Capitolo 8 - Ascendenza
di Edward Noctis
Varcarono il confine di Pendragon dopo altri due giorni di viaggio, anche se non ne erano ancora certi visto che il punto d'incontro con Asura era in una zona della mappa non aggiornata.
«Dovrebbe essere laggiù» disse Emily indicando un edificio lontano un paio di chilometri. Era una vecchia raffineria abbandonata, una delle poche strutture ancora presenti in superficie. Molto lontana dagli occhi dei civili e dalle telecamere di Atlante, un nascondiglio perfetto. Per sicurezza Raymond aveva smontato qualsiasi strumento radio presente nel Limulus così da rendere quel veicolo invisibile alla maggior parte dei radar dell'impero, con un po' di fortuna non li avrebbero mai beccati.
«Fine della corsa» disse Dozer una volta arrivati. Abbandonarono il loro veicolo in mezzo alle macerie della raffineria. Era nascosto così bene che nemmeno i droni sentinella l'avrebbero notato.
«Wow!» esclamò Thobias affacciandosi verso l'interno da una crepa. «Questo posto è tanto grosso quanto vuoto.»
«Ad occhio e croce sembra una stampante tridimensionale di fusoliere per aeronavi più che una raffineria» rispose Magenta. Malgrado fossero al chiuso c'era una buona illuminazione lì dentro, probabilmente grazie alle stalattiti di ghiaccio che si illuminavano come lampadari al minimo filo di luce che riuscivano a catturare.
«Attenti a non inciampare, ci sono cocci di vetro sparsi qui a...» Emily non fece in tempo a finire la frase a causa di un rumore metallico che allertò tutta la squadra. Si voltarono impugnando le loro armi tempestivamente, ma videro che era solo Asura, aveva battuto le mani per attirare la loro attenzione.
«Per i baffi di Gustav!» esclamò un anziano seduto vicino ad Asura. «Hanno tempi di reazione minori di quelli dei miei studenti!»
«Maestro Asura! Pensavamo sarebbe venuto da solo...» disse Evelyn allarmata.
«Le avevamo detto di tenere questo incontro segreto» continuò Magenta, non era la presenza dell'altro vecchio a farli preoccupare, ma quella di Gustav, Alisa ed Edmond.
«Bah, ricordatevi che mia figlia gestisce i sistemi di sorveglianza di quasi tutto l'impero, se non le avessi spiegato la situazione vi assicuro che non sareste arrivati qui nemmeno con tutta la cautela del mondo.»
«Abbiamo programmato le rotte dei droni in modo da lasciare questa zona inosservata per un po', e per poco non saltavate in aria a causa di una mina elettronica che Edmond si era scordato di disattivare» disse Alisa sgridando il suo collega.
«Siamo passati sopra un campo minato?» esclamò Dozer dopo quella notizia.
«Come immaginavamo, nemmeno loro erano stati avvertiti» rispose Gustav. «Il confine di Pendragon fu minato poco dopo la vostra partenza. Nulla di anomalo, credevamo fosse un'ulteriore contromisura all'avanzata dei golem. Ma il fatto che Atlante lo abbia tenuto nascosto sia a voi che ad Asura può voler dire solo una cosa: non voleva il vostro ritorno.»
«Non voleva la vostra fuga» disse Raymond catturando l'attenzione di tutti e spaventando chi di loro non l'aveva ancora sentito parlare. La sua intuizione non era del tutto errata, forse le mine servivano a tenere i civili dentro invece che i golem fuori. Come gli animali di una fattoria.
