Capitolo 2 - Abbondanza
by Edward Noctis
Il giorno prima dell'incidente un ragazzino curiosava in un'antica torre costruita nel periodo in cui la superficie era abitabile, cosa abbastanza insolita dato che gli unici umani che ogni tanto si muovevano in superficie erano i militari. Il bambino era un Remotus dagli occhi castani, capelli spettinatissimi color marrone rossiccio, una faccia tanto paffuta quanto il suo giubbotto ed una lunga sciarpa arancione che portava sempre al collo. Nonostante il suo aspetto tenero ed innocente questo bambino stava riparando un robot dotato di intelligenza artificiale che aveva trovato lì, cosa ancora più insolita per un ragazzino di tre anni! Tre anni secondo l'orbita di Materia ovviamente, l'equivalente di circa undici anni terrestri.
Chiamò quel robot Trentadue. Insieme a lui c'erano Tredici, uno dei primi robot che costruì; e Jet, il suo animaletto spericolato e curioso proprio come il padrone. Apparentemente poteva sembrare soltanto un gatto nero dalle orecchie molto grandi e la coda molto lunga, ma in realtà Jet era un cucciolo di "Tigre delle tubature": un felino che da adulto sarebbe cresciuto fino ad un'altezza di sei metri. Tredici invece era una robottina dalle sembianze e la voce di ragazza che in passato fu costruita per servire come cameriera in un ristorante automatizzato, ma nonostante la completa libertà che il ragazzino le regalò, Tredici conservò questa sua natura, o meglio, questa sua programmazione: cercava in qualsiasi modo di aiutarlo solo per pura gentilezza.
«Creatore, le serve qualche altro pezzo?» chiese mentre il bambino stava riparando Trentadue.
«No, Tredici, ho finito.»
«Creatore, non riesco a muovere le gambe» disse Trentadue.
«Si stanno solo ricalibrando, aspetta qualche minuto e sarai libero di muoverti» rispose il piccoletto.
«Come posso ripagarla?»
«Ripagarmi?» domandò scendendo dalla scala che lo portava al torso di Trentadue. Era un robot di venti metri, probabilmente costruito per dei lavori pesanti. Il ragazzino riordinò qualche attrezzo dentro il suo zaino, poi continuò a parlare: «Mi sono divertito a ricostruire un modello della settima guerra come te, ho anche imparato un sacco di cose! Mi hai ripagato così, ora sei libero di fare quello che vuoi, cerca solo di non cacciarti nei guai».
«Ma... non capisco, mi scusi.» la sua voce manifestò qualche interferenza, fenomeno che accade spesso quando le intelligenze artificiali si imbattono in problemi che vanno oltre i loro schemi o quando tentano di emulare emozioni umane. È qualcosa di affascinante ma anche alquanto buffo, bastava dire cose come: ''questa frase è falsa'', e la maggior parte dei robot iniziavano a balbettare.
Dopo una breve pausa Trentadue riprese a parlare: «Io fui costruito dagli umani con uno scopo, ed ora sono stato ricostruito da un altro essere umano per... ''fare quello che voglio''? Non saprei neanche da dove iniziare! Ho bisogno di una direttiva, una... ragione di ''vita'', altrimenti non avrebbe senso la mia costruzione».
Il ragazzino si fermò a riflettere sorridendo, e mentre sorrideva, Trentadue riprese il discorso: «Creatore, lei per me è come ciò che voi umani chiamate Dio».
«Dio?» rispose lui. «Ahahah non avrei mai pensato che un'intelligenza artificiale potesse fare certi ragionamenti, wow!»
Si voltò, prese il suo zainetto e disse al gigante: «Va bene!»
Poi continuò una volta arrivato alla finestra, si mise in piedi lì e guardò giù senza la minima paura di cadere.
«La tua direttiva è... ''crea le tue direttive''.»
Trentadue sembrò trasmettere un'emozione di stupore, forse stava per rispondergli ma mentre balbettava con qualche interferenza il bambino sorrise e saltò giù dalla finestra salutando i due robot.
L'edificio era altissimo ma lui aveva già fatto questa caduta molte altre volte, superato un certo piano della torre urlò: «Nove!»
