Capitolo 6 - Ius ad bellum

Capitolo 6 - Ius ad bellum

di Edward Noctis

Perdita dell'udito, annebbiamento della vista, disturbi post-traumatici, lievi ustioni su tutto il corpo. Queste furono le conseguenze da cui molti di noi non poterono nascondersi, nulla che la medicina moderna non possa ammortizzare, ma lasciò immaginare cosa sarebbe potuto succedere se quel raggio avesse colpito il suolo di Marte. Quel giorno il fuoco cessò, ogni schieramento soccorse i propri feriti ed evacuò la zona senza imbracciare il proprio fucile. Non vedevano più l'un l'altro come minaccia, ma come vittime oppresse da qualcosa di ben più grande di loro. E tra i loro sguardi capii che Vanguard era visto come quella minaccia. Provai a parlargli nel mentre che imbarcammo su un'aeronave per ritornare a bordo dell'Ottavo Pilastro ma lui rimase apatico nel rispondermi. "È giusto così," diceva, "hanno bisogno di un nemico da odiare, per riscoprirsi fratelli". E non disse nulla per tutto il viaggio. Una volta a bordo dell'Ottavo Pilastro rimasi in aula medica ad aspettare che Sybil si risvegliasse, venne operata d'urgenza ed ora era attaccata a qualche tubo per una trasfusione di emomacchine. Queste cazzo di emomacchine, volevo piangere per lei ma quelle bastarde stavano inibendo la concentrazione di prolattina nel mio corpo. Volevo quasi tagliarmi le vene per farle uscire tutte.

«Ero sicuro che voi due sareste state ottime amiche» disse Vanguard avvicinandosi alle mie spalle.

«Non so perché, ma lo sentivo» continuò appoggiandosi alla porta della cabina.

«Cosa sono quelli?» chiesi indicando i tatuaggi che teneva coperti sotto quel cappotto.

«Dermomacchine» rispose, un'altra invenzione di cui non andava fiero a quanto pare.

«Sfruttano i segnali dei miei gruppi muscolari per comunicare direttamente con l'hardware di Lua, per quel poco che conosco del suo codice sorgente» aggiunse subito dopo.

«È per questo che le tue armi non possono spararti?» domandai.

«No, quella parte del software è stata scritta da tua madre, io l'ho solo implementata alle armi. A quanto pare lei aveva aggiunto in whitelist i miei dati biometrici, l'ho scoperto mentre provai a spararmi dopo la sua morte» rispose con estrema amarezza nelle sue parole.

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Non sapevo se riconoscerlo o meno come padre, c'erano tante cose che dovevo scoprire. Dopotutto mi aveva lasciata in mano a Grounder fino ad ora, avevo bisogno di una ragione più che valida per poterlo perdonare.

«Hai... tanto da spiegarmi. Lo sai, vero?» gli domandai.

Lui annuì, poco dopo entrò chiudendo la porta e si sedette accanto a me vicino al letto di Sybil. Stava per parlare ma si fermò ogni volta che provava ad aprire bocca.

«Non... non so proprio da dove iniziare, scusami» disse dopo un lunghissimo silenzio.

«Parti da te e mia madre, da come vi siete conosciuti» lo incoraggiai io.

Lui sorrise, credo fosse la prima volta che lo fece in maniera così genuina. La amava tanto e continua ad amarla tutt'ora, questo si vedeva.

«Ti sembrerà assurdo ma... per parlare di come ci siamo conosciuti devo andare ancora più indietro, tanto indietro quanto l'origine dell'universo» disse lasciandomi sorpresa.

«In che senso?» gli chiesi.

«Te lo ricordi il primo principio dello stile di combattimento marziano?» rispose con un'altra domanda.

«Far corrispondere una reazione uguale e contraria ad ogni azione dell'avversario, se lui colpisce in alto devo colpire in basso. Vero?» risposi senza capire dove volesse arrivare.