Le intenzioni di questo onnipotente burattinaio sembravano chiare soltanto a Raymond, ma ciò invece che dare conforto a chi di loro non aveva certezze, dava terrore e diffidenza nei confronti di Ray. Non era il suo corpo macabro ad incutere timore, ma la sua mente capace di comprendere i pensieri di un dio. Tuttavia il vecchio, che fino ad allora era rimasto seduto, pareva attratto da questo mistero. Si alzò in piedi avvicinandosi a lui mentre la sua lunga barba bianca quasi lo circondava mossa dal vento: «Quindi sei tu ad aver chiesto il lancio del Seme dei Mondi...» il nome del vecchio era Noah Wanzer, l'attuale comandante dei Germogli. A quell'incontro con i ragazzi sarebbero dovuti essere presenti solo lui ed Asura all'inizio, erano vecchie conoscenze che andavano molto d'accordo nonostante la divergenza delle loro visioni sull'universo. I Germogli erano una sorta di religione atea in un certo senso, i loro testi sacri avevano la superbia di spiegare dinamiche dello spazio e del tempo che Asura invece affrontava con un semplice "non lo so". Ma i Germogli, in un passato ormai remoto, navigarono per miliardi di anni luce nell'abisso in perenne tempesta dello spazio, studiandone ogni minimo particolare. Il loro più grande interesse risiedeva nella cosiddetta ''energia oscura'', l'essenza stessa del cosmo, ciò che le nostre menti ancora faticano a comprendere. ''Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma'' dicevamo, senza aver prima compreso la vastità di questo nulla e la limitatezza di questo tutto.
«''Dèi artificiali''... i nostri antenati, filosofi e scienziati erano certi che saremmo arrivati a questo un giorno!» esclamò il vecchio. «Ragazzo, avrei tanto da chiederti. Ma visto che i vostri sospetti sulla natura del Muro si sono rivelati veritieri, abbiamo pochissimo tempo a disposizione.»
«Ha ragione» rispose Evelyn. «Dovremo avvisare tutta la capitale di salire a bordo del Seme dei Mondi. Alisa e Edmond possono darci accesso agli altoparlanti della città escludendo i collegamenti con il trono di Atlante, vero? Sarebbe l'ideale per...»
«La gente non ci crederebbe» la bloccò subito Alisa. «Sarebbe meglio inventare una scusa credibile, ma anche se ci riuscissimo molti potrebbero rimanere a terra ignorandoci.»
«Partiamo da una premessa: non possiamo salvare tutti. Non appena Atlante sospetterà qualcosa dovremo decollare prima che ci attacchi. E Raymond dovrà restare a terra per difenderci» quelle parole di Asura ferirono Evelyn, non aveva ancora metabolizzato la probabile sorte di Ray.
Così rispose decisa: «Resterò a terra anch'io» si voltarono tutti verso di lei. «Voglio assicurarmi che non rimangano civili in città.»
Si aspettava un'obiezione da parte di qualcuno ma non la ricevette, per fortuna, sapevano tutti quanto fosse legata a Raymond. Egli però scosse la testa: «Non se ne parla».
«A te non cambia nulla. le tue opzioni sono due: o morirai o vivrai da immortale dopo averlo sconfitto» disse fissandolo intensamente. «Io invece in un modo o nell'altro morirò lo stesso. Ma voglio almeno decidere come farlo.»
Abbassò lo sguardo ripensando alle sue parole durante la battaglia di Avalon: quando le disse di non voler morire in un letto, ma in un campo di guerra. Di vivere e morire nel dolore per permettere ad altri una serena morte nel loro letto. «Voglio morire combattendo insieme a te» concluse stringendo l'impugnatura della sua spada.
«Io non voglio.»
«E allora vedi di vincere!» rispose alzando la voce e lo sguardo contemporaneamente. Per la prima volta riuscì a tenergli testa, cosa tutt'altro che facile nonostante Raymond avesse scarse possibilità di comunicazione verbale. Ma andava benissimo così, era contento di non saperle rispondere.
O forse sapeva farlo ma qualcosa lo bloccò, qualcosa sembrava turbarlo. Mise una mano sulla sua tempia e chinò il capo. Come se un atroce mal di testa lo stesse martellando.
«Si sente male?» chiese Asura ai ragazzi che lo stavano aiutando a reggersi in piedi.
«Deve aver parlato troppo, non vi preoccupate» rispose Magenta, ma Evelyn la interruppe subito: «No... lo sentite anche voi?»
Difatti qualcosa stava succedendo, qualcosa di molto grosso. Alisa indicò le stalattiti sul soffitto dell'edificio: cominciarono a muoversi deviando dappertutto i raggi di luce che le abbagliavano. Non erano mosse dal vento, c'era un leggero sisma in atto che come in un climax divenne sempre più forte.
«Fuori!» gridò Noah, l'edificio sarebbe crollato a breve.
