Capitolo 4 - Arma Virumque

Capitolo 4 - Arma Virumque

di Edward Noctis

«Attracco imminente!» ci annunciò il pilota poco prima che il nostro shuttle sobbalzò.

Eravamo finalmente giunti alla loro nave madre.

«Non trovi siano affascinanti i viaggi spaziali?» disse Sybil cercando di conversare con me.

«Siamo dentro un contenitore con pochi centimetri di metallo che ci separano dalla morte, e fluttuare in condizioni di microgravità mi evoca una sorta di sensazione familiare, come... come se fossimo ancora nel grembo materno!»

«Già... non ci avevo mai pensato» risposi io, credo avesse capito quanto mi stessi sforzando di mantenere attiva la conversazione.

Uscimmo dallo shuttle non appena la nave madre cominciò a ruotare, fu lì che venne ripristinata la gravità artificiale. Una volta fuori venimmo accolti calorosamente da gran parte dell'equipaggio, abbastanza da farmi capire che ci fosse un vero e proprio esercito lì dentro.

«Benvenuta a bordo dell'Ottavo Pilastro!» mi disse Barney poco prima di correre a salutare un po' di persone, in effetti più che un esercito sembravano una famiglia.

Non ero abituata a tutto questo, ma tornai a mio agio non appena sentii Vanguard ordinare ad alcuni uomini di tenere traccia delle zone di ammartaggio di ogni capsula e navetta proveniente dal relitto della stazione. La mia testa era ormai condizionata in quel modo, ricercavo delle direttive militari nonostante non facessi più parte di quel sistema, purtroppo non conoscevo alte vie.

«Oggi siamo ascesi al regno dei cieli ed abbiamo strappato le ali agli angeli che vi risiedevano!» gridò Vanguard voltandosi verso la folla che esultò alle sue parole.

«Avete tutti fatto un ottimo lavoro. Non siamo riusciti a recuperare il Monolite, ma la loro avidità li sta spingendo a salvaguardarlo con le loro stesse vite, e va bene così dico io! Lasciamogli fare il lavoro tedioso per noi: lo trasporteranno in sicurezza laggiù, all'inferno dove ci hanno esiliato!» disse muovendosi in mezzo a noi mentre parlava, non si ergeva sopra un piedistallo come i generali nei discorsi a cui ho assistito in passato.

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Parlava la lingua dell'animo umano fluentemente, e in quel momento stava accendendo un fuoco dentro ognuno di noi.

«Ce lo consegneranno a domicilio a spese loro. L'avidità degli angeli segnerà la fine della dittatura celeste!» gridò estraendo la sua spada in un crescendo teatrale.

«Segnerà la fine di Lua!» esultarono tutti alzando al cielo le loro armi nere.

Passarono circa quattro ore, il tempo di farmi una doccia calda e consumare finalmente un pasto decente. Gran parte dell'equipaggio stava riposando ma io non riuscivo a dormire, stavo eseguendo dei piegamenti a terra nella cabina che mi avevano assegnato, o almeno ci stavo provando: la gravità centrifuga non era molto forte nella sezione in cui mi trovavo, non riuscivo a sforzarmi abbastanza.

«Ember?» mi alzai di scatto voltandomi verso la porta e tirando su i pugni in posizione di guardia.

Era Sybil, e l'avevo appena spaventata.

«Scusami, è stato un riflesso.»

«Tranquilla, stavo bussando ma non mi sentivi e visto che la porta era aperta...» avevo proprio la testa altrove.

«Ti ho vista parecchio preoccupata oggi, va tutto bene?» disse appoggiandosi ad una parete.

«Non ti preoccupare, devo solo ambientarmi» risposi io. Ambientarmi allo stare in compagnia? Soltanto parlando con lei mi resi conto di quanto fosse grave questa mancanza che mi portavo appresso.

«Senti, come avete intenzione di distruggere Lua?» dissi per provare a conversare con lei, purtroppo gli unici argomenti che riuscivo a tirar fuori erano quelli militari.

«L'unico modo per "distruggere" Lua è dall'interno, è per questo che ci serve il Monolite. Ma i terrestri hanno sviluppato quella tecnologia per poter decriptare la chiave d'accesso al suo codice sorgente e poterlo riscrivere. Immagina un intero esercito di soldati immortali, soldati a cui non puoi sparare, come Vanguard!» mi spiegò avvicinandosi.

