Capitolo 2 - Alea iacta est
di Edward Noctis
Mi trovai già alla stazione quando ripresi i sensi, me ne accorsi subito perché sentivo il mio corpo più pesante rispetto a quando ero su Marte, la gravità centrifuga delle stazioni spaziali è tarata su quella terrestre per evitare la perdita di densità ossea. Mi trovavo in infermeria distesa su uno dei tanti letti, ma c'era qualcosa di insolito: mi accorsi di essere ricoverata nel reparto A-2, ovvero uno dei reparti per volontari. Di solito quando mi rompevo qualcosa mi mettevano in uno dei reparti a bassa priorità come quelli per prigionieri, visto il vuoto legislativo riguardante coloro che sono nati su Marte. Tuttavia i soldati terrestri non sembravano farci troppo caso, erano concentrati sulle loro ferite. Per molti di loro questo era un trauma, una nuova esperienza, per me era una routine.
«Riesci a muoverlo?» disse uno dei medici riferendosi al mio braccio.
«Certo, nessun problema» risposi io agitandolo un po'.
«Hai mal di testa, nausea, affaticamento di qualche tipo?» continuò lui mentre scansionava il codice sul mio zigomo.
«Nessun problema» ripetei io.
«Infiammazioni da emomacchine?» continuò ancora.
«Nessun problema.»
«Ottimo, ti vogliono al ponte sedici, avviso il generale che stai arrivando.»
Il generale? Stava forse parlando di Grounder?
«Grazie...» risposi alzandomi dal letto.
Ero abituata a non lasciar trasparire alcuna forma di paura o insicurezza nel mio modo di parlare, muovermi e pensare, ma in quel momento mi stavo cagando sotto. Cercavo di affrontarla analizzando la situazione mentre uscivo dall'infermeria per dirigermi all'ascensore per il ponte sedici. Poche cose sapevo, ma erano più che abbastanza per trarre alcune conclusioni: avevo a tutti gli effetti disobbedito a degli ordini, degli ordini di ritirarsi. Tuttavia l'ho fatto per portare a termine il presunto obiettivo strategico di questa operazione, ovvero difendere il convoglio e proteggere qualsiasi cosa stessero trasportando. Ma a quanto pare avevano dato l'ordine di ritirarsi proprio perché sapevano che il convoglio fosse una sorta di esca, e per qualche motivo a noi soldati semplici non era stato riferito nulla di tutto questo. Poteva avere a che fare con quella faccenda di spionaggio di cui parlavamo nella capsula, sta di fatto che una cosa mi era ormai chiara: non mi stavano convocando per aver disobbedito a degli ordini ma per aver visto qualcosa che non avrei dovuto vedere. Presi l'ascensore per il ponte sedici sotto gli occhi di tutti gli altri che passavano per quel corridoio, la voce sarebbe girata presto. Di solito i soldati semplici non vengono mai convocati lassù, salvo motivi di particolare urgenza. Se un marziano viene convocato invece, beh, di sicuro penseranno che abbia fatto qualche cazzata. Ma la cosa mi sta più che bene. Probabilmente fa comodo anche a quei bastardi lassù che la questione venga sminuita, a me dei loro segreti non importa nulla. Non combatto per loro, né per la Gondwana, l'Oceania o per qualsiasi altra nazione. Combatto per restare in vita, nulla di più, nulla di meno. L'hanno voluto loro questo sistema, faranno meglio a non lamentarsi con chi ci è nato dentro. Mentre l'ascensore si fermava, mentre le porte si aprivano e mentre camminavo a testa alta verso quella che per quanto ne sapevo poteva essere solo una pantomima burocratica per potermi giustiziare legalmente, notai un dettaglio: le guardie dell'Eurasia presenti nel corridoio che stavo percorrendo avevano la classica pistola d'ordinanza nelle loro fondine, ma le fondine erano tutte sbloccate. Erano pronti ad estrarre le armi contro di me da un momento all'altro, tuttavia ciò non era rilevante: loro obbediscono ai generali dell'esercito eurasiatico ma le loro armi obbediscono a Lua. Avrei potuto sfruttare a mio vantaggio il fatto che fosse un algoritmo a decidere chi è nemico di chi, ma sarebbe stato comunque inutile. Lua ci avrebbe riconosciuti come nemici dopo la minima forma di ostilità da parte mia verso di loro o da parte loro verso di me, a quel punto le loro armi avrebbero potuto sparare a me e le mie a loro, qualora non fossi stata disarmata ovviamente. Ogni strategia che tentavo di costruire era fallimentare, non mi restava che camminare verso l'ignoto, verso quelle porte scorrevoli in fondo al corridoio che si aprirono lasciando intravedere un enorme tavolo rettangolare pieno di vecchi in uniforme seduti intorno ad esso. Mi venne da sorridere leggermente, erano pieni di medaglie al valore sul loro petto eppure avevano visto il campo di battaglia solo attraverso il display di un tavolo olografico, lo stesso campo di battaglia che io invece avevo visto dal vivo più e più volte. Non ho mai provato così tanto disgusto in tutta la mia vita, e a capotavola chi poteva esserci se non lui: Alphonse Grounder, l'alto generale dell'Eurasia. Da quanto sapevo la sua carica ed i suoi poteri erano al pari di quelli del presidente dell'Eurasia ma non ho mai capito l'unità di grandezza di questo paragone visto che, onestamente, non sapevo nemmeno che faccia avessero i presidenti delle nazioni terrestri. Regnò il silenzio in tutta la stanza, come se stessero aspettando qualcosa. Ogni singolo ufficiale mi stava tenendo d'occhio, Grounder invece se ne stava seduto a capotavola con gli occhi chiusi mentre la mastodontica ombra di Lua attraversava i vetri del ponte, venimmo oscurati per un istante. E proprio quando la sua breve eclissi finì, come se fosse lo scoccare della nuova ora di un orologio, i generali mi tempestarono di domande. Non facevo in tempo a rispondere ad uno di loro che un altro mi aveva già posto la domanda seguente. Ne ero certa, stavano cercando di mettermi pressione.