«Tu brancoli nel buio, ragazzo, anche se vedessi ciò che vedo io in questo istante non ne capiresti il valore, né la futilità» quella voce rimbombava nella testa di Raymond mentre tentò di correre appoggiato ad Evelyn. «Ti vedo, vedo te, vedo dentro di te, vedo dentro tutto. E vedo solo ora che tutti questi sforzi non sono serviti ad ottenere altro che un briciolo dell'eternità. Temevo il nulla, ma il vero mio nemico era proprio ciò che sognavo, era l'eterno.»
Evelyn si fermò. C'era troppa polvere lì fuori, non riuscivano a vedere altro che il bianco blindato delle nevi e del cemento polverizzato.
«Ora vedo perché gli onnipotenti scelgono di non potere.» La nebbia cominciò a calare ma la terra sotto i loro piedi tremava sempre di più. «Ora vedo perché i più vivi scelgono di morire.»
«State tutti bene?» urlò Dozer. Risposero tutti quanti a quell'appello.
«Cosa diamine è successo?» chiese Emily mentre cercò di osservare attraverso la polvere. «Siamo al centro di una placca tettonica, non possono verificarsi terremoti così forti quì.»
Mentre gli altri si stavano interrogando su questo anomalo sisma Raymond riuscì a riprendere l'equilibrio, tuttavia quella voce nella sua testa continuò a tormentarlo: «Ora vedo perché non c'è mai stato alcun dio prima d'ora».
La nuvola di polvere che ricopriva l'intera città scomparve all'improvviso accompagnata da un secco vento caldo proveniente dal palazzo di Atlante. Fu allora, osservando il centro della capitale, che i cavalieri capirono cosa stava succedendo. La città era aperta in due, e dove un tempo vi era il trono del Muro, ora in quella spaccatura giaceva il volto mastodontico di un neonato. Una montagna di carne che stava sbucando fuori dal pianeta, partorito dagli inferi mentre si affacciava verso l'atmosfera. Stava crescendo lentamente, deformandosi man mano che strisciava fuori dal pianeta. Spostò grosse masse d'aria con ogni suo minimo movimento.
«A cosa siamo arrivati...» commento Noah in preda al terrore cosmico.
«A nulla» rispose Raymond mentre plasmava la sua arma e si incamminò verso Brahman. «Nonostante tutto, non è nulla.»
«Dobbiamo salire al Limulus, raggiungeremo il Seme dei Mondi più velocemente!» suggerì Dozer.
«Magenta, tu corri ad informare i Germogli se non si sono già dati una mossa, ogni secondo passato qui sono miliardi di vite perdute» aggiunse Asura. Magenta annuì e scomparve lungo l'orizzonte in un millisecondo, accompagnata dal rumore metallico di ogni suo passo.
«Ricorda la tua promessa, Ray» disse Evelyn prima di correre verso il Limulus insieme a tutti gli altri.
«Mantengo sempre... le mie promesse» rispose lui senza voltarsi. Tenne gli occhi puntati sul dio che gli stava parlando. E camminò a passi lenti verso di lui, camminò mentre la città collassava sotto il peso di sé stessa, camminò mentre quel mostro scrutava il suo animo.
«È buffo, le tue emozioni comunicano molto più delle tue parole. Prima d'oggi faticavo a comprendere il tuo punto di vista» disse il dio mentre scavava nella crosta del pianeta per uscirne. «Ma ora vedo che senti di avere davanti a te tutto il male del mondo.»
Raymond non gli rispose, ma prese una rincorsa fulminea verso di lui. Passi così rapidi che ruppero il ghiaccio sotto i suoi piedi. In quel momento agiva di puro istinto bestiale, sapeva di essersi lanciato in un attacco suicida ma ciò non gli importava. Voleva solo guadagnare abbastanza tempo per consentire il lancio del Seme dei Mondi. Man mano che si avvicinava al dio doveva attraversare una città sempre più devastata; vide grossi pezzi di megastrutture staccarsi a causa delle scosse sismiche, grattacieli e torri che crollavano nella profondità scavata dagli umani, gente che urlava in preda al panico, aeronavi che decollavano da ogni angolo della capitale. E non poteva fare nulla per aiutarli, non doveva fare nulla per aiutarli. Doveva solo correre tra le macerie e balzare tra un muro ed un altro per raggiungerlo il prima possibile, mentre la gente sotto i suoi piedi moriva. Soprattutto i più ricchi, i Defixus, coloro che vivevano più lontani dalla superficie. Al riparo dal gelo ma non dall'immensità di ciò che accadeva nei cieli di Materia.
