Capitolo 1 - Assenza
by Edward Noctis
Ricordo di uno scrittore che milioni di anni fa accusò la nostra terra di essere malata fino alle radici, un enorme ecosistema sull'orlo del collasso a causa di un occhialuto parassita costruttore di ordigni.
Egli si riferiva all'intera umanità, una delle tante specie animali. Nati per vivere come bruti ma che scelsero di seguire attivamente virtù e conoscenza, una scelta che venne a costare caro. Accecati dal sapere costruirono macchinari capaci di rendere le loro vite più sicure, prolungamenti del loro arto, potenziamenti della loro vista. Ma nonostante ciò non videro che il loro occhio naturale senza quelle lenti aveva una visione sempre più annebbiata.
Non si trattò di una punizione ma di una banale conseguenza delle loro azioni: l'evoluzione di una specie non consiste nel miglioramento di essa ma nel suo semplice cambiamento, né verso l'alto né verso il basso, né verso destra né verso sinistra. L'uomo moderno non è migliore dell'Australopiteco né viceversa, entrambe le generazioni sono perfettamente evolute alla loro rispettiva condizione. Noi non avremmo avuto speranza quattro milioni di anni fa come loro non avrebbero avuto speranza nel nostro tempo.
L'evoluzione di una specie avviene quando il suo habitat cambia, qualora quella specie non riuscisse ad adattarsi sarà destinata all'estinzione.
Tuttavia, nel nostro caso, le Colonne d'Ercole erano ormai superate da parecchio. Sempre più terre furono conquistate, sempre più guerre dichiarate in nome della scienza. Fino al giorno in cui uno scienziato, un alchimista, un parassita più folle degli altri svelò la risposta ad un dubbio destinato ad echeggiare nell'eternità: c'è un dio in questo mondo?
Beh, se prima non c'era, ora possiamo dire che ci fu: egli prese il suo posto.
Acquisì l'immortalità ed il potere di creare la vita dalle sue mani, creature perfettamente deformate, abominevoli, mastodontiche ed invincibili; munite di un corpo, di una mente e di quella scintilla che distingue il vivo dal morto, tutte sotto il comando del loro creatore. Con questo esercito proclamò il suo impero del terrore senza incontrare alcuna resistenza, così ebbe inizio la guerra della Fabbrica di Dio.
Una terra malata fino alle radici... non esiste immagine migliore per descrivere ciò che divenne il nostro mondo dopo la sua ascesa: le foreste più rigogliose divennero lande desolate ricoperte da neve e ghiaccio, le grandi metropoli costruite dagli uomini dovettero sprofondare, la memoria di tutto ciò che vi era "prima" cominciò a svanire.
La razza umana trovò riparo dal freddo nel sottosuolo, imbattendosi in un territorio mai esplorato prima d'allora dai nostri simili. E come ben sappiamo, i nostri simili hanno una paura innata per l'ignoto, l'oscurità, l'abisso, le ombre, il futuro, la diversità, l'incertezza di cosa il nostro occhio non può vedere, il chaos in ciò che la nostra mente non riesce a comprendere.
Per istinto di sopravvivenza tendiamo a fuggire da tutto questo, come una qualsiasi specie animale fuggirebbe da un ambiente in cui la sua vita non è sostenibile: se un pesce tentasse di uscire fuori dall'acqua sarebbe, volgarmente parlando, un esemplare di pesce stupido. Eppure noi abitanti della Terraferma esistiamo solo grazie alla follia di miliardi di pesci, che per miliardi di anni, hanno tentato di combattere ciò che a loro era ignoto invece che fuggire da esso. Così avviene l'evoluzione, così avviene il progresso, così noi che avevamo paura del buio abbiamo inventato la lanterna.
