di manifattura ignota. Forse anche queste venivano costruite dai robot di Raymond, i cittadini del Milione! Tutti portavano inciso il loro numero identificativo ma erano ognuno di forma e dimensioni diverse dall'altro e sembravano comportarsi come dei normali esseri umani: parlavano, ridevano e lavoravano per tenere operativa la città. Ma la situazione più insolita, come se già tutto il resto non bastasse, era data da quattro robot dalle sembianze di bambini che giocavano ad acchiapparella. I cavalieri non riuscivano a spiegarsi la funzione di qualche bimbo-robot programmato solo per giocare, che utilità avrebbero?

Evelyn sotto sotto conosceva abbastanza Raymond da saperlo... una città di robot può farti sentire solo molto più di un deserto ghiacciato come la superficie di Materia, Ray si allontanò spesso da Avalon proprio per questo motivo: vedeva la maggior parte degli abitanti meno espressivi dei suoi robot. Probabilmente è per questo che decise di rendere il suo regno un posto così "umano". Il Milione... La città di robot... Incredibile! E Ray che nel frattempo stava facendo loro strada conosceva ogni metro quadro della sua creazione, si muoveva tra i vicoli, le porte, i grattacieli, le scale... Sicuro in ogni passo che compiva in quel gomitolo di leghe metalliche. E con ogni passo continuavano ad incontrare sempre meno robot, gli unici che incontrarono erano alti non meno di otto metri.

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«Ci stiamo avvicinando all'arsenale del milione, potrebbe capitare che...» Tredici non fece in tempo a finire la frase a causa di un boato assordante che fece perdere l'equilibrio ai ragazzi.

«Appunto, golem quattromilacinquecentodieci, eliminato.»

«Incredibile...» sussurrò Emily guardando il muro alla sua destra: «Ci sono dei cannoni grossi quanto una nave cargo qui a fianco!»

«Modifiche oculari, deduco. Corretto, alla nostra destra è presente una delle tre serie di cannoni dal diametro dei motori delle navi cargo prodotte una ventina d'anni fa. I golem hanno capacità rigenerative notevolmente inferiori a quelle degli dèi artificiali, per questo un'arma di grosso calibro capace di spezzare la loro colonna vertebrale compromettendo il sistema nervoso può eliminarli facilmente.»

Proprio al termine della spiegazione di Tredici, i nostri eroi erano arrivati alla fine del corridoio. C'era un portone più piccolo degli altri, anzi, più piccolo di tutto il resto presente in quella città. Tuttavia era molto spesso, lo notarono osservandolo dopo che si era aperto da solo, i ragazzi furono meravigliati dai meccanismi di sicurezza di tutti quei portoni: non bisognava inserire né codici né impronte digitali o cose simili. Forse c'erano telecamere nascoste da qualche parte, forse Tredici era collegata direttamente con il Milione, sta di fatto che sembrava bisognasse semplicemente essere Raymond per entrare.

«Benvenuti, il creatore mi aveva avvertito del vostro arrivo» furono accolti da queste parole una volta varcato il portone blindato, la voce non era di certo umana, vi notarono quel suono ricco di interferenze caratteristico degli altri robot. Quando le luci si accesero capirono che a parlare era difatti un robot altissimo con il numero Trentadue stampato sul volto. Si ritrovarono in una stanza abbastanza accogliente, forse erano gli alloggi di Raymond, Evelyn ne era sicura dato che conosceva benissimo il modo in cui ''ordinava'' camera sua. Ciò che la colpì di più fu l'enorme libreria che aveva in un angolino della stanza, sia a causa dell'ordine in cui cutodiva i libri che per la quantità di carta contenuta in quegli altissimi scaffali, c'era persino una scala lì vicino. Forse li aveva raccolti tra le macerie delle città distrutte dai golem. Evelyn non leggeva molto, ma era contenta di vedere che nonostante tutto Ray avesse conservato le sue passioni.

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«Tu... eri presente alla Battaglia di Avalon!» esclamò Evelyn osservando Trentadue.

«Corretto» rispose il robot. «Sono stato il primo ad essere ricostruito dal creatore dopo la sua... ''morte'' diciamo.»

«La sua morte?» ripeté Magenta.

«La volete smettere di darci più domande che risposte?» aggiunse Evelyn con un tono alquanto irritato. «Voglio sapere tutto quello che gli è successo da quel giorno fino ad adesso, e lo voglio sapere ora!» la sua voce echeggiò nella stanza e nel cuore di Raymond, tant'è che la sua espressione non parve più disanimata nonostante i suoi occhi neri da cadavere.

Tredici allertata da quell'espressione la ammutolì subito con poche parole, delicate ma tutt'altro che leggere: «Per tutta la mia... ''vita'', il creatore non mi ha mai dato alcuna risposta» Evelyn si dette una calmata guardando Raymond con occhi da una bambina.

«Ci ha solo riempito di domande,» continuò Trentadue, «è questo ciò che ci distingue dagli altri robot».

La ragazza trattenne le lacrime. Voleva apparire forte agli occhi di Raymond, voleva apparire ancora come ''la sorella maggiore'' che era un tempo, ma nonostante l'età adesso era lui a sembrare più grande di lei.

«Scusatemi. È che per troppo tempo ho pensato di non poterlo rivedere più e...» Raymond le si avvicinò mettendole una mano sulla spalla ed osservando il suo braccio robotico. Lei invece si sentì in imbarazzo ad averlo così vicino, era diventato altissimo ed aveva la faccia piena di tagli, per non parlare di quello alla gola. Lui intanto guardava quel braccio, ''starà esaminando come è costruito'' pensò lei, ma cambiò idea presto.

«Scusami tu.»

Dopo quelle parole Evelyn alzò lo sguardo vedendo tutto in quei bulbi oculari in cui vi era il nulla, il Raymond con cui era cresciuta viveva ancora: «Per cosa? Per cosa ti stai...» si ammutolì osservando il suo braccio: non lo stava esaminando, si sentiva in colpa per averglielo fatto perdere quando cercò di salvarlo. Appoggiò la sua testa al petto di Ray, che restò immobile come un monolite, capendo che tutto ciò era ormai da lasciare nel passato.

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«Sedetevi...» li invitò Tredici ad accomodarsi. Si sedettero tutti intorno a Trentadue usando delle sedie posizionate vicino ad una sorta di tavolo olografico, molto diverso da quelli militari che avevano visto.

«Cos'è, un'altra quest?» commentò ironicamente Thobias mentre sua sorella gli tirò un'altra gomitata per farlo stare zitto.

«Il creatore, per motivi che già vi abbiamo spiegato, non deve parlare. Quindi parlerò io per lui, poiché quando ha ricostruito il mio corpo mi ha anche lasciato dei dati contenenti le informazioni che necessitate su di lui e sulla natura degli dèi artificiali» spiegò Trentadue. «Tuttavia so che non avete tutto il tempo del mondo, quindi se preferite che tralasci qualche informazione superflua...»

«No!» lo interruppe Evelyn.

«No... per favore» aggiunse in seguito tentando di nascondere la sua preoccupazione mentre Emily le mise una mano dietro la schiena per consolarla.

«Raccontateci tutto.»

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