«Non capisci che uccidermi non servirà ad altro che posticipare questa guerra? Per miliardi di anni abbiamo osservato il mondo dalla prospettiva sbagliata» rimbombò quella voce nella sua testa mentre Raymond si stava avvicinando pericolosamente. «Non era destino degli dèi creare l'universo, è destino dell'universo creare gli dèi, creare la vita, creare noi.»
«Il mio unico destino sarà quello di farti a pezzi» rispose balzando verso di lui con la lama rivolta verso il cielo. Aveva raggiunto un'altezza di qualche centinaio di metri con quel salto, non molto, anzi quasi nulla in proporzione alla testa del dio. Gli era appena arrivato all'altezza di uno zigomo ma riprese velocità arrampicandosi da lì. Corse sulla superficie del suo volto lacerandogli la pelle, un danno paragonabile alla puntura di un insetto. Ma qualcosa catturò l'attenzione di Raymond: quelle ferite si stavano rimarginando. Come? Com'era possibile? Un dio artificiale è l'unico che può ferire permanentemente un altro dio artificiale, almeno così credeva.
«Ho acquisito poteri che vanno ben oltre la tua comprensione» disse il dio oscurando i suoi pensieri. «Ora capisci perché è insensato combattermi?»
E si sollevò da terra lasciando cadere Raymond, scosso dalla rivelazione. In quell'attimo morì ogni speranza di ucciderlo, ogni possibilità di un lieto fine alla sua guerra.
Lungo il confine della capitale Evelyn vide il dio ergersi dalla cintola in sù mentre il resto del corpo affondava nelle megastrutture come se stesse camminando nella neve alta.
«Non voltarti!» la richiamò Asura. «Resta concentrata su chi devi proteggere, non su chi devi sconfiggere.»
Ella annuì, e lasciò il titano alle spalle mentre varcava il ponte che conduceva gli abitanti di Pendragon a bordo del Seme dei Mondi. Dozer, Emily, Thobias, Evelyn e Magenta facevano da guida alla gente in preda alle paure più primitive che l'essere umano potesse immaginare. Davanti a loro Noah entrò subito, scortato dai Germogli. Non appena diede l'ordine di far entrare tutti i passeggeri che attendevano impazienti l'apertura di quella porta ermetica, un ammasso di gente si precipitò di corsa verso quel ponte. Principalmente dei Nexus e Remotus, gli unici Defixus lì presenti indossavano delle tute pressurizzate, ma molti di loro non erano così fortunati da permettersele. C'era così tanta gente da bloccare l'entrata nonostante il suo diametro di dodici metri.
«Piano! C'è spazio per tutti!» gridarono i Germogli. Ma nessuno diede loro ascolto, d'altronde erano inseguiti da un colosso alto quanto la troposfera di Materia che generava uragani e terremoti ad ogni spostamento, il loro terrore prevalse sulla loro ragione.
«Se spingete rendete tutto più lento!» gridò anche Asura inutilmente. Stavano diventando così tanti che il ponte cominciava a cedere sotto tutto quel peso.
Fu una cannonata sparata in alto dall'ABM di Evelyn che fermò quelle grida. Nemmeno lei aveva voglia di ragionare. «Se fate così mettete a rischio il futuro dell'umanità!» ringhiò lei. «Ed io sono qui per eliminare chiunque metta a rischio l'umanità. Non abbiamo tempo da perdere.»
La folla si ammutolì. Non tutti avevano sentito le sue parole visto che a molti fischiavano ancora le orecchie dopo quel boato, ma il linguaggio paraverbale di Evelyn lasciò impresso nelle loro menti un messaggio ben preciso.
«Muovetevi» aggiunse agitando la sua arma. E tutti ripresero l'imbarco intimoriti dalla sua presenza.
«Sei impazzita? Ti ho detto di proteggerli, di essere la loro guida, la loro speranza!» la rimproverò Asura. «Così ti stai facendo odiare da tutti!»