La goccia che fece traboccare il vaso di Pandora fu l'ennesima operazione di Atlante, l'imperatore che tutti chiamavano ''Il Muro''. Egli volle espandere ulteriormente il suo potere, non con guerre come qualsiasi altro impero del passato, ma scavando. Avvicinandosi al centro di Materia e costruendo altre città. All'inizio questa era una soluzione alla sovrappopolazione del pianeta: se non c'era più spazio in superficie bastava costruire un'altra ''superficie'' più in basso. Due fattori principali muovevano le trivelle dell'impero: l'avidità di risorse di coloro che abitavano in basso e la fame di coloro che abitavano più in alto, esposti al gelo e alle radiazioni solari. Col passare dei millenni la genetica delle varie popolazioni di Materia si sviluppò in base allo strato del pianeta che abitavano, dividendoli non più in etnie, ma in vere e proprie nuove razze. C'erano gli Homo Defixus, coloro che popolavano gli strati più bassi: molto esili, dagli occhi enormi e con una carnagione tendente all'azzurro. Erano i più vulnerabili al gelo e le basse pressioni atmosferiche ma compensavano queste carenze fisiche con capacità cognitive eccezionali ed un'aspettativa di vita di circa duecento anni terrestri. Poi c'erano gli Homo Nexus, il ramo evolutivo più simile ai passati Homo Sapiens Sapiens: capaci di muoversi in tutti gli strati del pianeta, resistevano sia alle alte pressioni degli strati bassi che al freddo estremo degli strati alti. Gli Homo Remotus, invece, erano ancorati alla superficie: immuni alle radiazioni solari, dotati di una forza ed un'agilità bestiale ma non del tutto imbattibili se esposti al gelo per lunghi periodi, nonché estremamente suscettibili alle alte pressioni atmosferiche. Anche loro somigliavano molto ai Sapiens ma di solito erano più alti, con la carnagione leggermente tendente ad un colorito rossastro e tratti somatici più squadrati. Infine c'erano gli Homo Plus, una vera e propria razza artificiale: erano dei cyborg il più delle volte, umani sovrumani, fortissimi, modificati a scopo bellico. Loro erano i guardiani di Atlante, anche noti come "Cavalieri del Muro". E chissà, forse a forza di scavare sarebbero nate nuove razze in mezzo a quei nuovi habitat. E nel mentre il pianeta moriva lentamente, si stava raffreddando come un cadavere; l'ultima scintilla risiedeva proprio al centro: nel nucleo. Ed è lì che l'umanità cercava incessantemente riparo dal gelo e dalla sterilità della superficie.
È ironico se ci pensate. In effetti anche questo impero, come i suoi predecessori, resta in piedi grazie alle guerre. Guerre contro il pianeta stesso anziché contro altri umani. Gli scavi dovevano avvenire in una vecchia miniera vicino Avalon, tenuta sotto stretta sorveglianza dall'armata di Atlante. A capo vi erano due Cavalieri del Muro, vecchi eroi dell'impero: Asura Wyverstone e Frank Gustav. La miniera era talmente profonda che per avere ossigeno a sufficienza necessitava di due grossi tubi pressurizzati che scendevano verticalmente in quell'abisso così da permettere anche ai Remotus di sopravvivere durante i lavori. Benché l'apertura fosse larga come un cratere non si riusciva a vedere il fondo ad occhio nudo dalla superficie.
Il fondale si trovava più in basso di qualsiasi altra città già costruita, era il posto perfetto per iniziare gli scavi e costruire il nuovo mondo che l'intero impero attendeva con ansia. Quel giorno fu il primo dopo secoli in cui l'uomo riuscì a ''progredire regredendo'', come? Beh, è molto semplice, è il modo più genuino e sano di evolversi, di scoprire qualcosa di nuovo: sbagliando! Difatti qualcosa non andò secondo i piani; il vecchio Asura: basso, magrissimo e dalla lunga barba nera, era vicino alla superficie quando arrivò la notizia di un intruso nel settore quarantadue, stava parlando dei problemi che l'umanità doveva affrontare per evitare l'estinzione insieme a sua figlia Alisa, anche lei incaricata di coordinare le operazioni di scavo. La notizia fu data da Edmond, il responsabile della sorveglianza. Poverino... mentre stava per aprire bocca pensò "cavolo, ora Alisa mi ucciderà di sicuro".
«Signor Wyverstone, c'è un intruso nel settore quarantadue che...» non fece in tempo a balbettare che lei già lo stava sgridando: «Edmond, sei inutile! Ti ho dato un solo lavoro da fare ed hai fallito anche quello!»
E neanche fece in tempo a chiedere scusa dato che il vecchio lo interruppe tempestivamente, con il suo tono tanto delicato era facile parlargli sopra: «Non c'è bisogno di scusarti, questa miniera è fin troppo controllata in superficie per entrare inosservati, l'intruso deve essere entrato prima di noi. Cosa starà succedendo lì sotto?»
"Lì sotto" il vecchio ma possente Gustav stava scrutando l'intruso con il suo sguardo da rigido militare, era una giovane ragazza dai capelli corti e due grossi occhi verdi, probabilmente una Nexus, coperta da un lungo impermeabile grigio. Decine di riflettori accecanti la puntarono, era a terra sul fondo roccioso della miniera dove sarebbero dovuti iniziare gli scavi. Gustav invece si trovava in una stanza pressurizzata a qualche metro di altezza insieme al tenente Vulcan. Quest'ultimo cercò di convincerla a liberare l'area parlandole con un interfono e tenendo d'occhio ogni suo movimento attraverso il vetro corazzato, ma la ragazza ribatteva: «Vi supplico, per il bene dell'umanità, non spingetevi oltre questa miniera!»