«E perché Vanguard non può accedere al codice sorgente? Non è lui che ha costruito Lua?» chiesi io.

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Lei si sedette nel mio letto sorridendo, come se la mia fosse una domanda che già si aspettava.

«Ti hanno fatto vivere sotto una roccia a quanto pare ahah!» disse prendendomi in giro.

«Vanguard è uno stratega, un guerriero, un genio militare ed un innovatore che ha riscritto le leggi della guerra così come le conosciamo. Il capolavoro ingegneristico che è Lua è stato ideato, progettato e finanziato da lui in tutta la sua interezza, ma il software che muove la macchina è stato creato dalla sua ex moglie. Il nome di quella donna era proprio Lua!»

Ciò che mi sembrava semplice all'inizio stava diventando molto più complesso ora. Perché dare ad un satellite che amministra la vita e la morte di ogni soldato il nome della persona che amavi?

«Che ne è stato di lei?» chiesi io, avendo notato il modo in cui parlava al passato.

Sybil si buttò all'indietro sul mio materasso fissando il soffitto.

«Era davvero bella, ed è stata assassinata proprio per il suo modo di essere» disse chiudendo gli occhi e riprendendo il discorso dopo un po'.

«Vanguard me la descrisse come una creatura celestiale, era la sua Beatrice. Ed è proprio per la sua purezza d'animo che permise solo a lei di lavorare al codice del satellite. "Un tale potere è al sicuro solo se custodito nelle sue mani" diceva lui, ed aveva ragione. Lei sognava di portare la pace in terra, tutta la sua ricerca aveva come unico scopo il minimizzare ogni conflitto tra esseri umani, trovare un'operazione algebrica che determinasse l'esito di ogni guerra prima che questa scoppiasse. Lui invece era molto più cinico, comprendeva quanto la guerra fosse inevitabile sotto qualsiasi condizione. Sarebbero dovuti giungere ad un compromesso ma avrebbe fatto di tutto per realizzare il sogno della persona che amava.»

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«E come ci siamo arrivati a... questo?» dissi indicando letteralmente ogni cosa.

«La assassinarono su Marte durante un suo discorso, in diretta interplanetaria. Si stava battendo per sollecitare le nazioni terrestri sulla questione del vuoto legislativo riguardante i marziani, ma qualche protestante le sparò proprio sotto gli occhi di tutti. Vanguard, in preda al rancore, vendette a Grounder la tecnologia delle sue Smart Guns e delle emomacchine.»

«E da lì vennero prodotte in massa fino a rendere illegali le armi nere in quanto incapaci di distinguere un nemico da un alleato» aggiunsi io, quella sulle armi era l'unica parte di storia che conoscevo.

«Corretto» disse lei.

«E perché ora Vanguard si è schierato contro Grounder? C'è ancora un pezzo che manca in questa storia, non può esser stata una presa di coscienza casuale» chiesi parecchio interessata.

«Del rapporto tra lui e Grounder non ha mai voluto parlare, ma i libri di storia ci raccontano che una decina d'anni fa, Vanguard scomparve. Fu lì che nell'ombra cominciò a reclutare una milizia, le odierne Crisalidi» rispose lei.

Deve essere successo qualcosa poco dopo la morte di Lua, era l'unica spiegazione.

«Dunque se nessuno può sparargli è perché Lua ha voluto proteggerlo, l'ha escluso dal sistema quando ha scritto il codice sorgente!» esclamai facendo riaprire gli occhi a Sybil.

Stava cercando di redimersi dall'aver gettato Marte nel caos, ma ancora non sapevamo quale fu la scintilla che alimentò quella presa di coscienza.

«Deve essere un dolore atroce. L'anima di Lua è ancora in vita, intrappolata tra le righe di codice in una prigione di metallo» disse Sybil mentre si rialzò.

«E sta dicendo ad Alexandros Vanguard di continuare a vivere, per qualche motivo. Non scambiamo la sua bontà per ingenuità, sono certa che avesse guardato più a lungo di quanto riusciamo ad ipotizzare» aggiunse subito dopo.

