Capitolo 5 - Nobiscum Deus
di Edward Noctis
Un suono statico venne riprodotto in tutti gli altoparlanti della nave, era Vanguard che ci stava chiamando per il briefing. Non sapendo dove si sarebbe tenuto seguii il resto del personale lungo i corridoi. Mi portarono in una grossa stanza dove tutti erano seduti in tribune che circondavano un tavolo olografico.
«Ember!» vidi Sybil che mi chiamò a sedermi di fianco a lei.
La raggiunsi proprio mentre Vanguard cominciò il briefing, fece apparire davanti a noi l'ologramma della planimetria del Nova Complex.
«Abbiamo poco tempo, ma abbiamo anche la certezza di dove porteranno il Monolite. La traiettoria delle loro capsule non può più essere modificata: stanno giocando il tutto per tutto per trasportarlo sul serio al Nova Complex» disse Vanguard.
Una capsula o una nave cargo in traiettoria d'ammartaggio verso quell'installazione è un bersaglio facile, visibile ed indifeso sotto i cannoni orbitali di tutti. Ma in questo caso la situazione era più catastrofica.
«Quel complesso è un'installazione minore, ma per qualche ragione vogliono portarlo proprio lì. Sospettiamo che posseggano mezzi per raggiungere il mainframe di Lua aggirando le sue linee di difesa. E la superbia delle altre nazioni le spingerà ad approfittare di questo momento di debolezza dell'Eurasia. Ora tutti sanno che il Monolite sta per arrivare lì e faranno di tutto per impadronirsene» disse creando scompiglio nella sala.
«Questa potrebbe essere la battaglia più violenta che l'umanità abbia mai affrontato, scriveremo pagine di storia e lo dico con estrema amarezza. Ma non lasceremo quel potere nelle loro mani, se dovessimo perdere questo scontro faremo fuoco con tutto ciò che abbiamo sul Monolite. Posticiperemo l'inevitabile, come finirà questa storia sarà una decisione che lasceremo ai nostri figli» riportò il silenzio nella stanza.
«Per coloro che hanno intenzione di scendere con me laggiù, sappiate che avrò cura della vostra vita più della mia, così come è sempre stato. Se qualcuno, invece, ha intenzione di tirarsi indietro, lo faccia ora. Escano da questa stanza, e che nessuno si azzardi a giudicarli per la loro scelta! Sono loro che hanno preso la decisione razionale, non noi» continuò mentre alcuni lasciarono la stanza.
Eravamo rimasti in tanti, non abbastanza da far fronte a tutti gli eserciti della Terra ma, sorprendentemente, ero certa che potevamo affrontarli. Sybil mi strinse la mano sorridendomi. C'era timore nei suoi occhi, lo vedevo, ma era contenta di affrontare questo viaggio insieme a me. Vanguard aspettò quei pochi che non vollero partecipare, riprese a parlare subito dopo che uscirono dalla stanza.
«Molto bene, ecco come attaccheremo...»
La giornata mi balenò davanti agli occhi, da lì a poche ore mi ritrovai in volo su un bombardiere strategico dispiegato nell'atmosfera dall'Ottavo Pilastro. Volavamo a circa tremila metri dal suolo e, mentre sigillavamo le nostre tute, Vanguard camminava tra di noi ricapitolando il piano d'assalto.
«Controllate che la pompa d'aria delle vostre tute sia calibrata per l'anti g-lock, se la tuta non vi spreme le gambe durante l'hoverslam non vi arriverà sangue al cervello e perderete i sensi» disse nel mentre che ci apprestammo a salire sulle nostre capsule monoposto da incursione.
Le capsule avevano la stessa dimensione di una bara, di sicuro lo notammo tutti. Per fortuna non soffrivo di claustrofobia, o di vertigini, o banalmente del buttarmi a velocità supersoniche su un sarcofago di metallo. Collegai la mia tuta alla capsula e chiusi lo sportello tubolare subito dopo che Vanguard mi diede il via libera annuendo, aveva controllato ognuno di noi personalmente prima di salire anch'egli sulla sua capsula.
«Meno sessanta al vettore di rilascio» dissero i piloti parlandoci in cuffia.
Sentii il bombardiere beccheggiare in avanti, stavamo scendendo di quota.
«Vento rovente a tutti voi» sussurrò Vanguard in cuffia.
«Vento rovente!» risposero un po' tutti.
«Vento rovente...» disse Sybil subito dopo di loro, capii che era indirizzato a me.
«Vento rovente, apriamo il culo a Grounder!» risposi io per incoraggiarla.
«Meno tre, due, uno...» e tutte le vibrazioni che sentivo a bordo del bombardiere vennero soppresse dall'ululato del vento d'alta quota.