«Danno più ascolto all'odio e alla paura che alla speranza» rispose lei dandogli di spalle per osservare il duello dei due dèi all'orizzonte. «È così che sono cresciuta: ignoravo chi cercava di aiutarmi e mi concentravo sui miei nemici, sulle mie paure e su chi odiavo a morte.»
Asura sbuffò osservando la gente che marciava restando distante da lei e dagli altri cavalieri per timore, non aveva tutti i torti, stavano mantenendo più ordine rispetto a prima.
«Ma ora le cose sono cambiate» continuò accompagnata da scariche elettriche che brillarono attorno al suo corpo. «Ora non è più l'odio a muovermi, e presto non muoverà più nemmeno queste persone, fidati» disse sorridendo mentre i tre soli dipinsero l'atmosfera di un rosso apocalittico.
«Non ho più nulla da insegnarti, Evelyn» rispose Asura. «Ma spero che tu abbia ancora tanto da imparare.»
«Maestro Asura!» lo chiamò Emily impaurita. «Ho analizzato la traiettoria di lancio preimpostata dai Germogli. Non saremo in grado di arrivare in tempo alla termosfera, il dio ci raggiungerà!»
«Sali al centro di comando e contatta tutte le astronavi armate già in orbita, voglio che tutta l'artiglieria che abbiamo faccia fuoco su quel mostro!» ordinò Asura.
«Ma così colpirete anche Raymond!» si allarmò Evelyn.
«Ma non lo uccideremo, sono entrambi immortali. Con questa potenza di fuoco possiamo respingere quel dio e guadagnare tempo per raggiungere la velocità di fuga dal campo gravitazionale di...»
«Non è così!» Evelyn interruppe il suo maestro. «Anche un'arma umana può uccidere un dio, Raymond ce lo ha dimostrato. E mentre Brahman sopravvivrà al nostro attacco, Raymond potrebbe non farcela!» disse guardando Emily per cercare supporto.
«Non abbiamo altra scelta Evelyn, per quanto poco l'ho conosciuto so che persino Raymond ti direbbe la stessa cosa. Pensi che preferirebbe vivere in eterno e vederti crescere, invecchiare e morire come tutte le persone a lui importanti?» rispose il vecchio. «Per salvare l'umanità dobbiamo compiere un sacrificio» concluse avvicinandosi a lei attendendo una sua risposta.
E ciò che ottenne come risposta fu una scarica di fulmini che accese la spada di Evelyn. «Già... dobbiamo compiere un sacrificio» disse impugnando la sua lama ed incamminandosi lungo il ponte, in direzione opposta a quella dove correvano tutti. Verso i due dèi artificiali in duello.
«Evelyn cosa stai cercando di fare?» si allarmò Emily correndole dietro.
«Decollate senza di me» rispose senza voltarsi.
«Sei impazzita? Cosa pensi di fare ad un mostro del genere? Morirai, morirai inutilmente!»
«Dissi la stessa cosa a Raymond quando era ancora un bambino!» le urlò contro scattando in una corsa acrobatica verso le macerie della città.
In un battito di palpebre scomparì lungo l'orizzonte in tempesta, dove il dio artificiale si ergeva incamminandosi verso il Seme dei Mondi.
«La raggiungo io!» disse Magenta pronta a correre verso di lei.
«No» la fermò Asura afferrandole un polso. «Ha intenzione di compiere una scelta, dobbiamo rispettarla.»
«Non lo vedi che sta agendo d'impulso? È una scelta stupida!»
«È proprio questo il punto! Non capisci? Serve coraggio per sfidare un uomo...» mormorò il suo maestro sentendola mentre abbandonava ogni resistenza.
«...serve stupidità per sfidare un dio» rispose Magenta continuando la frase mentre la folla attorno a loro diventava meno numerosa. Erano quasi pronti al lancio, consapevoli che purtroppo molti sarebbero rimasti a terra.