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Una cosa certa è che la distruzione di Lua avrebbe portato equilibrio in entrambi i pianeti, i marziani avrebbero avuto le forze per ribellarsi e i terrestri... beh, loro se la sarebbero passata peggio di sicuro: l'indipendenza di Marte avrebbe gettato la Terra nell'anarchia, dando loro il precedente perfetto per distruggersi, sfogarsi, riscoprire cos'è la guerra, ricordarsi di che forma ha il male. Riscrivendo ogni legge, ogni sistema, ogni mercato. Rilocando ogni questione geopolitica, ogni dissenso, ogni conflitto sul proprio pianeta. Distruggendo tutto per poi ricostruirlo, risorgendo dalle ceneri, temprati dalle loro stesse fiamme. Era l'unica soluzione, Lua doveva essere liberata dalla sua prigione ad ogni costo.

Dormii per poche ore, e con questo pensiero nella testa andai ad allenarmi al campo d'addestramento dell'Ottavo Pilastro una volta sveglia. Stavo colpendo un sacco da boxe nell'attesa che venisse calcolata la traiettoria di ammartaggio di ciò che rimaneva della flotta eurasiatica, a breve ci sarebbe stato un briefing.

Notai Vanguard camminare lungo il corridoio attraverso la porta, si girò un attimo per osservarmi mentre mi allenavo e passò avanti. Dopo qualche secondo, a mia sorpresa, tornò indietro e continuò ad osservarmi come se stesse aspettando qualcosa. Lo lasciai stare e ripresi ad allenarmi ma dopo i primi colpi che tirai al sacco si avvicinò.

«Ti stai allenando per la tua tecnica o per i tuoi muscoli?» disse con tono ironico.

«Fatti i cazzi tuoi» risposi io, tanto per cambiare.

Ma mi silenziò subito balzando fulmineamente in avanti e colpendo quel sacco con un pugno così forte che il tonfo dell'impatto echeggiò in tutta la stanza, l'asta di metallo che lo ancorava al pavimento si piegò leggermente e lui invece rimase lì, immobile, come se non avesse avvertito alcun contraccolpo.

«Ho notato che quando colpisci il tuo nemico, colpisci con l'energia del tuo cuore» disse indicando il mio petto, il mio braccio, la mia mano e poi il sacco.

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«Nasce qui, entra nella spalla, scorre attraverso il braccio e la scarichi contro il tuo nemico» si mise verso l'altro lato del sacco.

«Ma il tuo cuore non è un'arma» continuò mettendosi in guardia ed indicando il suo piede, la sua gamba, il suo petto, il suo braccio ed infine il sacco.

«Io colpisco con l'energia della terra su cui cammino» e tirò un secondo pugno intenso come il primo.

Con la giusta potenza che raddrizzò la barra di metallo del sacco.

«Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: se imprimi una forza sul tuo nemico, assicurati che essa non venga dispersa nello spazio intorno a te» e dopo quella frase colsi il punto, a livello di corporatura ero più piccola sia di lui che del sacco, quindi l'unico modo per massimizzare l'efficienza dei miei colpi era quello di ancorarmi a terra con la postura e diventare tutt'uno con un corpo dalla massa superiore a quella del mio avversario. Il suo stile di combattimento era una questione di fisica.

«Esatto, così...» disse mentre cercavo di imitare la sua guardia.

Feci un paio di respiri profondi e poi colpii. La barra non si piegò ma l'intensità del colpo si fece sentire, non avevo mai tirato un pugno così forte e con così poco sforzo. Ma paradossalmente mi feci un male cane alla mano, il dolore durò poco grazie alle mie emomacchine ma fu abbastanza intenso da farmi cadere a terra davanti a lui.

«Cosa ho sbagliato?» chiesi alzando lo sguardo, notando con sorpresa che si era inginocchiato per tenermi la mano.

«Nulla» rispose.

«Un piccolo trauma per le tue ossa, è così che le fortifichi» aggiunse alzandosi ed allungando la mano per aiutarmi.

Io mi rialzai da sola senza nemmeno guardare la sua mano, non lo feci apposta ma sembrò apprezzare quel gesto. Si voltò verso l'uscita e cominciò ad allontanarsi subito dopo, ma avendo ancora una questione aperta con lui decisi di fermarlo.

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«Che tipi erano i miei genitori?» chiesi prima che uscisse dalla stanza.

Si fermò voltandosi verso di me, mi fissò un attimo e varcò la porta lasciandomi sola.

«Hai gli stessi occhi di tua madre.»

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