Il peso del mio corpo fu annullato dalla caduta libera in cui mi ritrovai, inerme come una bambina nel grembo materno, avvolta nella placenta dell'atmosfera marziana. All'esterno della capsula vi era la più grande mobilitazione logistica che avessi mai visto, tutto questo per un semplice blocco di metallo capace di offrire il potere di un esercito immortale al suo custode. Stava piovendo a dirotto, me ne accorsi non appena attraversammo lo strato di nuvole più basso.
«Hoverslam imminente» disse il computer della mia capsula poco prima che si azionarono i propulsori.
Le camere d'aria della mia tuta si gonfiarono spremendomi le gambe come un tubetto di dentifricio, fu la prima volta che il mio corpo sopportò una decelerazione così brusca.
«Contatto!» gridò Vanguard.
E le nostre capsule si aprirono, presi il mio fucile e mi tuffai nella nuvola di polvere che avevo davanti a me. La zona d'ammartaggio era piena di macerie a causa del passaggio del primo bombardiere. In sintesi il piano di Vanguard era quello di assaltare il Nova Complex con due bombardieri, uno carico di bombe ed uno di capsule. In questo modo non ci avrebbero abbattuti durante l'hoverslam, si sarebbero accorti troppo tardi di essere stati fregati.
«Se la sono bevuta, vi copriamo noi!» disse Barney che li stava distraendo assaltando la zona portuale.
Io invece mi ero appena riunita agli altri muovendomi nel fumo grazie alla realtà aumentata del mio casco. Entrammo nell'edificio principale da una porta secondaria, metterlo in sicurezza fu una cavolata grazie a Vanguard in prima linea. Ora non ci restava che scoprire dove avessero nascosto il Monolite, ma il personale del complesso non voleva collaborare.
«Niente da fare, ci ho provato con le buone e con le cattive ma questi non sanno niente» disse uno della nostra squadra.
«Questo è da vedere!» rispose Sybil conficcando il suo coltello nel braccio di uno di loro.
«Ma che cazzo fai?» gridò quello lì.
Sybil rispose dopo aver leccato il sangue nel suo coltello.
«Emomacchine da soppressione verbale, questi sanno tutto ma non diranno niente neanche sotto tortura» disse mentre i suoi occhi si illuminavano.
«Eppure, hanno visto ciò che ci serve... il reattore!» tornò in sé all'improvviso correndo verso le scale.
«C'è un montacarichi nella stanza del reattore!» ci spiegò mentre correva.
Ci precipitammo lì, e dinanzi a quel montacarichi tutto ci sembrò privo di senso.
«Ma perché cazzo dovrebbero portare il Monolite laggiù? Non scende verso il Mare Purpureo?» dissi io. Si erano praticamente infilati in un vicolo cieco.
«Beh sì, il nord è alla nostra sinistra e se contiamo l'inclinazione di quarantacinque gradi...» rispose Sybil
«Tiro su la piattaforma appena trovo il terminale...» il soldato che stava parlando venne interrotto da un preoccupatissimo "no" da parte di Vanguard.
«Dobbiamo risalire adesso!» ordinò a tutti noi.
«Cosa? Dopo tutta questa fatica?» risposi io.
«Ho detto che dobbiamo risalire!» mi urlò in faccia come non aveva mai fatto prima.
Improvvisamente, come se le sue parole fossero cariche di tanto potere, ogni cosa intorno a noi cominciò a tremare. I nostri corpi vennero attraversati da basse vibrazioni, un misto tra il richiamo di un cetaceo e il ruggito di un drago.
«Ma che cazzo era?» dicevano alcuni dei nostri mentre barcollavano a seguito di quelle scosse.
«No, no!» disse Vanguard mentre correva verso l'uscita.
Lo seguimmo senza esitare, qualunque cosa stesse succedendo era catastrofica se persino lui finiva per essere così intimorito.
«Barney? Barney, mi ricevi? Che sta succedendo lassù?» ripeteva Sybil correndo con noi tra le stanze.
«Dio... Grounder... mare aperto...» riuscimmo a capire solo queste parole tra le interferenze.
Qualunque cosa fosse, stava disturbando le comunicazioni. E una volta usciti dal Nova Complex attraverso le porte dell'hangar, nemmeno assistendo a quella scena in prima fila capimmo cosa fosse.
«Possa bruciare in eterno per i miei peccati...» sussurrò Vanguard levandosi gli occhiali dinanzi a quell'abominio.
Il sole che poche ore fa brillava verso il mare, rifrangendo la sua luce su di noi attraverso le gocce di pioggia, venne oscurato da un'enorme massa d'acqua che si innalzò allontanando le nubi con la sola pressione atmosferica generata dal suo semplice spostamento.
«Deponete le armi immediatamente» sentimmo la voce di Grounder rimbombare da lì fino a noi.
Quella struttura si era ormai innalzata completamente, un'enorme aeronave emersa dal Mare Purpureo che avanzava verso di noi facendo fuoco su tutto ciò che la stava minacciando.
«Classe Agamennone... l'ho progettata io» disse Vanguard mentre quel mostro passò sopra le nostre teste.