«Esatto! Beh, quel principio si basa sulla teoria della dualità. Vedi Ember, l'intero universo è governato unicamente da due forze che permeano l'esistenza. Fonti di luce legate ad ombre tanto grandi quanto il loro splendore, azioni a cui corrispondono reazioni uguali e contrarie. Io e Lua eravamo esattamente l'incarnazione di queste due forze, eravamo ciò che mancava all'altro per entrare in equilibrio. Insieme ci sentivamo capaci di cambiare il corso della storia!»

«Cosa mi vuoi dire, che sono figlia di un angelo e un diavolo?» dissi con tono ironico.

«Hai quasi colto il punto ma non commettere lo stesso errore che fanno sulla Terra: non pensare che la forza positiva debba prevalere e quella negativa vada eliminata. Bene e male, angeli e demoni, Yin e Yang, pace e guerra, la Terra e Marte, Eros e Thanatos. Nessuno di questi può esistere senza l'altro: ogni volta che si tenta di far esistere una forza annientando l'altra, si crea uno squilibrio che porta inevitabilmente al collasso. Se brilli di luce devi portarti dietro ombre altrettanto grandi, se vuoi esercitare il bene non devi tremare dinanzi al male. Se vuoi portare la pace nella tua nazione, devi andare in guerra da un'altra parte. E quando tua madre venne uccisa io... non ero altro che la sua forza opposta fuori controllo» disse tirando fuori un pacchetto di sigarette per poi rimetterlo in tasca dopo che si ricordò di essere in aula medica.

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«Ed io? Come mai mi hai lasciata sola per tutto questo tempo?» glielo chiesi senza troppi giri di parole.

«Mettiti comoda, ci vorrà un po'» rispose avvicinando la sua sedia a me.

Quando la conobbi eravamo poco più che un soldato semplice ed una studentessa di legge già laureata in ingegneria informatica. Dopo ogni mia missione la ritrovavo sempre lì, su una panchina dei giardini universitari a studiare un sistema per portare la pace nel mondo.

«Secondo me c'è un'altra via» diceva lei, seduta su quella panchina con il libro di diritto interplanetario aperto.

«Che intendi?» risposi io, in piedi sotto al sole mentre mi allenavo con la spada cerimoniale.

«Se la guerra è davvero necessaria, possiamo almeno minimizzare la sofferenza, possiamo almeno impedire che muoiano innocenti!» continuò cercando di aprire un dialogo con la mia visione del mondo.

«Lua, te l'ho già detto, se vuoi trovare una soluzione devi essere meno emotiva, un soldato non si fa tutti questi problemi quando preme il grilletto» risposi io mentre eseguivo qualche affondo.

«Non... non ci riesco Alex, è più forte di me» disse lei abbassando la testa sul libro.

Guardandola mi sentii un po' in colpa, era così bella, troppo pura per questo mondo. Non volevo corromperla con la mia visione, anzi, ero disposto a prendere io stesso ogni corruzione pur di preservare la sua visione del mondo così com'era. Non volevo levarle la libertà di sognare. Per quanto fossi scettico, decisi di avere fede in lei, di credere nel mondo che sognava.

«E se fossero le armi a farsi problemi prima di far premere il grilletto?» dissi avvicinandomi a lei e accarezzandole il volto.

«Le armi?» rispose in quel momento alzando lo sguardo con occhi lucidi.

«E per quale motivo un soldato dovrebbe usare armi del genere?» aggiunse subito dopo.

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«Fidati, se quell'arma rendesse più efficiente l'uccisione di qualcuno, diventerebbe uno standard nella dotazione di ogni soldato» risposi io ragionandoci su.

«Qualcosa ci inventeremo, non possiamo rimuovere la violenza dal cuore degli umani ma possiamo ridurla al minimo essenziale. Avrò più tempo per pensarci quando salirò di rango, ci vorranno parecchi soldi per progettare un sistema del genere ma ti assicuro che ci riusciremo» aggiunsi sorridendole.