«Evelyn...» sussurrò Magenta trattenendo le lacrime, osservandola mentre correva lungo la tempesta all'orizzonte dominata da quella colossale sagoma che continuava ad avanzare. Avanzò nonostante gli attacchi di Raymond, cercava disperatamente di ferirlo alle gambe ma tutte quelle ferite si rimarginarono non appena la lama di Raymond usciva dalle sue carni. Il gigante si muoveva come un uomo che cercava di correre immerso nell'acqua dalla cintola in giù, era forse questo l'effetto che gli faceva l'atmosfera di Materia? O doveva solo abituarsi a governare un corpo di quelle dimensioni? Sta di fatto che era goffo nei movimenti ma dietro di sé aveva lasciato una scia di devastazione, schiacciando le imponenti megastrutture come se fossero dei formicai. D'un tratto un raggio di luce rossa gli trafisse il cranio, facendogli perdere la vista per pochi secondi. Raymond lo riconobbe subito, era l'ABM di Evelyn.
«No...» sussurrò intimorito.
«No, no!» disse cominciando a tossire mentre correva verso di lei. Erano troppo distanti, nonostante le tremende velocità che Raymond poteva raggiungere sarebbe stato vano andare da lei.
«Devi salire... a bordo...» ma nello stesso istante in cui pronunciava quelle parole la città brillò dietro di lei, era il Seme dei Mondi che si innalzò verso le stelle cavalcando una scia di fuoco. E sempre in quell'attimo vide il dio fare passi più lunghi ed aggressivi per raggiungere quella nave.
«Oggi non combatterai più da solo, Ray!» gridò Evelyn mentre caricava un altro colpo del suo cannone. Raymond non sentì né le sue grida né lo sparo dell'ABM: erano entrambi soppressi dal rumore dei motori del Seme dei Mondi che s'innalzava, dai passi di Brahman, dalle grida della gente rimasta a terra che veniva schiacciata dalle macerie della loro stessa città, dagli uragani generati da tutte quelle celle atmosferiche spostate nel grande marasma della battaglia. Un altro raggio di luce colpì il dio facendogli quasi perdere l'equilibrio. Era molto più potente di quello di Evelyn ma non proveniva da lei, bensì da qualche parte lungo l'orizzonte.
«Il Milione...» disse Raymond incredulo. E a quei due raggi di luce che colpivano gli occhi del dio se ne aggiunsero altri quattro. Voltandosi Evelyn vide Dozer, Emily, Thobias e Magenta che imbracciavano i loro cannoni sorridendo. Era inutile parlare, c'era pochissimo tempo e troppo rumore ma uno sguardo rapido bastò a dire tutto. E così anche Raymond tornando in sé scattò verso il dio brandendo alta la sua lama mentre i cavalieri continuavano ad accecarlo.
«Che mi venga un colpo!» disse Gustav osservandoli dal ponte di comando del Seme dei Mondi. «Sta funzionando, lo stanno rallentando!» erano tutti seduti su dei sedili mobili in posizione orizzontale per sostenere l'accelerazione gravitazionale, comodi ed efficienti per il personale che doveva spostarsi lungo il ponte anche in fase di decollo.
«Non cantare vittoria» lo fermò Noah. «È ancora troppo veloce e ci raggiungerà a breve se non lo fermiamo, dobbiamo fare fuoco con tutta la flotta militare.»
«Ma un attacco orbitale ucciderà tutti i superstiti a terra!» rispose Alisa.
«E un mancato attacco orbitale ucciderà tutta l'umanità. Sia in cielo che in terra.» disse Asura.
«C'è mio figlio laggiù!» gridò Gustav.
«Non possiamo lasciarci governare da legami emotivi durante una guerra, voi lo sapete bene...» li riprese Noah. «Ma io non sono un soldato, e confido in quei ragazzi» subito dopo si rivolse ad un suo sottoposto dicendo: «Avvisa tutta la flotta di aprire il fuoco non appena il bersaglio entra in un raggio di millecinquecento metri dal Seme dei Mondi. Non di più, non di meno».
Il sottoposto annuì, ed il suo sedile si mosse verso un terminale del ponte di comando. In questo modo i ragazzi avrebbero avuto pochi minuti di tempo per salvare loro stessi, i superstiti a terra e anche i fortunati a bordo del Seme dei Mondi. Asura e Gustav emanarono un sospiro di sollievo, erano certi che i loro ragazzi sarebbero riusciti a salvare la loro arca. Consapevoli che il prezzo da pagare per questa salvezza era il loro abbandono in un pianeta senza futuro. L'esilio di un gruppo di soldati senza impero e di un dio senza fede.
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