E da una finestra più sotto uscì Nove, un robot con le sembianze di un veicolo ad una sola ruota. Il ragazzino afferrò il manubrio mentre i due erano in caduta libera, ma la velocità non li spaventava affatto. Percorsero verticalmente delle grosse tubature sulla torre che scendendo si curvavano diventando orizzontali, così da annullare completamente la caduta e trovarsi sani e salvi a terra. Il piccoletto adorava compiere certe acrobazie, anche se a causa delle violente accelerazioni perdeva spesso i sensi le prime volte. Nulla che il fisico di un giovane Remotus non potesse sopportare, la superficie era il suo parco giochi.
«Siamo quasi arrivati a casa sua, creatore» disse il suo amico mentre sfrecciava sul ghiaccio.
«Grazie mille Nove... spero che Evelyn non si sia svegliata.»
Evelyn era una giovane Nexus. Malgrado avesse solo un anno in più di lui era come una mammina, e come qualsiasi madre o sorella maggiore non voleva che un bambino andasse in un luogo pericoloso come la superficie.
Era l'alba e si potevano già vedere Nihil ed Omnia, due dei tre soli di Materia. Le orbite planetarie di un sistema solare triplo sono solitamente molto caotiche ma quella del loro pianeta era stabile poiché tutto il loro sistema si basava sul campo gravitazionale di Magis, una gigante rossa talmente densa che anche Omnia e Nihil orbitavano intorno ad essa. Giunto ad Avalon il piccoletto era certo che Evelyn fosse già sveglia, ma ormai quel pensiero non lo disturbava più perché era sicuro di beccarsi ugualmente la tirata d'orecchio. Le città erano costruite sottoterra, ma tra una megastruttura ed un'altra c'era uno spazio in cui gli abitanti potevano vedere il cielo. Vista dal basso sembrava quasi come uno squarcio tra le pareti di metallo e cemento, uno squarcio altissimo ma che quel ragazzino riusciva a raggiungere arrampicandosi senza problemi. Non era vietato andare in superficie ma nessuno ci andava mai per il semplice fatto che non vi era alcun motivo, per non parlare della gelida inospitalità del pianeta. Mentre passeggiava si imbatté in un corteo di complottisti che accusavano Il Muro di aver portato questo gelo sul pianeta privandolo di tutte le sue risorse per arricchirsi personalmente. Un evento quotidiano che come ogni teoria del complotto aveva come unico fondamento l'umano desiderio di avere per forza un nemico da combattere, qualcuno da additare come responsabile di tutti i loro mali. Qualche metro dopo incrociò lo sguardo di una ragazza, una Nexus su una sedia a rotelle elettrica. C'era un uomo dietro di lei, Nexus anche lui, che stava montando qualcosa nella sedia. La ragazza magrolina, bianchissima e dai capelli rossi come le tempeste solari di Magis, sembrava davvero triste. Quindi il ragazzino decise di parlarle: «Posso aiutarvi?»
Lei lo guardò sorpresa, lo sguardo di chi non è abituato ad imbattersi nelle conversazioni con estranei. Il signore dopo averlo osservato si mise a ridere: «Ahahah, e cosa pensi di fare? Questa sedia è il modello più avanzato esistente, l'abbiamo fatta costruire proprio per lei, sono tre volte che cambio la batteria ma continua a non partire. Non vedo come un ragazzino possa aiutarci!»
Ma il nostro piccolo eroe era abituato a certe reazioni da parte di chi è più grande di lui, quindi rispose con totale tranquillità: «C'è una cosa che voi nobili non sapete fare: il lavoro manuale, comunque da ciò che ha detto ho già capito il problema...» indicò l'interno della sedia. «Vede, sono solo cavi collegati malissimo, in questo modo si accende ma consuma troppa energia, mi permetta...»
E con estrema maestria maneggiò le componenti della sedia per poi montare la nuova batteria, una volta fatto chiese alla ragazza di muoverla e appena mossa lei iniziò a sorridere: «Funziona davvero!»