«Dovrai combattere ancora per molto... non voglio farti rischiare di morire per me!» disse abbassando lo sguardo.

«Morire per te? Mi sottovaluti!» risposi piantando a terra la mia spada, stringendole le mani ed inginocchiandomi per guardarla in faccia.

«Io vivrò per te, Lua. Fino al giorno in cui il mondo che sogni non diventerà realtà!»

Da quel giorno cominciò il nostro cammino per riscrivere le leggi della guerra, fondai la Vanguard Armaments LLC prima di diventare generale e insieme a Lua cominciammo la ricerca per la costruzione di una rete di satelliti capace di tenere traccia di ogni singola arma. Io mi occupavo dell'hardware, delle emomacchine e dell'implementazione delle armi con il suo codice, ma il codice stesso venne scritto unicamente da lei. Ci furono parecchi attacchi hacker ed operazioni di spionaggio industriale per metterci mano, ma io rimasi a proteggerla da ogni minaccia. Un potere del genere era al sicuro solo in mano sua. Il codice venne criptato con una firma resistente persino agli odierni computer quantici, e da lì ebbe inizio la fase di sperimentazione. Fu il periodo più triste della nostra vita, prima d'allora Lua conosceva il male del mondo solo attraverso le mie parole, ma dal momento in cui non vi era più alcun modo di replicare il codice sorgente del satellite madre cominciò a vederlo di persona. Ho cercato di proteggerla il più possibile dai demoni di questo mondo, leader globali disposti a venderci una fetta del pianeta per qualche quota della nostra industria. Continuammo a rifiutare incessantemente e questo non fece altro che innalzare i prezzi, tra quei serpenti, vi era anche Grounder. Ai tempi avevo stima di quell'uomo, ho combattuto sotto di lui parecchie volte e fu lui stesso ad insegnarmi le basi della scherma marziana. Mi ha visto crescere, e quando vide un soldato semplice prendere in mano un potere bellico più grande del suo, i suoi occhi si riempirono di oscurità. Lua non voleva neanche un singolo Eurodollaro dei nostri fondi, sapeva che erano soldi sporchi di sangue e merda. Decidemmo di darli in mano a qualche politico perverso che li bramava in cambio dell'abolizione delle "armi nere", fui io stesso a sporcarmi le mani di sangue e merda per il suo sogno. Ma questa mossa non fece altro che alimentare la macchina che avevamo creato: la produzione di armi triplicò, tutti quei soldi che avevo gettato via ci ritornarono in mano nell'arco di una settimana. Lua stava soffrendo, ma era certa che una volta ultimati i lavori del satellite madre avremmo lasciato le quote dell'azienda al maggior offerente. Il codice sarebbe rimasto intatto sia per il satellite che per le future armi, potevano replicarlo ma non analizzarlo né modificarlo, le leggi della guerra erano ormai scritte e nessun innocente sarebbe più caduto vittima di crimini di guerra. Eravamo su Marte, vicini alla realizzazione del nostro sogno. Lei stava parlando davanti a quasi un migliaio di persone, discutendo della sicurezza che il satellite avrebbe portato ai cittadini di Marte. Sembrava felice finalmente, a darle forza in quel momento c'eri anche tu, nel suo grembo. Non vedevamo l'ora di conoscerti ma... tutta quella gioia ci venne rubata!

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Un proiettile partito tra la folla la colpì in pieno petto, cadde a terra in un bagno di sangue mentre mi precipitavo verso di lei per darle soccorso. Mi guardava in lacrime per il dolore, non per la ferita ma perché temeva di aver sbagliato qualcosa, conoscevo benissimo quello sguardo. Non era lei il problema, non c'era alcun errore dentro di lei, ma era troppo buona per incolpare persino la persona che le aveva sparato. Il male del mondo non era dentro di lei, era lì fuori, tra quelle persone.

«Dove cazzo sei?» gridai caricando la mia pistola e puntandola contro la folla.