«Nome.»
«Erre A Zero Sei.»
«Codice operativo.»
«Sette quattro nove esse due elle.»
«Abilitazione operazioni armate.»
«Assalto multiterreno.»
«Ultima iniezione di emomacchine.»
«Ventotto giorni fa, gruppo sanguigno AB RhD positivo.»
Risposi senza lasciar trasparire la minima emozione. Alcuni di loro cominciarono a segnare qualcosa nei loro display, probabilmente stavano confermando che fossi io e non qualche altro ufficiale convocato per errore.
«Perché hai disertato?» mi chiese uno di loro, non sapevo distinguerli perché non li stavo guardando in faccia.
«Questa unità non ha disertato, ha portato a compimento l'obiettivo primario della missione poiché è riuscita ad avanzare sino a trovarsi di fronte ad esso» risposi io facendo adirare lo stesso che mi pose la domanda.
«Portato a compimento? Non mi pare tu sia riuscita a proteggere il cargo!» mi sgridò quel vecchio.
«Il blindato non era ancora stato aperto quando quest'unità è arrivata lì, e al suo interno non vi era nulla» non l'avevo detto per giustificarmi ma per osservare il modo in cui avrebbero reagito a quella notizia, e la loro reazione non ci fu affatto.
Ciò poteva significare solo una cosa: non erano stati ingannati da chissà chi, erano già consapevoli che il convoglio fosse una montatura. Ora dovevo solo capirne il perché, decisi di azzardare toccando un loro nervo scoperto.
«Il mancato recupero del cargo da parte di quest'unità non è avvenuto per mancanza di competenze di quest'ultima. Le informazioni del briefing dove quest'unità era presente non erano esatte, il cargo deve essere stato rubato prima che il convoglio partisse.»
Grounder aprì gli occhi fissandomi con aria superba dopo quella frase, anche lui non sembrava sorpreso dalla notizia. Forse perché a differenza mia, che stavo tirando ad indovinare facendo la finta tonta, lui sapeva la verità. Arrivata a quel punto, tutto ciò che mi interessava sapere era se il cargo fosse stato davvero rubato o se il convoglio fosse solo un'esca di cui noi soldati semplici non dovevamo sapere nulla.
Tirò un respiro profondo e si alzò dalla sedia dicendomi: «Zero Sei... ti farò una semplice domanda, stai molto attenta a cosa scegli di rispondere.»
Alzandosi notai la spada d'ordinanza che aveva nel fodero, molto più moderna rispetto a quella che portava con sé quell'uomo su Marte, ma altrettanto minacciosa.
«Cos'altro hai visto?»
La mia percezione del tempo rallentò mentre pronunciava quelle parole, forse perché a malapena ero riuscita a capirlo. Un'aeronave a vuoto atmosferico che ammartava nel bel mezzo della città sotto il fuoco nemico, un uomo che ha fatto fuori un intero plotone a mani nude e le mie armi che non volevano sparargli. Nulla sembrava avere senso, eppure una frase di quell'uomo mi ritornò in mente mentre pensavo a cosa rispondere: "sono il tuo fucile". Non sapevo cosa significasse, eppure la risposta che mi veniva da dare fu una sorta di automatismo del mio corpo. Mi ero stancata di fare la finta tonta, decisi di fare la finta informata: lo fissai dritto negli occhi come atto di sfida, anzi, come una vera e propria dichiarazione di guerra.
«Vanguard.»
Solo in quel momento ottenni la prima reazione da parte loro, e che reazione: senza capirne il motivo avevo infiammato l'intero ponte, vedevo i generali parlare tra di loro in maniera irrequieta. Mi veniva da sorridere davanti al casino che avevo seminato con una semplice parolina di cui nemmeno conoscevo il significato, non mi stavano più guardando dall'alto in basso.
«E perché ti ha lasciata in vita?» chiese Grounder cambiando tono di voce.
Che stupidi, ora avevo scoperto anche il nome di quel tizio.