Anche l'uomo sorrise osservandola: «Beh! Pare che abbia giudicato il libro dalla copertina, va bene, mi dispiace, sei in gamba! Possiamo fare qualcosa per ripagarti?»
«Non fa niente» rispose lui. «Ma ora che la batteria non si scaricherà in fretta lasciate muovere liberamente la ragazza invece di spingerla, le farà bene.»
Ascoltando la conversazione, lei smise di sorridere e lo fissò spaesata. Poi abbassando lo sguardo iniziò a parlare: «Per te è facile dirlo...» il ragazzino la osservò preoccupato pensando a cosa avesse detto di male.
«Sono abituata a sentirmelo dire da gente con entrambe le gambe funzionanti, voi pensate che certe cose mi facciano sentire meglio ma in realtà mi fanno solo sentire come un vegetale, uno spreco di soldi per i miei genitori, senza alcuna possibilità di correre, vivere e andare dove voglio! Perché non riuscite a...»
«Hey!» la interruppe il ragazzino stringendole il braccio. «Vivi in un universo dove non esistono limiti, sentirti limitata è abbastanza stupido.» Mentre pronunciava quelle parole la fissò dritto nelle pupille, così intensamente che lei non riuscì a ricambiare lo sguardo. Annuì, e gli sorrise provando a guardarlo negli occhi senza riuscirci.
«Beh, è stato un piacere conoscervi, ora devo andare» e mollò la presa rimettendosi in marcia.
«Aspetta!» gridò lei. «Il mio nome è Magenta... qual è il tuo?»
«Raymond, Raymond Bradley» rispose allegramente il ragazzino.
«Ray... lo ricorderò!»
Raymond entrò in casa arrampicandosi fino alla finestra di camera sua, con la speranza che Evelyn non avesse ancora controllato se fosse uscito. Una volta dentro tirò un sospiro di sollievo, le luci erano ancora spente. Si tolse la sciarpa e si buttò sul letto con le mani dietro la testa ed il sorriso di chi è appena scampato ad una catastrofe.
«Non così in fretta.»
Quella voce... aprì gli occhi e vide Evelyn su tutte le furie che cercò di farlo a fettine con lo sguardo, cosa non impossibile dato che si truccava sempre con un eyeliner affilatissimo sopra i suoi occhi di un vibrante azzurro elettrico.
«Oh, ciao Evy!» rispose con un sorrisino pensando: ''cavolo, mi ha beccato, tempo del piano B''.
«Non chiamarmi così! Sei stato ancora in quella torre?»
Raymond intanto frugava nel suo zaino: «Ma dove l'ho messo?» disse per distrarla.
«Hey tu, mi stai ascoltando? Dammi solo una ragione per non barricare quella finestra!»
Ray la interruppe porgendole un sacchetto: «Ti ho comprato dei dolcetti. Sono paste sintetiche ma hanno del cioccolato vero».
«E va bene, dammeli» Evelyn arrossì.
Che dire, il piccolo Ray conosceva benissimo i suoi punti deboli. Evelyn lo osservò mentre andava verso la sua scrivania, stava costruendo qualcosa ma non riuscì a capire cosa. Si sedette sul suo letto e creò un breve silenzio mentre scartava la colazione comprata da Ray. Il suo faccino si nascose sotto i lunghi capelli neri come le nuvole piene di pioggia, ma ogni tanto alzava lo sguardo come se quegli occhi blu fossero la carica di fulmini pronta ad esplodere dentro quella nuvola.
«Hey... com'è?» gli chiese all'improvviso.
«Sono buoni.»
«No, scemo, intendevo il mondo lì fuori: la superficie!»
«Ah...» esitò prima di parlare. «È... fredda?»
Mentre Raymond era impegnato nelle sue creazioni Evelyn gli si avvicinò. E dopo un bacetto sulla guancia per scusarsi della ramanzina disse sussurrando: «Ray, sono certa che riuscirai a salvare il mondo».
«Io mantengo sempre le promesse» fu la sua unica risposta.