«Abbi il coraggio di spararmi adesso, ovunque tu sia! Sono qui! Sparami! Sparami!» gridavo mentre Grounder mi abbassò delicatamente l'arma abbracciandomi.

«La stanno portando in ospedale, mi assicurerò che venga operata d'urgenza» disse prendendo la mia pistola.

«Perché? Che cosa ha fatto lei di male? Non capiscono che voleva un mondo dove queste cose non possono accadere?» dissi io in lacrime.

«Dottor Vanguard, quel mondo verrà creato, ma la pace nel mondo non può essere proposta ai civili con una libera scelta» rispose lui tenendomi per le spalle per guardarmi in faccia.

«Chiunque impugni un'arma ha il potere di decidere chi deve o non deve morire... beh, su questo sua moglie aveva ragione, un potere del genere è troppo per un singolo uomo!» aggiunse subito dopo. Più tardi, raggiunto l'ospedale, mi fu data la triste notizia. Né mia moglie né mia figlia ce l'avevano fatta, misero il cadavere di un'altra neonata di fianco a lei per farmi credere che anche tu fossi morta.

«Aspetta! Ma quindi è stato Grounder a farla assassinare?» dissi io interrompendolo.

Lui rispose annuendo, nulla di più.

«Ma... non ha senso, per quale motivo non lasciar morire anche me?» domandai incredula.

«I ragni sanno tessere la tela senza che nessuno lo insegni, le tartarughe marine sanno che devono raggiungere il mare senza che nessuno lo insegni, una farfalla sa volare senza che nessuno lo insegni. Sai perché?» disse lui.

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«Istinto?»

«Memoria genetica, nello specifico» rispose guardandomi dritto negli occhi, come se si aspettasse che io capissi per evitare che fosse lui a spiegare il mio scopo in tutto questo.

«Il Monolite...» sussurrai io.

«Esatto, ciò che differenzia il Monolite dagli altri calcolatori quantici sono anni di dati della tua attività cerebrale, ti hanno monitorata con esami medici finché non hai raggiunto la maggiore età. Da lì in poi ti hanno lasciata combattere, eri una marziana qualunque e nessun'altra nazione sapeva chi fossi veramente. L'Eurasia ha continuato le ricerche per il Monolite senza il tuo aiuto, potevi combattere e morire per il maggior offerente. Ma tu non sei mai morta» rispose lui.

«E se fosse successo? Te lo saresti mai perdonato?» gli domandai, ma lui sorrise.

«Sei mia figlia, porti con te anche la mia memoria genetica. Conoscevi il tuo fucile più di chiunque altro, come ho creduto in tua madre, ho creduto anche in te!»

«E quando hai scoperto che ero ancora in vita?» chiesi per sapere altro della loro storia.

Ti fecero risultare come figlia di due soldati dispersi, bastava questo per mantenerti sotto il loro controllo nel programma di scolarizzazione per orfani vittime della guerra. In tutta l'Eurasia ne parlano tanto come se fosse qualcosa di nobile che aiuta giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro, ma in realtà non è altro che una macchina per reclutare ragazzi e ragazze che non conoscono altro oltre la guerra, pochissimi di loro finiscono per lavorare da civili se crescono in un ambiente dove vedono costantemente più proiettili che libri, e così è stato anche per te. Eri ancora in addestramento, avevi circa otto anni marziani quando ti vidi per la prima volta, quasi il doppio in anni terrestri. Otto anni passati dal giorno in cui decisi di imporre le leggi della guerra che Lua aveva steso. Preso dall'ira decisi di vendere a Grounder il cinquanta percento delle mie quote ed ultimare lo sviluppo del satellite, quel giorno la guerra cambiò. Gli scontri erano più veloci, le morti erano più rapide, gli innocenti rimanevano illesi. Da lì a poco ogni soldato cominciò a rivolgersi al satellite con il nome di Lua, fu spontaneo vista la sua notorietà storica. Detestavo che usassero il suo nome in questo modo, eppure non avevo ancora capito quali fossero le peggiori conseguenze del ridurre la guerra ad un algoritmo. Nacque un vero e proprio mercato azionario in cui i soldati non affiliati ad alcun esercito erano merce di scambio, obbligati a sottostare alle leggi di Lua per poter vivere. La Terra venne completamente demilitarizzata, ma ciò che ne venne fuori non era il mondo che Lua sognava. Lo vedevo ma non lo capivo, poi un giorno, ti vidi.