«Hai parlato con lui?» continuò battendo lentamente le punte delle dita sul tavolo.
«No, l'ho solo affrontato corpo a corpo» senza accorgermene mi ero personificata anziché definirmi come "quest'unità", avevo fatto una cazzata che probabilmente mi sarebbe costata qualche settimana di rieducazione, per non definirla reclusione.
«E ne sei uscita soltanto con un braccio rotto?» continuò uno dei generali.
Feci "sì" con la testa senza guardarlo in faccia, i miei occhi erano ancora puntati su Grounder. Visto che gli avevo già dato una scusa per recludermi non mi interessava più nulla delle formalità militari.
«Ti rendi conto di quanto sia difficile credere a ciò che dici? Sei una marziana, non conosci nulla della storia geopolitica terrestre. È impossibile che tu sappia che faccia abbia Alexandros Vanguard, non puoi averlo riconosciuto» disse Grounder.
Mi aveva sgamata, eppure era troppo tardi, già mi avevano detto abbastanza in maniera paraverbale, si era accorto anche lui di aver fatto una cazzata. Decisi di mollare la tattica passivo-aggressiva e procedere con quella che mi riusciva meglio: quella attivo-aggressiva.
«Quale sarebbe la parte difficile da credere? Io che affronto un tizio a cui non posso sparare o dei comandanti che ci portano a morire per recuperare un cargo immaginario?»
Le guardie alle mie spalle estrassero le loro pistole d'ordinanza. Poco mi importava, le loro armi non avrebbero sparato finché non li avrei aggrediti.
«Stai giocando con il fuoco, Zero Sei» disse Grounder.
«Sai bene che Lua non permette a voi soldati senza terra di schierarvi, tantomeno di effettuare operazioni di spionaggio per conto di altre nazioni che non vi hanno ancora acquistato.»
«Me ne sbatto il cazzo delle altre nazioni!» gli gridai in faccia facendo premere il grilletto alle guardie dietro di me.
Ma le loro armi non spararono, confermandogli che non ero io la spia che cercavano.
«E me ne sbatto il cazzo pure di voi, avete fatto morire migliaia di uomini senza vergogna credendovi dei grandi strateghi, eppure vi siete fatti fottere da una delle vostre carni da cannone!»
Una guardia provò ad afferrarmi per forzare una colluttazione che avrebbe autorizzato le loro armi ad aprire il fuoco. Ma per loro sfortuna quei poveretti raccomandati non avevano mai visto il campo di battaglia, non sapevano quanto fossi costantemente conscia di ciò che avveniva intorno a me: mi spostai in maniera fulminea dalla sua traiettoria facendolo inciampare goffamente contro il tavolo senza che mi sfiorasse. Vidi il terrore nei loro volti, impauriti come se fossi stata in procinto di spezzargli le ossa da un momento all'altro.
«Voi non ve ne rendete conto ma è grazie a quelli come me, grazie a quelli che mandate a morire che potete stare con il culo sulla sedia!» dissi mentre le altre guardie esitavano prima di riprovare ad attaccarmi.
«Non sono la vostra carne da cannone, sono io il vostro cazzo di cannone!» gridai in preda all'ira poco prima di sentire una lama poggiarsi sul mio collo, era Grounder che riuscì a cogliere un mio momento di distrazione per estrarre la sua spada.
«Adesso calmati, Zero Sei. Non mi serve l'autorizzazione di Lua per reciderti la carotide» disse pacatamente.
«Fallo!» fu la mia risposta mentre afferrai la lama della sua spada e misi la punta sotto al mio mento.
«Non ne hai le palle.»
Grounder mantenne la sua compostezza, venni ammanettata da una delle guardie mentre continuavo a guardarlo negli occhi. Ero certa che in quella stanza fu lui l'unico che riuscì a capire il peso delle mie parole. Era palese che comprendeva e parlava il linguaggio della guerra a differenza degli altri generali. Non a caso, fu l'unico che nonostante la carica superiore non mi mancò di rispetto, comprendeva l'importanza di quelli come me. Ma a quanto pare riteneva giusto mandarci a morire nonostante ciò. Capii che in questa guerra c'era in moto una forza molto più grande di me, qualcosa di così grande che persino l'alto generale più temuto su Marte era disposto a subire grosse perdite pur di fermare.
«Zero Sei, non sono sicuro di cosa lui ti abbia detto, ma sappi che Vanguard ed i suoi seguaci sono dei veri e propri terroristi. Dei poveri illusi abbindolati dalle folli ideologie di un leader manipolatore, questo è Alexandros Vanguard. Per ciò che ti riguarda verrai tenuta in isolamento e subirai un processo per quanto accaduto, questo determinerà la pena da dover scontare come da prassi» disse Grounder.
«Tra le possibili pene per voi marziani vi è anche la fucilazione. Hai qualcos'altro da aggiungere?»
«Fottiti.»
Puoi sostenere Edward Noctis con una piccola donazione: ogni contributo aiuta a continuare la storia.
Supporta l'autore