È raro vedere Raymond serio come è raro vedere Evelyn scherzosa, ma l'argomento toccava molto il piccoletto, avrebbe fatto di tutto pur di scoprire come mai il pianeta stava morendo. Riprese il suo discorso prima che Evelyn uscì dalla camera: «Sai, uno dei nostri antenati del tempo in cui la superficie era abitabile scrisse che la nostra terra era malata fino alle radici, forse il cambiamento iniziò proprio in quel tempo e lui si accorse di come il nostro pianeta stesse morendo... non ne ho idea, ho solo tante domande, ma giuro che un giorno scoprirò la causa di questa malattia. Qualunque essa sia» faceva riferimento ad un libro cartaceo che trovò tra le macerie degli antichi edifici della superficie, anche se solo poche pagine erano rimaste leggibili.
«Lo so, sta' attento però, okay?» rispose Evelyn.
«Promesso.»
Quella notte dormirono con fatica, erano ognuno nella sua stanza quando Raymond si svegliò notando qualcosa di strano: «Ma cosa, perché fa così freddo?»
Era un clima insolito nelle grandi città come Avalon, si alzò e andò a controllare se ci fosse un guasto all'impianto di riscaldamento. Nessun guasto, com'era possibile? Qualcosa di grosso stava succedendo in città. Dalla finestra si sentirono le voci di altri abitanti che si lamentavano di questo strano fenomeno. Evelyn invece era rimasta in camera coprendosi il più possibile, tremando per il freddo quando all'improvviso qualcosa di caldo le toccò la spalla, girandosi scoprì che era Raymond. Con occhi socchiusi gli chiese: «Ray, che sta succedendo?»
«Non ne ho idea ma pare che sia qualcosa di grosso che coinvolge anche gli impianti di riscaldamento delle altre megastrutture.»
Evelyn rispose impaurita e con la voce tremolante: «Così moriremo di ipotermia...» lei era più sensibile al freddo rispetto ai Remotus come Ray, ma a quelle temperature persino lui rischiò di non sopravvivere la notte.
«No, tranquilla, torno subito.»
Difatti Raymond tornò vestito con i suoi indumenti pesanti e posò quelli di Evelyn sul suo letto: «Beh, addio pigiama... dai, vestiti pure tu, io torno in camera mia».
E così fu, ma solo per pochi minuti perché la temperatura scese ancora. Proprio quando Raymond tornò in camera di Evelyn lei disse per sdrammatizzare: «Stavo quasi per chiamarti io... hai in mente qualche altra idea?»
«Più o meno» dopo averle risposto mise la sua coperta sopra la coperta di Evelyn.
Lei restò sconvolta al punto tale da chiedergli: «E tu dove dormi, scusa?»
«Con te...» rispose prima di averci ripensato più volte.
Evelyn scoppiò a ridere prendendolo un po' in giro: «Se lo dici con questa enfasi non avrai molto successo con le ragazze, ahahah!»
«Dai, smettila!» esclamò lui. «È una situazione di emergenza questa; la doppia coperta, i vestiti pesanti ed il calore corporeo ci aiuteranno a non morire d'ipotermia.»
«Calore corporeo? Posso tenerti stretto come un orsacchiotto quindi?» rispose scherzando un po', si divertiva molto a punzecchiarlo, tipico delle sorelle e dei fratelli maggiori.
«No. Schiena contro schiena, e guai a te se ti giri!»
Evelyn gli fece la linguaccia e si voltò dandogli di spalle. Raymond invece stette per un attimo ad osservare la finestra prima di infilarsi sotto le coperte insieme ad Evelyn, cosa diamine sarà successo in città? Smise di pensarci dopo qualche minuto e si sdraiò nel letto.
«Ho un brutto presentimento» gli confidò Evelyn.
«Tranquilla, se domani non avranno risolto questo problema andrò io stesso a riparare il guasto per tutta la città.»
«Non hai mai paura di sbagliare quando fai certe cose?»
Raymond non rispose.
«Ray?» si girò preoccupata ma vide che si era semplicemente addormentato, guardandolo si mise a sorridere: «Ma certo... forse è proprio perché non hai mai paura di sbagliare che hai imparato così tanto.»
Gli rimboccò per bene le coperte e si girò di nuovo.
«Buonanotte Ray.»
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