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«Che cazzo guardi?» mi dicesti mentre camminavi lungo un corridoio, chissà che espressione avevo.

Non ho avuto il coraggio di dirti nulla ma sapevo sin da subito che fossi mia figlia, ho passato otto anni senza più incrociare lo sguardo con quegli occhi ma sarei stato capace di riconoscerli ovunque. Eri uguale a tua madre, e vederti mi fece risvegliare dal sonno della mia ragione. Quel giorno incrociai le spade con Grounder per la prima volta, lo sfidai a duello sotto gli occhi di un intero avamposto marziano.

«Lei non conosce la linea tra egoismo e patriottismo» disse tra un fendente e l'altro.

«Io sogno il bene della mia nazione, dottor Vanguard. È lei quello che vuole mantenere il controllo di Lua per motivi personali» parlava con tono pacato mentre io facevo ogni sforzo per ucciderlo.

«Quale nazione fa ammazzare il suo popolo?» gridai affondando la mia spada verso di lui.

«Rimarrebbe sorpreso dalla risposta» disse deviando completamente l'affondo.

Caddi a terra e cercai subito di rimettermi in piedi, ma una volta alzato lo sguardo vidi una pistola puntata dritta sulla mia fronte.

«È finita, Alex» e subito dopo premette il grilletto.

Ma l'arma non sparò.

«Cosa?» esclamò poco prima che ricominciai ad attaccarlo con tutta la forza che avevo.

«Fatelo fuori, che aspettate?» ordinò ai soldati che stavano assistendo al duello, ma nonostante i tentativi le loro armi non spararono.

Dovetti lasciar scappare Grounder per difendermi dall'attacco di una decina di soldati armati di coltelli balistici ed oggetti contundenti, non sapevano nemmeno loro come affrontarmi. Il bastardo riuscì a scappare, ed io avevo appena sterminato circa trentotto uomini per fuggire dall'avamposto. Le sabbie di Marte coprirono la scia di sangue, persero completamente le mie tracce. Ma ero ancora lì, sotto il sole del pianeta rosso, braccato dai terrestri ed odiato dai marziani. Non fu facile fondare una milizia ma giocò a mio favore il fatto che odiassero Grounder più di me. Assaltammo carichi di armi nere in procinto di essere smantellate, liquidai i miei fondi prima che venissero congelati e usai ogni singolo eurodollaro per finanziare la logistica delle Crisalidi. Una logistica ormai obsoleta, ma invisibile a Lua. Divenni il fantasma di Grounder, uno spettro che lo sorvegliava in ogni sua mossa. Fu Sybil stessa a decriptare trasmissioni riguardanti il progetto del Monolite, ti ha conosciuta indirettamente in un certo senso e non vedeva l'ora di conoscerti anche dal vivo. Pur restando nell'ombra, non ti ho mai persa di vista. Tuttavia non hai mai avuto bisogno del mio aiuto, sei cresciuta con le tue sole forze in quel mondo brutale che avevo creato.

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«Ti avrei voluto al mio fianco» dissi con tono malinconico.

«Anch'io, ma non saresti diventata abbastanza forte se...»

«Non volevo la forza! Volevo un padre!» gli gridai con un accenno di lacrime nei miei occhi, nemmeno quella merda che mi circolava nel sangue riusciva ad inibire ciò che stavo provando.

«Forse hai ragione» rispose alzandosi.

«Ma meritavi un padre migliore di me.»

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