Avevamo capito ad occhio che si stava allineando con l'orbita di Lua, ormai il monolite non era più un segreto noto unicamente ai piani alti: Grounder stava tentando il tutto per tutto, voleva raggiungere Lua annientando ogni ostacolo.
«A terra!» gridò Sybil.
E ci buttammo tutti a terra mentre la Agamennone fece fuoco su di noi. Una breve raffica d'artiglieria che ferì molti uomini. L'unico che rimase inerme fu, ovviamente, Vanguard. Si voltò con lo sguardo più sofferente che un uomo potesse mai portare sul suo volto, vide i suoi soldati sanguinare per mano sua, vittime dello stesso sistema che lo rendeva immortale.
«Sybil!» gridò correndo verso di lei tra le macerie non appena si accorse che era ferita.
Me ne accorsi anch'io e mi precipitai a darle soccorso, era ancora cosciente grazie alle emomacchine. Forse sarebbe stato meglio il contrario, nemmeno le emomacchine riuscivano ad inibire tutto quel dolore.
«Autodiagnosi... sento delle fratture sul femore... in prossimità delle vertebre lombari... ustioni di secondo grado sull'avambraccio... argh!» le strinsi la mano per calmarla.
«Ember... prenditi cura di lei per un po'» disse Vanguard rialzandosi in piedi.
«Sei l'ultima persona che può parlare del prendersi cura di qualcuno!» gli gridai mentre si allontanava da noi.
«Non è come pensi che sia...» provò a rispondere.
«Guarda caso l'unico che non si fa mai niente sei proprio tu! È proprio come penso che sia, fattene una ragione invece che nasconderti e scappare dalle cazzate che hai combinato!» gli urlai sopra.
«Non sto scappando, sto cercando di rimediare...» disse con voce rotta.
«A cosa vuoi rimediare? Al tentativo di diventare un dio della guerra? Un soldato immortale? Non ti rendi conto di quanto sia egoista essere il solo con il culo parato dai proiettili che volano sul campo di battaglia?»
«Credi che non abbia provato a spararmi in testa con le mie stesse armi?» gridò sopprimendo il suono dei motori della Agamennone per un attimo.
«Non ho mai voluto l'immortalità! Non ho mai voluto tutto questo, Lua non voleva tutto questo! Tua madre voleva portare la pace nel mondo, imporre delle leggi alla guerra! Fermare ogni genocidio!» gridò piangendo davanti a me per la prima volta.
«Mia madre?» dissi io incredula.
«E possa il cielo di Marte essermi testimone, se Lua sta decidendo che non devo morire, la mia anima non avrà pace finché non l'avrà anche la sua!» disse levandosi il cappotto e camminando lontano da noi.
Si fermò ad una decina di metri da me osservando la Agamennone allineata con Lua, fece un respiro profondo, piantò per bene i piedi a terra e cominciò a muoversi lentamente flettendo le braccia. Una sorta di danza rituale? Un incantesimo? Ormai non sapevo più cosa aspettarmi.
«Cosa sta... oh!» esclamò Sybil osservandolo.
La camicia di Vanguard cominciò a disperdere sottili fili di fumo nell'aria, si infiammò cadendo a terra subito dopo. Il suo corpo aveva ogni singolo gruppo muscolare in completa tensione, come se stesse per esplodere. Le sue braccia erano attraversate da segni geometrici che cominciarono ad illuminarsi di rosso, come le emomacchine. Il suo respiro continuava a farsi sempre più potente, sembrava stesse trasportando il peso di una montagna sulle sue spalle.
«Dio mio!» disse uno dei soldati indicando Lua.
Si stava muovendo. Ad ogni movimento del corpo di Vanguard, Lua stava rispondendo. Trasformò il suo intero telaio: estese degli enormi dissipatori di calore come se fossero le ali di un rapace, allungò la sua bocca di fuoco come se fosse parte dei suoi artigli. Realizzammo ciò che stava per accadere solo quando era troppo tardi. Vanguard aprì completamente il suo corpo, estendendo le braccia ed urlando con tutta la forza che aveva in petto. Il cielo si squarciò tingendosi di rosso sotto un fascio di luce che spaccò in due la Agamennone e si allontanava verso lo spazio profondo. Lua aveva appena fatto brillare il Reattore Higgs. Dinanzi a me vidi le fondamenta dell'universo collassare: Alexandros Vanguard... mio padre, era ancora in piedi barcollante sotto una pioggia di fuoco e titanio. La fusoliera della Classe Agamennone si schiantò sul suolo marziano lasciando il tempo di evacuare solo a poche capsule di salvataggio.
«L'immortalità corrompe gli uomini» mormorò Vanguard voltandosi verso di noi con l'intero corpo ricoperto di sabbia e cenere.
«È il desiderio di avvicinarsi a Dio a trasformarli in demoni» disse poco prima che l'onda d'urto dell'esplosione ci raggiunse.
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