Vulcan ormai stanco di discutere fece un ultimo tentativo: «Noi dobbiamo andare oltre questa miniera ''per il bene dell'umanità'', perché non lo capisci? Per sopravvivere ci serve calore, e il calore si trova qui sotto!»
«Ma voi non sapete cos'altro c'è qui sotto!» insisteva la ragazza.
A quel punto Gustav spezzò il dialogo dei due con la sua voce rauca: «Prego, diccelo tu».
Lei chinò la testa e sospirò stringendo i denti: «Quì sotto... c'è Dio!»
Dopo quell'affermazione regnò il silenzio per qualche minuto dentro la stanza blindata, soldati e scienziati si guardarono e borbottarono confusi. Il tenente si rassegnò e disse alzando le spalle: «Stiamo solo perdendo tempo con te e per ogni minuto che perdiamo c'è qualcuno che muore d'ipotermia sopra di noi. Adesso inizieremo gli scavi, ti suggeriamo di spostarti».
Subito dopo quelle parole gli occhi potenziati di Gustav scorsero una smorfia di disgusto sul volto della ragazza. Lei si tolse l'impermeabile. Era completamente nuda ma qualcosa cambiò nella sua faccia: i suoi occhi erano diventati neri e la pelle nelle palpebre iniziò a scorticarsi, anche la sua voce cambiò: «Voi umani meritate questa estinzione».
Dalla sua pelle iniziò a staccarsi qualcosa, qualcosa di vivo che le usciva dalla schiena: prima la spina dorsale, poi qualche costola ed infine un teschio. Gustav con riflessi felini afferrò Vulcan e lo trascinò lontano dalla finestra che venne distrutta da una sorta di tentacolo deformato che invase tutta la stanza: «Cosa diavolo è quello?» chiese il giovane in preda al panico; il vecchio Gustav corse verso la finestra per controllare cosa fosse successo, mormorando subito dopo con tono debole: «Il Muro aveva ragione...»
Osservò quell'abominio uscito fuori dalla pelle della ragazza, un gigante umanoide di una ventina di metri con costole ed organi ancora visibili, lo vide diventare ancora più grande mentre uno strato di pelle ed ossa gli ricopriva piano piano la faccia, un mostro nato dagli incubi di un folle. La ragazza era in piedi sulla spalla del colosso. Non più nuda, o forse sì perché Gustav non capì se quella fosse la sua pelle o meno, di certo non era una semplice armatura dato che sembrava una scultura di qualche materiale organico. Aveva in mano una spada più grande di lei, una spada viva con un occhio che osservava tutto l'ambiente circostante in maniera frenetica, come se avesse paura. Era un essere vivente creato per vivere come l'oggetto di qualcuno. Il tono di Gustav tornò alla sua normalità: «Fa evacuare questa miniera e chiama tutti i rinforzi possibili, anche le aeronavi! Quella ragazza è un dio artificiale!»
Il tenente obbedì, invece Gustav si tolse la divisa mostrando il suo torace di metallo con orgoglio e nascondendo un sorriso di sfida sotto i suoi grossi baffi rossi. A lui si unì presto Asura, molto più piccolo di Gustav ma estremamente pericoloso, le sue due braccia metalliche si separarono in sei braccia più lunghe e pronte a fare fuoco. I loro corpi bionici erano ben diversi, ma ciò che li accomunava era la loro spina dorsale metallica sporgente lungo la schiena, elemento chiave di qualsiasi Homo Plus per il controllo completo del suo corpo.
«Ho sempre voluto affrontare un golem prima di morire!» sghignazzò Asura di fronte a quell'essere.
Nessun Cavaliere del Muro vivente aveva mai combattuto un dio artificiale prima d'allora, l'unico ad avere avuto un'esperienza simile era proprio Atlante: colui che riuscì a sconfiggere un immortale. L'unico uomo che duemila anni fa scagliò un dio artificiale contro Magis, il più grande dei tre soli di Materia, condannandolo non a morte ma ad un eterno dolore. Affogato nel plasma ardente di una stella.
Ricordando quella leggenda i due iniziarono subito a combattere, contrastavano il ruggito del mostro con le loro urla, le urla di chi è pronto a morire pur di difendere ciò che ama.
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